Da Calatafimi a Rio de Janeiro: storie tricolori di ieri e di oggi

da Repubblica.it

Un filo sottilissimo ma tenace lega Calatafimi, piccolo borgo del trapanese, alla metropoli brasiliana della 31° Olimpiade: l’identità italiana e il rischio dell’oblio. Storie lontanissime, nel tempo e nello spazio, accomunate dal sacrificio a un ideale, di “patria” e di sport.

Non conoscevo se non in modo vago — pur da appassionato di ciclismo — Elia Viviani. Non è Bobo Vieri, che sfida i suoi fan a footvolley (!) sulle platinate spiagge di Formentera; non è il Pipita Higuan né Paul Pogba, al centro delle cronache estive, “stelle” di uno sport sempre più consacrato ai diritti tv e alle speculazioni economiche. Ma le lacrime di Viviani e il tricolore sulla pista di Rio hanno acceso, per una volta, l’orgoglio italiano. Lacrime di uno sportivo avvezzo, come molti interpreti dei cosiddetti sport “minori”, a una vita di sacrificio solo di rado illuminata dall’attenzione dei media e degli sponsor. “Non ce la faccio più”, ha confessato Tania Cagnotto, altra eroina olimpica: poche parole che racchiudono la dedizione estrema, ai limiti della sopportazione umana, all’agonismo, alla competizione, giornate di pesi e di palestra in cui lotti contro te stesso e la tentazione di mollare.

Uno sportivo, Viviani, che probabilmente è consapevole di consegnarsi, come molti dei nostri ori olimpici, a un nuovo oblio, fino al prossimo trionfo (se ci sarà); interprete di uno sport dalla bellezza struggente, troppe volte macchiato dall’onta del doping, dagli imbrogli e dai sospetti.

Il tricolore orgogliosamente agitato da Elia Viviani mi ha riportato a una visita di pochi giorni fa, a un altro tricolore “che sventolava, in modo quasi insolente”, nelle campagne di Calatafimi, issato dai garibaldini di fronte alle truppe borboniche. “No, non sono il custode, perché il custode viene pagato, io no”, sibila il sig. Angelo (nome di fantasia) mentre apre le porte del sacrario che conserva le spoglie dei caduti nella battaglia di Calatafimi, 15 maggio 1860. Arroccato in cima a una collina rude, il sacrario sembra voler far rivivere al visitatore le asprezze che le giubbe rosse dovettero affrontare per conquistare la posizione. Episodio controverso, come molti altri del Risorgimento italiano — ma non è questo il luogo per una ricostruzione storica; noto ai più per il “Qui si fa l’Italia, o si muore” che Garibaldi avrebbe tuonato a un titubante Nino Bixio.

Ciò che conta è il sacrificio di quei caduti, giovani, giovanissimi, in gran parte figli di quella che oggi qualcuno chiama “Padania”, supportati da un piccolo contingente locale. Bergamo, Pavia, Brescia, Como, il Nord che riposa nel cuore del Sud. Bergamasco era Adolfo Biffi, quattordicenne, il più giovane del contingente garibaldino. Veneta, come Elia Viviani, era Antonia Masanello, “che si era travestita da uomo”, racconta il sig. Angelo, per poter essere arruolata sotto il falso nome di Antonio Marinello. Qui, sferzate da un sole gattopardiano, riposano le spoglie dei garabaldini, a cui — in un tempo successivo– sembra siano state aggiunte quelle dei soldati borbonici. Una ricomposizione che sana le fratture di una guerra civile, un requiem che unisce nord e sud, garibaldini e borbonici.

Le lacrime di Viviani, il sangue di chi — mettendo da parte le disquisizioni storiografiche — si è sacrificato per un’idea. L’attaccamento forse ora più maturo, allora “selvaggio” e inconsapevole, a quella bandiera e a quei colori, l’Italia di oggi e l’Italia che nasceva. La pista di Rio e i sentieri polverosi di Calatafimi ci ricordano che, “purtroppo o per fortuna”, siamo italiani. Non solo quando ci sono le Olimpiadi o quando gioca la nazionale di calcio.