Di ritorno da Cuba — Osservazioni di un viaggiatore interessato

Non sono osservazioni “a freddo” quelle che provo a riordinare al rientro dal mio secondo viaggio a Cuba. Il distacco razionale é lontano mille miglia dal mio stato d’animo di queste ore.
Neanche pretendono di cogliere più di quanto possa obiettivamente interpretare un viaggiatore, interessato a valutare, in primo luogo, se nell’attuale situazione politica e sociale cubana si possano ravvisare elementi di diversità rispetto al fallimento totale delle esperienze del cosiddetto socialismo reale. Oltre ogni richiamo nostalgico, provo piuttosto a capire se nelle dinamiche sociali della Cuba di oggi ci siano elementi che consentano di ragionare sulla praticabilità di una alternativa al “modello unico” che propinano quotidianamente a noi, cittadini del primo mondo, e ai paesi in via di sviluppo.
Nel vano tentativo di recuperare un po’ di distanza dalle sensazioni che mi porto dietro, comincerò dalle osservazioni di segno negativo.
L’economia socialista cubana non produce il reddito sufficiente ad una adeguata remunerazione del lavoro. Anche se rapportati al basso costo della vita e sostenuti dalla distribuzione sociale di alcuni alimenti primari, i salari pubblici e delle imprese statali sono insufficienti e la famiglia cubana si adatta a svolgere attività parallele per integrare il reddito. La situazione è andata gradualmente migliorando con la recente liberalizzazione delle attività economiche minori che ha condotto al rapido sviluppo di circa 250.000 cuentapropistas nei settori aperti all’iniziativa privata (ristoranti, negozi, b&b, artigiani, trasportatori, coltivatori diretti etc…). Oggi la situazione economica ha superato le ristrettezze drammatiche del periodo especial, ma molto resta da fare per differenziare la produzione e i servizi, efficientare i settori già aperti al commercio e incrementare il reddito medio. A Cuba manca una dialettica democratica fondata sul confronto organizzato delle diverse opzioni politiche. Questo non significa affatto che manchino forme articolate di partecipazione civica. La rete territoriale di rappresentanza parte infatti dal barrio, un equivalente del nostro quartiere, che elegge ogni due anni un suo delegato/a, tenuto a riunire, almeno ogni due mesi, l’assemblea degli elettori. Ogni barrio esercita in questo modo il controllo sui servizi e sull’organizzazione sociale. Ho avuto modo di assistere casualmente ad un’assemblea di barrio che discuteva animatamente sul funzionamento del proprio consultorio medico, richiamando duramente all’ordine il dottore che non rispettava gli orari di apertura e ho immaginato a rispondere in quel consesso il mio medico di base che se ne fotte beatamente del rispetto delle regole… Dal barrio si procede con la stessa logica, con l’elezione di delegati, alla zona, al municipio (equivalente al nostro comune), al consiglio provinciale.
Un dettaglio: tutti i rappresentanti politici locali cubani sono volontari, non ricevono una lira per il loro impegno che si aggiunge al loro normale lavoro quotidiano. Scusate se é poco…
Questa articolata rete é l’architrave della società cubana, il fattore che ha consentito al paese di reggere nei momenti più duri della storia recente e passata. Però è un dato di fatto che queste forme di rappresentanza non producono (o gli viene impedito di produrre ?) un confronto di posizioni organizzate su vasta scala, pur essendo, a mio giudizio, il popolo cubano culturalmente pronto per un salto di qualità di questa natura. Causa ed effetto della carenza di dialettica politica sono il monolitismo dell’informazione e la sostanziale preclusione dell’accesso a internet.
Difetti non da poco quindi, che attengono alla qualità dell’economia e del processo democratico e che vengono generalmente giustificati con lo stato di assedio vissuto per 50 anni dall’isola, con l’imposizione di un assurdo embargo commerciale e con l’ingombrante influenza della principale potenza mondiale impegnata a finanziare e sostenere attività rivolte a rovesciare il regime socialista. Condizioni esterne che oggi stanno venendo meno. Il commercio internazionale di Cuba é ormai vivace e in crescita con diversi paesi asiatici e latinoamericani e l’odiato bloqueo americano si avvia ad essere revocato. Proprio perché sta venendo meno ogni alibi esterno, l’eventuale permanenza dei limiti allo sviluppo democratico ed economico di Cuba sarà attribuibile, nei prossimi anni, solo alla responsabilità dell’attuale dirigenza cubana.
Veniamo ora alle osservazioni di segno positivo.
La rivoluzione cubana ha sradicato l’analfabetismo e l’ignoranza dal paese ed è stata in grado di andare oltre, con un sistema di istruzione, dalla scuola primaria all’università, totalmente gratuito, cui è dedicato il 13% del bilancio nazionale (in Italia il 4,6%), sistema considerato all’avanguardia fra i paesi in via di sviluppo. Al di là dell’aspetto formale dei titoli (a Cuba si laurea una percentuale di giovani superiore a quella del nostro paese) quello che si percepisce è un livello culturale diffuso assolutamente inusuale in rapporto alle condizioni economiche e un interesse alla cultura che travalica l’ambito scolastico. A parte la rete di musei, di rilievo assoluto è la qualità delle espressioni musicali, in particolare nei gruppi giovanili, con le “case della cultura e le “case della trova” attive nelle città e nei piccoli centri. Solo a Cuba può capitarvi di sentire della musica uscire da un cortile della periferia di Trinidad, di entrare a curiosare, e di trovare uno straordinario gruppo giovanile, in grado di fare faville in un qualunque nostro palcoscenico, che si esibisce per i vicini di casa. Solo a Cuba può capitarvi di essere accolti un sabato pomeriggio in una sorta di centro culturale di quartiere a Santiago e trovare intere famiglie della zona che assistono alla lettura di poesie e all’esibizione musicale spontanea di alcuni abitanti della zona.
Ritengo che anche il sistema sanitario cubano andrebbe, con molta modestia, esaminato a fondo da chi si occupa dalle nostre parti di salute e programmazione sanitaria. Con la povertà di mezzi a disposizione nell’isola hanno messo in piedi un sistema che chiamano “medicina general integral”, fondato sulla prevenzione territoriale e sull’integrazione fra la medicina allopatica e quella naturale. In questo caso faccio parlare i risultati: il tasso di mortalità infantile a Cuba è inferiore a quello statunitense, mentre è superiore rispetto al loro ricchissimo e ostile vicino, la speranza di vita media degli abitanti (78,3 anni a Cuba contro 78,2 negli Stati Uniti, secondo i dati diffusi dall’Onu e relativi al periodo 2005–2010). Cuba inoltre, e questo è un altro elemento singolare, esporta salute in almeno 30 paesi in via di sviluppo attraverso progetti di cooperazione, mentre circa 20.000 giovani provenienti dagli stessi paesi, ma anche dalla Cina, sono ospitati gratuitamente nell’isola per studiare medicina. Ho accompagnato chi viaggiava con me a curarsi nell’ospedale “Lenin” di Holguin, una cittadina dell’est di Cuba: probabilmente non l’avrei fatto se fossi stato in un altro paese “povero”.
Altro fattore meritevole di approfondimento è quello della sicurezza. Qui non sono in grado di fornire statistiche o dati comparativi, ma mi permetto di riferire le mie sensazioni di viaggiatore con esperienze in diversi paesi in via di sviluppo, anche in quell’area geografica (Messico, Guatemala, Belize). A Cuba non esiste il “coprifuoco” per i turisti nelle ore serali, la sensazione di circolare liberamente e al di fuori dei rischi da microcriminalità è diffusa anche negli altri occidentali che ho incontrato e anche nelle città, senza quella presenza capillare delle forze di polizia che si osserva, per esempio, in Brasile. Qualcuno ritiene di ricondurre questa peculiarità al carattere mite dei cubani, io penso invece che l’indole personale centri poco o nulla. Chi sopravvive nelle favelas di San Paolo o nelle analoghe bidonville di Bombay vede rappresentata plasticamente dall’altra parte della sua stessa strada la violenza dei rapporti sociali, con il vicino straricco che si gode la sua villa con piscina e che si muove con l’elicottero privato. Questo a Cuba non può succedere.
L’ecologia: qui la necessità ha creato virtù e i cubani sono divenuti dei fantasiosi creativi del riciclaggio. A parte le impressionanti autovetture americane degli anni ’50, che circolano tranquillamente a 60 anni dall’immatricolazione, e la interessante rete di aree naturali protette, c’è da osservare che il WWF internazionale ha classificato il paese fra i pochi al mondo che si collocano in un quadro di sostenibilità, nell’ambito della cosiddetta “impronta ecologica” che misura il nostro impatto ambientale sul pianeta.
Viene da chiedersi come giustifichino queste “anomalie” di Cuba quei sepolcri imbiancati del Fondo Monetario Internazionale che da anni ci propinano le teorie dell’aggiustamento strutturale e della priorità del commercio estero come panacea di tutti i mali per i paesi in via di sviluppo. Una robusta riforma agraria, in grado di cancellare il latifondismo, e l’investimento pubblico prioritario in sanità e istruzione si mostrano ben più efficaci delle rigide ricette condite a Washington.
Termino le mie osservazioni con una prerogativa che anch’essa non rientra nelle statistiche ufficiali: la solidarietà. Solo a Cuba può capitarvi che il macchinista di un treno locale, come se fosse la cosa più normale del mondo, innesti la macchina indietro perché vi siete dimenticati la macchina fotografica alla stazione di partenza e che i pendolari che dividono con voi la carrozza si mettano ad applaudire quando, imbarazzati, tornate a bordo con l’oggetto recuperato. Solo a Cuba può capitare che gli effetti di un disastroso uragano sulla città di Santiago vengano rapidamente cancellati non solo dalla defensa civil, una protezione civile straordinariamente efficace per un paese in via di sviluppo, ma dall’attivazione in tutto il paese di una rete di volontari (muratori, elettricisti etc) corsi a sostegno della popolazione colpita. Una solidarietà che mi sembra anche scaturire da un tratto comune del popolo cubano, che si avverte particolarmente in quanto “merce rara” dalle nostre parti: un grande amore per il proprio paese che prescinde dalle opinioni del tuo interlocutore, sostenitore o critico nei confronti del governo.
Solidarietà. Un concetto così presente nella teoria e nell’ esempio di un simpatico giovanotto vissuto a Cuba, la cui effigie troppo spesso ci piazziamo sulle magliette senza coglierne a fondo il messaggio. Quel simpatico giovanotto che teorizzava la nascita di un hombre nuevo come necessario presupposto per lo sviluppo del socialismo e che, arrivato al culmine della popolarità e del potere nel paese che l’aveva adottato, decise di rinunciare a tutto per tornare a combattere altrove l’oppressione.
Forse un frammento, solo un frammento, di quell’ hombre nuevo é nato a Cuba ? Lascio il punto di domanda perché le mie limitate conoscenze del paese non mi consentono di fare affermazioni cosi impegnative, ma la mia opinione, a questo punto, penso che l’abbiate compresa.
L’isola felice non esiste e probabilmente non esisterà mai, ma dobbiamo il massimo rispetto e la massima attenzione a chiunque ieri, oggi o domani, ha provato e proverà a costruire qualcosa di diverso, i loro fallimenti o i loro parziali successi sono comunque preziosi. Non è un esercizio intellettuale o un mero riconoscimento formale, ma un’esigenza oggi più vitale che mai. Fermare la macchina lanciata a tutta velocità verso il disastro economico, sociale e ambientale, é questa l’unica partita che vale la pena di provare a giocare.


P.S.: fra gli italiani che si recano a Cuba in vacanza persiste la squallida presenza di una quota di stronzi, di tutte le età, alla ricerca di sesso low cost. A questa pessima fauna nazionale, che esporta danni sociali permanenti in giro per il mondo, andrebbe ritirato il passaporto e comminata qualche feroce pena accessoria di stampo medioevale…

P.S. n.2: i gufi che hanno annunciato in questi giorni, per l’ennesima volta, la morte presunta di Fidel Castro, si rassegnino. La scomparsa di Fidel, che prima o poi si verificherà effettivamente come per tutti gli esseri umani, non provocherà il crollo di Cuba.