La rota (ovvero: ritratto del fisico mancato da cucciolo)

Si vede benissimo che ha una voglia matta di sapere cosa ci sia dietro quella porta.

Del resto, come non capirlo? La casa avrà in tutto meno di settanta metri quadrati calpestabili: appena si varca l’uscio, sulla destra c’è la porta della cucina, in cui un tavolo per quattro persone entra solo se lo si schiaccia contro la parete; tre passi lungo l’ingresso e questo già finisce nella stanza che forse adesso si chiamerebbe “living”, ma allora si chiamava solo “sala”, e ospitava nel suo approssimato rettangolo di tre metri per quattro sia il tavolo per i pasti, sia la televisione, sia un divano-letto, che solo da poco tempo aveva sostituito un lettuccio a una piazza. A fianco della sala si apriva la camera matrimoniale di mamma e papà, poi il bagno (niente doccia, solo la vasca: e di quelle corte, con dentro lo scalino, che allungarsi in vasca era lusso consentito solo ai minori di otto anni), e infine sulla sinistra della porta d’ingresso, l’altra camera, nota nel lessico famigliare come “cameretta”.

Casa popolare, operaia: casa piccola, specie per una famiglia canonicamente composta da cinque persone, che ai quei tempi tre figli erano quasi uno standard. La si poteva vedere tutta restando nel centro del piccolo ingresso, perché le porte restavano sempre rigorosamente aperte, anche quella del bagno. Spesso era aperta anche la porta d’ingresso; e se non lo era, aveva comunque le chiavi perennemente infilate nella toppa esterna, così si poteva entrare come e quando si voleva, senza rompere le scatole a chi era in casa. Per questo una porta chiusa era già un mistero da indagare.

Mio cognato (che non era ancora mio cognato) lo ricordo come fosse un adulto già in grado di possedere il mondo e dirigersi a passo deciso verso il futuro, ma oggi mi rendo conto che allora era solo poco più che un ragazzino. Doveva avere a malapena venticinque anni, in quel 1971, e addosso la normale curiosità e l’intraprendenza caratteristica di quell’età: e forse pure con la timidezza, diamine; era solo da poco che era “fidanzato in casa”, come si diceva, da poco calpestava i pavimenti d’orrida e proletaria graniglia dei suoi futuri suoceri. Mia sorella (che invece era già mia sorella) era attraversata da emozioni al tempo stesso simili e complementari. Mio cognato faceva l’università, era figlio di un maestro, ci teneva ad apparire sempre in forma e ben vestito; insomma, quasi borghesia medio-alto, dal nostro punto di vista; lei, innamoratissima, voleva fare (e far fare alla famiglia tutta) la migliore impressione possibile. Quindi, la porta della cameretta doveva restare chiusa, per forza. Assolutamente chiusa, e sì che l’avverbio “assolutamente”, oggi così frusto, a quei tempi non si spendeva facilmente.

Così, il canonico copione si stava ripetendo ancora una volta: il campanello del portone che annuncia l’arrivo, Carla che scatta a velocità comparabile a quella della zampa d’un gatto diretta verso la preda correndo a chiudere la porta della cameretta, quindi si precipita alla porta d’ingresso. Tutto in meno di quattro secondi, giusto quelli che servono a Roberto per superare i nove scalini che separano la strada dall’uscio. Poi Roberto chiede permesso, entra, saluta mia madre che forse sta preparando le tagliatelle (anzi, le “fettuccine”) sulla spianatoia, viene guidato da mia sorella verso la sala, dove probabilmente io sto occupando il tavolo per fare i compiti di terza media, mentre mio padre sta su una sedia a guardare la televisione o a leggere un libro. È nei citati tre passi dell’ingresso che a Roberto si legge in faccia la curiosità generata dalla porta chiusa della cameretta: curiosità che ha per complemento, per contrappasso, per reazione di newtoniana memoria gli occhi sbarrati di mia sorella, che troveranno pace solo quando riuscirà a farlo sedere in sala, al sicuro.

Ma un giorno — era inevitabile — l’inevitabile accade. Il rito si stava ripetendo come al solito, e forse già il secondo passo nell’ingresso era stato completato, quando dalla porta del bagno esce mio padre. Neanche il tempo di salutare il futuro genero (che in seguito avrebbe sempre chiamato “Giobberto”, per rendere onore alla pazienza che secondo lui doveva avere, per continuare a frequentare la sua diletta secondogenita), che i suoi occhi azzurri colgono la curiosità in quelli neri del giovanotto. Le due coppie d’iridi maschili si riconoscono e si intendono, gettando nella più cupa disperazione quelle femminili, azzurre e bellissime, di mia sorella: “Oh, Roberto! Vieni, dai… voglio farti vedere una cosa”, dice allegro mio padre, mentre la sua mano già stringe la maniglia della cameretta. Carla precipita nel terrore, si dispera, si dimena, lancia mute suppliche, gesticola in silenziosi affanni, pregando il genitore di non farlo: ma è evidentemente troppo tardi. La porta della cameretta si apre, le spalle di mia sorella crollano di mezza spanna: ogni difesa è ormai caduta, la porta è aperta, e adesso Roberto capirà, non potrà non capire, che la sua famiglia è infestata dalla pazzia. Del resto, come altro giustificare lo spettacolo che si apre di fronte agli occhi del suo ormai-forse-non-più promesso sposo? Là, nel centro esatto della stanza, campeggia enorme, trionfale, arrogante e impudente il marchingegno che avrebbe forse acceso l’entusiasmo di Tesla e magari mosso persino Faraday al sorriso: la “rota”.

Il termine andrebbe forse nobilitato dalla grafia “rôta”, alla toscana, ma non vale la pena di cercare quarti di nobiltà: era ed è parola dialettale, centroitalica, e non sta a significare nulla di più di “ruota”. Ma era bella, bella davvero, per dirla come una vecchia canzone; bella soprattutto ai miei occhi di tredicenne, che forse la vedevano più grande di quel che era in realtà, più magica, più scientifica. Due robustissimi cavalletti in metallo sostenevano dei pannelli di truciolato o compensato molto spesso, sui 7 o 8 centimetri, di forma quadrata, circa un metro e mezzo di lato: un robusto asse montato su cuscinetti a sfera passava per il centro dei pannelli ed era sostenuto, in qualche maniera che non ricordo esattamente, dai cavalletti. Asse rotante che era il cuore della parte mobile, della “rota” vera e propria; un cerchio sempre dello stesso legno dei pannelli, di raggio attorno ai 70 centimetri, fissato all’albero centrale e solidale con esso, e quindi libero di ruotare. Ma questa era solo la struttura passiva, meccanica, della rota. Quello che la rendeva misteriosa e affascinante erano le placche composte da centinaia, forse migliaia di piccoli magneti fissi applicati sui pannelli, e i dodici, o più probabilmente sedici (forse addirittura venti o ventiquattro, chissà), elettromagneti montati con precisione artigianale sul cerchio mobile: e soprattutto le centinaia di fili elettrici che correvano su ogni componente del marchingegno.

Ero molto affezionato a quei fili, perché contenevano il mio unico contributo fattivo alla rota (e, a pensarci adesso, forse anche l’unico contributo alla fisica sperimentale di tutta la mia vita): ero stato incaricato di marcarli uno ad uno, all’inizio e alla fine. Mio padre e miei zii mi avevano dato una serie di piccoli anelli di plastica con una cifra sopra: io dovevo comporre un ben preciso numero e infilarlo ad un capo del filo, e poi ripetere l’operazione, e ovviamente il numero, all’altro capo. Non saprei dire quanti fossero, ricordo solo che alcuni richiedevano anche tre cifre, e che questo infilare numeri sui cavi elettrici, come le mie coetanee infilavano perline nel filo, mi riempiva d’orgoglio.

Il risultato finale era qualcosa che non sfigurerebbe, oggi, sul set di un film steampunk, anche se non si vedeva un filo di vapore; assemblata, la ruota era alta quanto una persona, e altrettanto larga: gli elettromagneti che coronavano la parte mobile erano grandi e pesanti: per ognuno di essi, una gran quantità di filo rame avvolgeva un nucleo di lamelle di materiale ferromagnetico, e il tutto era tenuto insieme da nastro isolante nero. Il risultato finale era un blocco grande come un piccolo ananas da cui uscivano almeno quattro fili di rame, pesantissimo, probabilmente attorno ai due chili. Non ho mai saputo dove avessero trovato i soldi per il materiale: né mio padre, né zio Gigi o zio Mario erano famosi per avere soldi da spendere. Ricordo però la soddisfazione e l’orgoglio di mio padre quando riuscì a farsi regalare le lamelle di metallo che costituivano il cuore degli elettromagneti: era materiale di scarto per l’Acciaieria dove lavorava, e alla quale le aveva chieste. L’azienda gliele concesse (misteriosamente; mi chiedo spesso come avrà giustificato la richiesta mio padre, e come sarà stata la faccia del funzionario che acconsentì) e mio padre le portò a casa con molti viaggi in bicicletta. Non era stupito tanto d’averle ottenute, quanto piuttosto del documento di consegna, forse solo una bolla d’accompagnamento, con cui l’acciaieria aveva ufficializzato la transazione. Quel pezzo di carta ufficiale lo inorgogliva, chissà perché.

Per quello che oggi mi sembra un tempo molto lungo (ma forse non lo era: il tempo dei ragazzi è meravigliosamente dilatato), mio padre assemblò questi elettromagneti di sera: prendeva il numero opportuno di lamelle e le avvolgeva di spire e spire d’uno spesso filo di rame, che a me sembrava durissimo da piegare. In seguito, dopo che il cerchio di legno fu opportunamente tagliato e sagomato (chissà se da soli, o con l’aiuto di un falegname), lui e miei zii li sistemarono sulla rota. I fili correvano lungo il grande disco, ma non ricordo dove finissero, né come funzionassero i contatti tra parti mobili e fisse, né altro. Forse qualche elettromagnete era fissato anche nei pannelli, non ricordo neanche questo: ma di certo, i pannelli fissi erano pieni zeppi dei miei giochi di costruzione preferiti, la calamitine.

Mai avuti i Lego, da piccolo. Nemmeno i Plastic City, o altri mattoncini simili. Ma avevo le calamitine, perdinci. Centinaia di calamitine: parallelepipedi che avevano proporzioni non troppo lontane da quelle che Arthur C. Clarke scelse per il monolite di “2001 Odissea nello spazio”, 1–4–9, anche se le dimensioni erano decisamente diverse. Il lato più lungo era tra i due e i tre centimetri, e la faccia più grande aveva un perfetto foro al centro di tre millimetri di diametro, o giù di lì. Mi crearono perfino qualche problema a scuola, perché nei libri di testo i magneti erano sempre delle barrette (spesso bicolori, rosse e blu), con il polo nord e il polo sud ben collocati nelle facce più piccole del poliedro, e si comportavano di conseguenza: solo che i miei sembravano disubbidire agli esempi del libro, e mi ci volle un bel po’ prima di capire il perché. I poli Nord e Sud delle mie calamitine era piazzati sulle facce più grandi, e questo cambiava parecchio. La distonia tra i sacri libri di scuola e il comportamento della natura che osservavo sul tavolo della cantina dove giocavo mi procurò un’acuta crisi kuhniana, per fortuna risolta senza troppe rivoluzioni, grazie ad un’indagine indipendente condotta a scuola con da professore e compagni di classe messi alla caccia del mistero.

La cantina era il laboratorio di papà. Tra le molte altre cose, c’erano anche alcuni piccoli dischi di vetro, di una ventina di centimetri di diametro, con sopra incollate singole calamitine. Opportunamente montati, risultavano essere una sorta di modello in piccolo della rota, ma senza fili né elettromagneti: solo vetro e calamite. Dei tre fratelli, papà era quello che avrebbe voluto basare tutto e solo sulla geometria: mi faceva vedere il disco mobile di vetro con sopra incollate le calamite, incastrato fra due dischi fissi, che pure avevano calamite incollate, naturalmente con i poli (identici) rivolti verso quelli del disco mobile. Provando a far girare il disco mobile, le calamite facevano resistenza, ma forzando un po’ il disco scattava in avanti, quando la forza magnetica diventava non più nemica, ma facilitatrice della rotazione imposta. “Basterebbe riuscire a vincere la resistenza iniziale, e poi forse, con l’abbrivio…” mi diceva. E poi incastrava una calamitina come companatico fra due altre, con i poli identici a contatto: poi allentava un po’ la pressione, e il magnete centrale scappava via sul tavolo, percorrendo un bel tratto. “Possibile che non si possa imbrigliare tutta quest’energia’”, diceva. E quindi tornava a cercare la giusta posizione geometrica su come incollare le calamite.

Inutile negarlo, i tre fratelli Fabri (Fabri, già: che questo era il cognome originario di famiglia, almeno finché mio padre non decise che doveva certo trattarsi d’un errore, e registrò all’anagrafe i figli con la doppia “b”) cercavano il moto perpetuo.

Moto perpetuo che il mio genitore cercava per via geometrica, attrezzato di strumenti come quelli del mio traforo, seghetti da compensato e colla Artiglio; zio Gigi, classe 1908, andava invece per via teorica — almeno secondo lui — perché lui credeva nei “vortici”, un po’ come Cartesio. Maggiore dei tre, mai sposato, a lungo marinaio: scriveva libri, naturalmente manoscritti, e qualche anno dopo mi avrebbe pagato per batterglieli a macchina. Nel farlo gli mostrai che praticamente tutte quelle che lui chiamava “dimostrazioni”, per comprovare i suoi calcoli, erano in realtà argomentazioni circolari. Ci rimase un po’ male, e adesso mi dispiace, averglielo fatto notare. Abitava a Torino, in una sorta di bilocale al piano terra, dove una stanza era occupata da lui, e l’altra dal suo furgone con il quale ogni mattina andava a vendere maglie nei mercati rionali. Diceva d’essere poeta, forse aveva perfino ragione; di certo, se la mia sorella più grande prima e io poi siamo diventati torinesi d’adozione, è a causa sua.

Probabilmente, quello più attrezzato in teoria era invece zio Mario, che all’anagrafe faceva Pietro (no, mai capito perché venisse chiamato Mario, in realtà). Emigrato presto in Francia, a Bordeaux, subito dopo aver scandalizzato la piccola città umbra di provincia con il primo matrimonio di rito solo civile. Mi regalò uno stuolo di cugini e cugine, i cui nomi iniziavano tutti per “F”; sembrava non voler accettare altre inziali che non fossero FF, per la sua prole. Zio Mario forse un po’ aveva studiato, non so con certezza. Però ricordo che in quei tempi in cui le capsule Apollo andavano e tornavano dalla Luna, mi capitò di chiedergli qualcosa sull’assenza di gravità che provavano gli astronauti, o sul fatto che la Luna non cadesse, o sugli oggetti che galleggiavano nel vuoto. Mi rispose di non dar retta alla televisione, che non c’era mai assenza di gravità, e che non era vero che la Luna non cadesse: anzi, mi disse che Luna e astronauti non facevano altro che cadere, cadere continuamente, attorno alla Terra. Mi ci è voluto un po’ prima di capire che la risposta che mi dette frettolosamente era molto più esatta di quanto raccontavano mediamente giornali e telegiornali.

Non li avevo mai visti tutti insieme, prima, i tre fratelli. Forse era anche la prima volta che vedevo zio Mario, in quella primavera in cui costruirono la rota. Tra Terni, Torino e Bordeaux, i lati del triangolo erano troppo lunghi e costosi da percorrere, a quei tempi. Ma quella volta c’erano tutti. Con Paola da poco sposata e lontana, con Carla da poco trasferita sul divano letto, ero rimasto solo a dormire nella cameretta: ma per qualche settimana con me restò la rota, a farmi compagnia. Grandiosa e futurista, pesante e misteriosa, rendeva la mia cameretta un luogo stupendo, anche se molto, molto disordinato. Sarà anche stata la sustanziazione di un’innocua vena di follia familiare, forse, ma a me piaceva moltissimo.

Ma si può capire bene il terrore di mia sorella, quando infine la porta della cameretta si spalancò, mostrando a Roberto la rota in tutta la sua arroganza scientifico-proletaria. E Roberto spalancò gli occhi, e forse anche la bocca. Mentre mia sorella si nascondeva il volto fra le mani, lui entrò nel sancta-sanctorum, e rimase affascinato come solo uno studente di Lettere Moderne poteva rimanere affascinato da cotanto marchingegno. Gli girò intorno, fece domande, ebbe risposte. “Ma funziona?”, chiese poi alla fine.

“È difficile a dirsi…”, rispose mio padre. Provò forse a spiegare qualcosa, poi decise che era più semplice passare all’azione. Attaccò due grossi cavi ad una voluminosa batteria da automobile (forse addirittura da camion, non so). Si alzò qualche scintilla di prammatica durante il contatto, e infine dette un colpo alla rota per farla partire.

E la rota girava! Girava, girava forte, spaventosa e terribile. I cavalletti vibravano, i mobili vibravano, e quasi sempre vibravano anche le corde vocali di mia madre: “Rizié! Ancora???”

Girava e girava, mettendo in crisi le riunioni di condominio e gli infissi di casa, e adesso mi piacerebbe davvero tanto ricordare, sapere come fosse davvero organizzata, strutturata, costruita. Ma non ricordo niente di più del poco che ho detto.

“Difficile a dirsi,” diceva papà a Roberto, “perché per farla funzionare dobbiamo dargli un po’ d’energia tramite la batteria, sennò non riusciamo a superare l’opposizione magnetica.”

Alla fine, qualcuno dei fratelli — forse proprio mio padre — riuscì a convincere un paio di ingegneri dell’Acciaieria a venirla a vedere. Non ero presente, e non riesco ad immaginare la disperazione di mia madre o il panico di mia sorella. Dicono che gli ingegneri furono parecchio incuriositi e ragionevolmente stupefatti. Parlarono a lungo, e alla fine emisero il verdetto: non c’era moto perpetuo, certo no: e quello che i tre fratelli avevano costruito in fondo altro non era (seppur decisamente originale, e con un’architettura quanto mai insolita) che un grosso motore elettrico. Non so se parlarono poi di rendimento, ma ne dubito: alla fin fine, per abbattere l’attrito dell’albero rotante mio padre e i miei zii non indugiavano ad usare l’olio d’oliva, se non avevano di meglio. E oggi immagino che le grosse batterie si scaricassero assai in fretta.

Ma la storia finì comunque bene: Roberto, ancorché accusare gli ascendenti e i parenti di Carla di manifesta follia, si entusiasmò e si affezionò al futuro suocero, e qualche anno dopo imbastì con mia sorella il migliore dei matrimoni della storia della mia famiglia. Io dormii in compagnia della rota ancora un bel po’, finché non venne il momento — chissà mai perché — di smontarla. Finì a pezzi in cantina, dove a lungo ritrovavo calamitine, bobine, e fili elettrici con i numeretti di plastica che vi avevo infilato.

La mia carriera di fisico sperimentale finì lì, nel 1971. Quella da fisico teorico, non è mai cominciata; ma se incontro qualcuno che dice che la fisica è noiosa, beh… non posso che pensare che sfortuna abbia avuto, lui, a non avere una rota in camera, da ragazzino.

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