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La forza, l’affidabilità, il peso di una nazione si giudicano anche dalla politica estera che persegue e dal ruolo internazionale che svolge.

Guardando a come l’attuale maggioranza di governo si muove sulla scena europea e internazionale sconcerta la totale assenza di una visione e di strategie. Ogni giorno abbiamo manifestazioni di una navigazione senza bussola, senza rotta e senza una meta chiara di approdo.

Per un verso il Presidente Conte e il Ministro Moavero ribadiscono la fedeltà ai pilastri che storicamente hanno caratterizzato la politica estera italiana: multilateralismo, alleanza atlantica, integrazione europea, proiezione mediterranea. …


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Alla fine la TAV si fa. Non poteva che essere così, stante che tutti i dati obiettivi dimostrano il carattere strategico di quell’opera. Basta ricordare che:

- transita attraverso i valichi con la Francia (Ventimiglia, Frejus, Monte Bianco) il 51% del nostro import-export nell’ Unione Europea;

- l’assenza di infrastrutture ferroviarie adeguate fa sì che oggi quell’enorme flusso di merci viaggi su oltre 3 milioni di Tir, con un impatto ambientale nettamente superiore al trasporto ferroviario;

- l’attuale linea Torino-Lione è del 1871 e, nonostante i successivi adeguamenti, consente soltanto il passaggio di convogli corti, a velocità ridotta, a traffico alternato. …


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Il ministro Salvini continua a perseguire una linea di chiusura dei porti, impedendo lo sbarco di profughi e migranti raccolti in mare. Una linea non solo inumana, ma anche velleitaria. Negli stessi giorni in cui la Gregoretti era costretta a rimanere in mare, barchini di poche decine di migranti sbarcavano in diversi lidi siciliani, a dimostrazione che non si possono blindare 8.000 km di coste del nostro Paese.

Così come è del tutto velleitaria la idea di schierare la Marina militare per bloccare l’arrivo di eventuali barche. Perché di fronte a una barca carica di migranti certamente una nave militare non potrebbe aprire il fuoco, né speronarla rischiando di affondarla, né abbandonarla in mare. …


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Quando 24 anni fa con la pace di Dayton si mise fine alle guerre balcaniche — le uniche guerre conosciuta dall’Europa dal ’45 ad oggi — e si riconobbero le nuove nazioni indipendenti sorte sulle ceneri della Jugoslavia, la comunità internazionale indicò nella loro integrazione nelle istituzioni euro-atlantiche l’obiettivo strategico per dare stabilità e sicurezza alla regione. …


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Ogni qualvolta scoppia un conflitto armato, la diplomazia internazionale, per dare forza alla propria iniziativa di mediazione, ammonisce: “non c’è soluzione militare, la soluzione deve essere politica”. Naturalmente non si può che essere d’accordo. E tuttavia se guardiamo a quel che succede nella realtà, quella affermazione appare assai meno scontata.

Da nove anni la Siria è scossa da una guerra civile sanguinosa che ha prodotto migliaia di vittime, distruzioni di intere città, milioni di profughi e sfollati. E nonostante le Nazioni Unite abbiano perseguito una soluzione fondata su negoziati tra le parti in conflitto, l’epilogo verso cui ci si avvia non sarà figlio dei colloqui di Ginevra, ma delle conquiste militari sul campo: con le armi Assad ha riconquistato il controllo di gran parte del territorio siriano; con le armi gli avversari di Assad cercano di non farsi reprimere; con le armi i curdi hanno sconfitto l’Isis e hanno difeso la loro autonomia da Assad; con le armi i turchi hanno occupato l’enclave di Afrin. …


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“Tanto tuonò che piovve”. L’annuncio della Commissione Europea che l’Italia è passibile di una procedura d’infrazione per eccesso di debito fotografa una dura realtà. Pochi giorni prima la Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia (Roma, 31 maggio) — di cui consiglio vivamente la lettura integrale — delineava già un quadro impietoso e allarmante della condizione economica del Paese. Cose peraltro in questi mesi più volte denunciate, ma le parole del Governatore e l’annuncio di Bruxelles non lasciano spazio a sottovalutazioni o furbizie e obbligano tutti a fare i conti con la realtà: l’Italia è un paese fermo e il rischio del declino incombe. La crescita è stimata nello 0.1, realizzando il più basso trend dei 28 paesi europei. Il sistema produttivo non investe a sufficienza, sopratutto in innovazione tecnologica, scontando così un basso livello di produttività e competivita’. Gli investimenti pubblici — a partire da quelli infrastrutturali — segnano il passo e anche là dove le risorse sono state stanziate si sconta una capacità di realizzazione modesta. Un contesto che non soddisfa la domanda di lavoro, in particolare di giovani e donne, le cui percentuali di inoccupazione sono tra le più alte in Europa.
Una condizione di paralisi, dovuta non solo a fattori congiunturali esterni (la minore crescita della Germania e il rallentamento della Cina che riducono l’effetto traino sulle
esportazioni italiane), ma anche al clima di forte incertezza che promana da un governo inconcludente, confuso e dedito più ad allargare spesa corrente e deficit che a sostenere investimenti e competitività. I “pezzi forti” su cui il governo ha scommesso — reddito di cittadinanza e pensioni a quota 100 — si sono rivelati un boomerang: il reddito di cittadinanza assorbe una notevole quantità di risorse, senza peraltro che molti dei beneficiari ne traggano reale sollievo (per molti poche centinaia di euro, al di sotto dei 780 annunciati) e il pensionamento a quota 100 si conferma molto costoso e fonte di maggiore indebitamento dello Stato, non compensato fino ad oggi da assunzioni sostitutive dei pensionando. E peraltro per finanziare quelle due misure si sono sforbiciate le pensioni (non sole quelle alte) e stornate risorse dagli investimenti, tagliando importanti capitoli di spesa sociale, il fondo nazionale trasporti, le quote di cofinanziamento dei progetti europei, gli investimenti infrastrutturali. E poiché anche con quei tagli i conti non quadrano e ancor di meno si sa come scrivere la legge di bilancio 2020, il governo si predispone ad aumentare l’IVA (misura peraltro sempre sdegnosamente smentita) con effetti di rincaro di tutti i prezzi e riduzione di capacità di spesa dei redditi di persone e famiglie. Se a tutto questo si aggiunge la proposta di introduzione di una flat tax — che se attuata ridurrebbe di non meno del 30% le entrate da gettito fiscale — la situazione rischia davvero di uscire da ogni possibilità di controllo.
Uno scenario che già oggi produce un duplice perverso effetto: il deficit 2019 previsto nel 2.04 — cifra che il Governo aveva convenuto con Bruxelles — in realtà sarà superiore al 2.5%. E il debito schizza ulteriormente in alto, superando quota 135 sul PIL. Lo spread sfiora quota 300 e per evitare che gli investitori smettano di sottoscrivere titoli italiani, lo Stato e costretto a offrire tassi di interesse sempre più alti. E si rischia che siano ritenuti più affidabili i titoli greci di quelli italiani.
Tutto questo, si badi bene, in un Paese che — nonostante le molte criticità ricordate dal Governatore di Bankitalia — è il secondo sistema manifatturiero europeo, ha alta capacità esportativa, esprime produzioni di alta qualità. E in grado — come dimostrato dai trend 2013–2017 — di realizzare tassi di crescita ben più significativi degli attuali.
Non solo, ma la relazione del Governatore della Banca d’Italia dimostra quanto sia falsa la tesi secondo cui le difficoltà dell’Italia derivino dall’Unione Europea e dall’euro. “Saremmo stati più poveri senza l’Europa. Lo diventeremmo se ne diventassimo avversari” scrive il Governatore che sottolinea “le nostre difficoltà non dipendono dall’euro, ne’ dall’Unione Europea. Quasi tutti i paesi UE infatti hanno risultati migliori dei nostri”.
Insomma, quel che emerge ogni giorno di più e’ la sconcertante inadeguatezza di un governo e di una classe dirigente priva di un progetto di crescita e di una visione di progresso in grado di mobilitare le energie del Paese e di raccogliere la fiducia dei cittadini, degli investitori, dei mercati. Serve una radicale svolta di indirizzi, di scelte, di modo di governare. E poiché l’attuale maggioranza non appare consapevole dei pericoli che corre il Paese, serve una mobilitazione della società italiana, dei suoi tanti mondi, delle sue competenze, delle sue professioni, delle sue intelligenze e delle migliori energie per far comprendere a chi guida l’Italia che bisogna fermare la deriva verso il naufragio. …


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Il voto amministrativo — contemporaneo alle elezioni europee — ha dato esiti particolarmente significativi. Il PD vince al primo turno a Firenze, Bari, Modena, Pesaro, Lecce e Bergamo e al ballottaggio si afferma a Reggio Emilia, Prato, Livorno, Cremona, Rovigo, Verbania. Nei Comuni con più di 15.000 abitanti il PD supera il 30% dei voti. Sul totale dei 3800 Comuni al voto, le liste PD e civiche di centrosinistra ne conquistano più della metà. Là dove il PD ha radici più profonde — in Emilia, Toscana, Puglia, nelle aree metropolitane di Milano, Torino e Napoli — il centrosinistra elegge i Sindaci in oltre il 70% dei Comuni. In Emilia — nonostante i risultati di Ferrara e Forlì — PD e centrosinistra si affermano in 174 Comuni (75%) su 235 al voto. E l’equivalenza Ferrara=Emilia che la Lega vorrebbe accreditare è smentita dalle cifre. Sono dati significativi che — uniti all’esito di primo partito ottenuto dal PD nel voto europeo in tutte le principali città italiane — testimoniano di un partito con radici profonde nella società. Un voto che dice che il PD è l’unico argine alla destra e in grado di offrire all’Italia una alternativa di governo.
Reciprocamente il crollo di consensi di M5S nei Comuni è ancora più forte della sconfitta alle europee. Mentre anche nel voto amministrativo si riscontra la forza della Lega, un partito che governa regioni e comuni e gode di una struttura organizzata nei territori.
A dispetto di troppe semplificazioni si conferma insomma che per raccogliere consenso in modo non effimero contano le radici. Essere radicati è indispensabile per avere relazione con un territorio, le sue peculiarità e le sue articolazioni sociali. Cosí come è sul radicamento e nella concretezza della realtà che si innesta la selezione del personale politico e la formazione di una classe dirigente. E avere radici è la condizione perché un partito sia non solo organizzazione, ma anche comunità di donne e uomini uniti da comuni valori e dalla volontà di costruire un comune destino.
Esserne consapevoli è decisivo per un partito che abbia l’ambizione di rappresentare la società e voglia ottenerne la fiducia. …


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Il voto espresso il 26 maggio dagli elettori europei ridisegna la geografia politica del continente e pone interrogativi a cui tutti sono chiamati a rispondere.
Sollecita prima di tutto una riflessione non propagandistica alle forze politiche che hanno chiesto un voto contro l’attuale Unione Europea. Al netto del successo della Lega, lo sfondamento nazionalpopulista non c’è stato. Il Front National in Francia ha ottenuto lo 0.9% in più di Macron, non andando molto al di là dei consensi delle presidenziali di tre anni fa. In Ungheria il partito di governo ha confermato alti consensi già ottenuti, che tuttavia nessuno pensava si sarebbero ridotti. In Polonia al 43% raccolto dal PIS, partito euroscettico di governo, fa da contrappunto un non scontato 38% raccolto dal rassemblement europeista. E in Gran Bretagna il ragguardevole 32% raccolto da Farage è in ogni caso inferiore di venti punti al 51% raccolto al referendum dai Brexiters. In tutti gli altri paesi i consensi di forze antieuropee o euroscettiche oscillano tra il 15 e il 10% o anche meno, come il crollo di consensi del partito di Wilders in Olanda, di Vox in Spagna, di Alba dorata in Grecia, dei Veri Finlandesi e dei Democratici Svedesi. Uno scenario che si ritrova negli equilibri del Parlamento Europeo dove gli eletti di partiti euroscettici o antieuropei si attestano intorno al 20% — per di più frammentati in più gruppi parlamentari — a fronte di 4/5 di parlamentari appartenenti a gruppi pro Europa. In altri termini, onestà intellettuale vuole che si prenda atto che le forze proeuropee — sia pure con programmi diversi — hanno ottenuto un netto e largo consenso.
La stessa onestà intellettuale richiede che anche chi ha chiesto un voto per proseguire il processo di integrazione si interroghi sulle ragioni che hanno spinto una parte dell’elettorato ad affidare la sua rappresentanza a forze antieuropee. Non c’è dubbio infatti che molti cittadini abbiano maturato la convinzione che l’Unione Europea non rappresenti una convenienza ma un peso, imputando alle istituzioni di Bruxelles politiche lontane dalle loro aspettative. Che questa convinzione sia stata propagandisticamente diffusa dagli avversari dell’UE attribuendole anche molte responsabilità che non ha, non riduce il fatto che molti cittadini l’abbiano creduta vera. Così come non vi è dubbio che chi ha vissuto sulla propria pelle i colpi della crisi ha ritenuto l’UE responsabile di mancata protezione. Sono ragioni che devono spingere chi ha chiesto un voto per l’Europa a mettere in campo una profonda revisione sia delle politiche europee, sia degli assetti organizzativi e delle procedure decisionali dell’Unione.
Si è molto usata negli ultimi mesi l’espressione “nuova Europa”: se non si vuole ridurla a una formula retorica, adesso occorre mettere in campo le tante “innovazioni” necessarie.
Una politica economica che metta al centro investimenti e creazione di lavoro — e non solo equilibri di bilancio — impone che si sottragga la spesa per investimenti dal computo del deficit e si consenta all’Unione di disporre di risorse proprie reperite sul mercato dei capitali con emissione di titoli. Per evitare forme di dumping e concorrenza tra paesi dell’Unione e’ ineludibile che a moneta unica e mercato unico debbano corrispondere l’armonizzazione della fiscalità, dei mercati del lavoro e delle regole di ingaggio degli investimenti. E gli Accordi di Parigi offrono una formidabile occasione per fare dell’Europa il luogo di avanguardia di uno sviluppo sostenibile.
La coesione sociale non può esaurirsi solo nei fondi strutturali — che pur sono stati preziosi — ma richiede strumenti europei nei sistemi di protezione sociale, di previdenza e di tutela sanitaria. Così come le dinamiche demografiche — che nell’arco di questo secolo vedranno il continente europeo ridurre la propria popolazione — richiedono un contributo demografico aggiuntivo che sollecita finalmente a dotarsi di una politica europea dell’immigrazione. Oltreche’ una strategia per lo sviluppo dell’Africa che alla fine del secolo raggiungerà i 4 miliardi di abitanti (il 40% della popolazione del pianeta).
E, last but not least, le turbolenze che scuotono il mondo — a partire da ciò che accade nel Mediterraneo — richiedono che gli Stati europei si liberino della “gelosia delle nazioni” per conferire davvero all’Unione gli strumenti e le responsabilità di una politica estera e di sicurezza comune.
So bene che ciascuno di quei dossier richiede scelte difficili, quali la condivisione di responsabilità oggi spesso gestite da ogni Paese in solitudine e il riconoscimento di ambiti di sovranità all’Unione. …


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Insieme al voto europeo, il 26 maggio si voterà anche per eleggere Sindaci e amministratori locali in 3800 Comuni e Presidente e Consiglio Regionale del Piemonte. Un voto altrettanto importante perché la gran parte dei servizi e delle prestazioni pubbliche di cui godono i cittadini sono gestiti e erogati dai Comuni.

Non c’è materia significativa — dalle politiche per l’infanzia ai servizi per gli anziani, dalle iniziative per l’attrazione degli investimenti alle politiche per il lavoro, dalla tutela ambientale agli investimenti per la mobilità e le infrastrutture, dalle politiche culturali alle misure di sostegno alle persone fragili, dalle azioni per una effettiva parità di genere e alla tutela dell’orientamento sessuale di ogni persona, dalla gestione dell’immigrazione alle misure per la sicurezza dei cittadini — che non veda Sindaci e amministratori locali in prima linea. …


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Le elezioni europee del 26 maggio saranno molto diverse da tutte le precedenti consultazioni per il Parlamento di Strasburgo. Nelle precedenti consultazioni — dalle prime del ’79 alle ultime del 2014 — non si manifestavano sostanziali diversità di posizioni tra le forze politiche. Tutte si dichiaravano in favore dell’integrazione europea. Tant’è che le consultazioni europee erano in realtà delle elezioni politiche di “mezzo termine” con cui in ogni paese si misuravano i rapporti di forza tra i partiti a livello nazionale.

Questa volta non sarà così. Per la prima volta gli elettori dovranno scegliere tra chi pensa che lo spazio e il luogo della nostra vita è l’Europa e chi invece vuole demolire la casa europea per chiudersi dentro i recinti nazionali. Un voto che cade in un momento delicato per l’Unione Europea stretta tra Brexit, spinte centrifughe (i Paesi di Visegrad), crisi mediterranee, offensiva dei movimenti antieuropei. …

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Piero Fassino

Deputato del Pd e vicepresidente Commissione Esteri e membro Consiglio d’Europa. Presiede il CeSPI. Ultimi libri: Pd Davvero (2017) e Tav, perché si (2018).

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