Celtic e il norvegese: un connubio da rivedere

Il riassunto di una stagione

La stagione 2016/17 non entrerà certamente nella memoria dei tifosi come una delle più esaltanti: tutt’altro. Frutto di una campagna acquisti non certo eccezionale, a Celtic Park giungono diversi giocatori con buone prospettive; si tratta per lo più di giovani promesse (Allan, Christie, Janko, Boyata, Blackett) il cui arrivo spinge altri giovani giocatori già presenti in rosa ad andare in prestito (Henderson, Fisher) creando spesso un sovraffollamento in determinate posizioni, specialmente in centrocampo. Paradossalmente altre aree vengono trascurate: per esempio l’attacco, dove a Griffiths viene affiancato il centravanti del Dundee United Nadir Ciftci, lasciando l’affidabile Stokes in un ruolo di riserva. In porta arriva Bailly, giocatore di esperienza ma che toglie la possibilità di comprare un altro portiere di sicuro talento quale Scott Bain del Dundee.

La stagione comincia con la facile vittoria contro gli islandesi dello Stjarnan (6-1 l’aggregato) in Champions, ma sin da subito appaiono evidenti i limiti difensivi e caratteriali di questa squadra e soprattutto quelli tattici del suo allenatore: affidandosi sempre alla stessa formazione (4-2-3-1) senza modificare le tattiche in rapporto agli avversari, Deila si espone non solo alle critiche di tifosi e giornalisti ma anche a critiche interne allo spogliatoio. Spesso infatti si affida ai suoi ‘pupilli’ anche quando questi sono completamente fuori forma o non ideali per l’approccio alla partita in questione. Nel terzo turno dei preliminari di Champions il Celtic supera a fatica il Qarabag, una squadra azera tutt’altro che formidabile, e poche settimane dopo pareggia col Kilmarnock in campionato con una prestazione opaca. Nonostante si riprenda con una vittoria contro l’Inverness la squadra perde la concentrazione, permettendo agli avversari, fin lì inesistenti, di tornare in partita. La stessa cosa accade contro il Malmø in Champions compromettendo definitivamente la qualificazione ai gironi una settimana dopo. Infatti in Svezia la sensazione è che i giocatori abbiano piantato in asso Deila e giornalisti e tifosi cominciano a chiedere la testa del norvegese. E non sarà l’ultima volta che ciò accade.

In campionato si susseguono risultati altalenanti ma soprattutto la squadra non convince e, complice una partenza di stagione decisa da parte dell’Aberdeen, si trova a inseguire. Nel girone di Europa League la squadra dimostra tutti i suoi limiti: in sei partite non ottiene nemmeno una vittoria (peggior campagna europea di sempre nella storia del Club), due volte in vantaggio ad Amsterdam si fa recuperare dall’Ajax; vincendo con due goal di vantaggio contro il Fenerbaçe si fa rimontare in seguito a due errori individuali; al ritorno con l’Ajax in casa riesce a perdere una partita dov’era passata in vantaggio nei minuti iniziali. Ma è con il Molde, una squadra norvegese di poche pretese, che la stagione prende la piega peggiore: due sconfitte, in casa e fuori, sono contornate da errori tattici di Deila mentre in campo alcuni giocatori appaiono svogliati. All’andata in Norvegia si consuma la rottura totale tra Commons e lo staff tecnico: il giocatore, che era l’unico che stesse onorando la maglia (e che risulterà autore di 4 goal e 2 assist in 6 partite europee) viene sostuito; non accettando la scelta tecnica dà vita a un aspro diverbio con Collins, il vice di Deila, indicando i tifosi in trasferta che inneggiavano al suo nome. Per molti rappresenta la chiara dimostrazione che lo spogliatoio è spaccato e che Deila, tatticamente deplorevole, deve andarsene. Commons sarà costretto a scusarsi e le sue presenze in prima squadra risulteranno drasticamente ridotte in seguito a quest’episodio, nonostante ogni volta dimostri di essere un’arma in più. Sul fronte domestico la situazione migliora, poiché, una volta riconquistata la prima posizione in campionato, il Celtic non la cederà più. In Coppa di Lega conquista la semifinale, dove viene sorteggiato col Ross County, squadra compatta ma non irresistibile. A sorpresa arriva un incredibile scivolone in casa contro il Motherwell – anche in questo caso la squadra si perde una volta in vantaggio –, e una faticosissima vittoria contro il Partick nel derby di Capodanno, risolto da un goal di Griffiths su assist di Commons nei minuti di recupero. In questa situazione la frustrazione dei tifosi cresce e lo stadio si svuota. Griffiths assurge al ruolo di macchina da goal fondamentale per il cammino della squadra in campionato; pochi o nulli risulatano essere i contributi dei neo-acquisti Ciftci, Cole, arrivato a ottobre, e più tardi di Kazim Richards, acquistato a gennaio. Nel frattempo il giovane Kieran Tierney diviene il terzino sinistro titolare, rubando il posto al veterano Izaguirre e dimostrando carattere e tenacia in una squadra generalmente scialba e impalpabile. Gordon, che nella stagione 2014/15 aveva dimostrato una forma eccezionale, denota un vistoso calo dal quale si riprenderà solo a stagione avanzata, anche se numerosi goal si potrebbero attribuire a una difesa deplorevole e continuamente rimaneggiata dall’allenatore. In questo reparto Ambrose, Boyata e Blackett risultano essere vere e proprie mine vaganti, regalando goal e compromettendo più di una partita anche contro avversari decisamente inferiori tecnicamente. Brown, rientrato a febbraio a seguito di un infortunio subito a dicembre, sembra essere il fantasma di se stesso (anche se in seguito emergerà che il capitano ha giocato con una tendinite per buona parte della stagione). Bitton spesso si addormenta sul pallone, perdendosi in numeri inutili che rallentano il gioco anche quando servirebbe accelerarlo. Ma è Johansen che probabilmente rappresenta emblematicamente la stagione: lento, impacciato, impreciso e senza idee, non sembra nemmeno lontano parente del ‘giocatore dell’anno’ della stagione precedente. E ciò che più fa infuriare i tifosi è l’ostinazione – che rasenta l’ottusità – con la quale Deila insiste a schierarlo nella posizione di trequartista preferendolo a giocatori quali Rogic – in splendida forma e che a fine annata risulterà essere il secondo marcatore della squadra con 10 centri –, Commons, Allan – a proposito del quale l’allenatore dirà, dopo averlo comprato, che non rientra nei suoi piani… – o Christie.

Nel mese di gennaio il Celtic sembra aver ritrovato un po’ di brillantezza collezionando 5 vittorie consecutive, che rigenerano l’ambiente e danno un po’ di serenità a una squadra che, troncate le ambizioni europee, punta a vincere tutte le competizioni domestiche (treble). Eppure proprio a fine gennaio perde la semifinale di Coppa di Lega: dopo essere passati in vantaggio al primo minuto, i giocatori di Deila si fanno recuperare a causa di un rigore piuttosto ingenuo, anche se generoso, che comporta però anche l’espulsione di Ambrose. Non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo dei numerosi errori che il nigeriano commetterà. Nel secondo tempo la squadra prende due ulteriori goal, senza dimostrare spirito combattivo, mentre Deila osserva compassato una disfatta imprevista. Nonostante le polemiche per il rigore che ha rappresentato la svolta del match, le proteste da parte dei tifosi per un cambio manageriale aumentano, sebbene una forte minoranza continui a difendere l’operato del norvegese e la dirigenza si trinceri dietro a comunicati in cui rinnova la fiducia in un tecnico che appare sempre più isolato e senza idee o piani di riserva. Le due partite successive non cambiano la situazione: una sconfitta a Pittodrie, contro l’Aberdeen secondo in classifica, aumenta la pressione sui biancoverdi e la vittoria risicata per 2-0, contro una squadra che non gioca nemmeno nel calcio professionistico ma che domina buona parte della sfida contro una formazione farcita di titolari in Coppa di Scozia, gettano lo sconforto in quanti credevano di aver già visto il peggio di questa stagione. A lasciare ulteriormente basiti i tifosi giungono le dichiarazioni di Deila, che afferma che l’importante era passare il turno e che non capisce tutto questo criticismo, continuando a sostenere che vede dei miglioramenti rispetto alla stagione precedente. Il campionato prosegue con risultati alterni e due brutti pareggi contro Hamilton e Dundee non migliorano certo le cose, mentre l’Aberdeen non accenna ad arrendersi. Per fortuna, almeno la semifinale di Coppa di Scozia viene raggiunta grazie a una comoda vittoria casalinga per 3-0 contro il Morton, compagine di seconda divisione (Championship). Seguono altre due vittorie complicate contro avversari di basso livello; in particolare quella col Kilmarnock giunge al 91’, grazie a un gran goal di Rogic. È questa partita che molti giornalisti identificano come il punto di svolta della stagione, poiché dà al Celtic un vantaggio di 4 punti sui secondi.

La prova di orgoglio contro gli Hearts in rimonta (vittoria per 3-1) viene rovinata nel recupero col Dundee, dove il pareggio impedisce al Celtic di aprire un divario significativo sull’Aberdeen. Anche la successiva vittoria col Motherwell arriva grazie a un errore del portiere avversario che fino a quel momento era parso un muro invalicabile. Perso il treble, l’attenzione e le speranze dei tifosi – in particolar modo dei sostenitori di Deila – si concentrano sul double. Avversari in semifinale sono i Rangers, ormai quasi sicuri vincitori della Championship. Nonostante tutto il Celtic arriva alla partita come favorito, con una rosa piena di internazionali e forte di una comoda vittoria contro la stessa compagine l’anno precedente nella semifinale di Coppa di Lega. Sin dai primi minuti però appare chiaro che il pomeriggio non andrà come previsto dai bookmakers. I Rangers risultano più determinati e cattivi su ogni pallone, mentre il Celtic sembra decisamente impaurito. Miller ha una buona chance per il club di Ibrox cui risponde un diagonale a fil di palo del capitano Brown. Sono però i Rangers a passare in vantaggio grazie a un goal proprio di Miller. La reazione del Celtic è immediata, ma Roberts riesce a sbagliare un incredibile goal a porta vuota. Passata l’urgenza sono anora i Rangers a farla da padroni e si giunge all’intervallo sul risultato di 1-0. Nei primi minuti del secondo tempo il Celtic appare decisamente determinato a mettere alle corde gli avversari e a far valere il proprio peso: dopo 4 calci d’angolo in 2 minuti arriva finalmente l’agognato pareggio. Proprio nel momento in cui si potrebbe ribaltare la partita la squadra si spegne lasciando nuovamente il comando delle operazioni in mano ai Rangers, mentre in panchina Deila osserva impotente una squadra senza carattere. Comunque, poiché il risultato resta bloccato sull’1–1, si rendono necessari i supplementari: tuttavia la solfa non cambia e sono proprio i Rangers a ripassare in vantaggio grazie a un gran goal dalla distanza che nasce però dall’errata attribuzione di una rimessa laterale. Nel secondo quarto d’ora però il Celtic ritova il pareggio grazie a una grande azione di Tierney che combina con Rogic e sul finire di tempo Griffiths centra la traversa su calcio di punizione. Visto il 2–2 dopo 120’ la sfida viene decisa dai rigori dove gli errori di McGregor (traversa), Brown (parato) e Rogic condannano i biancoverdi nonostante la traversa prima e Gordon poi avessero dato per ben due volte la possibilità di vincere.

La reazione della tifoseria è immaginabile: a gettare sconforto non è solo la sconfitta per mano dei più acerrrimi rivali che, per giunta, hanno passato le ultime quattro stagioni a trascinarsi per campetti sperduti in giro per il Paese; non è nemmeno l’onta di essere stati sconfitti da una squadra che milita ancora in una divisione inferiore (cosa per altro già successa col Morton ai tempi di Lennon, solo per fare un esempio). Ciò che veramente lascia sconcertati è la maniera in cui la squadra viene battuta: è vero che i tempi regolamentari e supplemntari erano finiti in parità, ma tutti sanno, in fondo, che non si sarebbe nemmeno dovuti arrivare a tanto. Ogni volta che ha agguantato il pareggio il Celtic ha smesso di correre e non ha mai dimostrato voglia di combattere. I Rangers hanno dominato la partita sia dal punto di vista fisico – pur avendo una squadra più giovane e meno esperta – sia sotto l‘aspetto psicologico e tattico e avrebbero meritato di vincerla ben prima del 90’. Il fatto che il miglior giocatore in campo del Celtic sia stato un giovane di 18 anni (Tierney) la dice lunga: infatti, se è vero che il terzino ha dimostrato grinta e talento da vendere, è anche vero che i suoi compagni di squadra non erano nemmeno scesi in campo e già dopo 70 minuti erano parecchi i giocatori che non correvano più.

All’improvviso sembra che anche i difensori del tecnico norvegese abbiano aperto gli occhi: dopo tanti bei discorsi su una squadra che gioca un calcio aggressivo, veloce, piena di giocatori in perfette condizioni fisiche – «atletiti 24 ore al giorno» li definisce Deila –, il disastro è sotto gli occhi di tutti. Un calcio lento, monotono e prevedibile, giocatori stanchi ben prima dei 90’ e spesso usati in posizioni improprie se non addirittura inconciliabili con le loro caratteristiche, tattiche assurde e contraddittorie senza alternative efficaci qualora la partita non vada secondo i piani, si sommano a una totale mancanza di grinta e determinazione a partire, purtroppo, anche dal capitano.

Il lunedì mattina successivo, contrariamente alle speranze di molti, Deila è ancora al suo posto. È solo il mercoledì che arriva la notizia che l’allenatore lascerà la squadra a fine stagione. Buona parte dei tifosi vorrebbe che se ne andasse prima, per lasciare spazio al nuovo manager, ma per altri già questo è un successo. Deila sostiene di aver deciso di sua volontà anche se appare più credibile che la dirigenza del Club gli abbia suggerito la porta d’uscita.

Finite anche le speranze del double resta ancora il campionato da vincere, nel tentativo di evitare il disastro completo, tanto più che l’Aberdeen è ancora in vista. Nemmeno la sconfitta dei Dons e la notizia del cambio della guardia imminente permette al Celtic di vincere: arriva un pareggio col Ross County, laddove una vittoria avrebbe creato un divario di 11 punti a 4 giornate dal termine. Per fortuna a Edimburgo gli Hearts sono battuti per 3-1 di fatto permettendo ai biancoverdi di ipotecare il titolo con 9 punti di vantaggio a 3 dalla fine e una differenza reti più che doppia sui secondi. Per la matematica vittoria arriva anche il successo contro l’Aberdeen stesso in una partita che è il ritratto della stagione: in vantaggio per 3-0 prima del 60’, due clamorosi errori di Ambrose permettono ai Reds di accorciare, facendo vivere attimi di tensione ai padroni di casa. Per fortuna il 90’ arriva prima del 3° goal ospite! Nelle ultime due partite di campionato, valide solo per le statistiche, arrivano la sconfitta contro il St. Johnstone – grazie ad altri due incredibili errori: uno di Johansen e uno di Ambrose –, la cui unica nota positiva è il 40° goal stagionale di Griffiths – il primo giocatore dopo Larsson a raggiungere questa cifra e l’ottavo nella storia del Club –, e la debordante vittoria per 7-0 contro il Motherwell, dove una squadra piena di giovani dimostra un’incredibile voglia di vincere, divertirsi e divertire il pubblico: 24 tiri, di cui 17 in porta, la dicono lunga sull’andamento del match, coronato dal record di debuttante e marcatore più giovane nella storia biancoverde di Jack Aitchison che a 16 anni e 71 giorni guadagna entrambi i primati.

Per quanto possa avere dell’assurdo ‘cacciare’ – perché, nonostante tutta la retorica cui si voglia credere, di questo si tratta –, un allenatore che ha vinto due titoli consecutivi e una Coppa di Lega, va detto che Ronny Deila non ha pagato il fio per i risultati, per altro decisamente migliori di tanti che hanno vinto meno e sono rimasti più a lungo. Ha pagato per il calcio espresso, per la totale mancaza di coerenza tra ciò che predicava nelle conferenze stampa e ciò che si vedeva in campo il sabato. Ha pagato per i 23 giocatori che tra prestiti e acquisti ha fatto arrivare in rosa e di cui forse 2 o 3 sono diventati titolari, lasciando tutti gli altri che ha fortemente voluto a guardare, nelle migliori delle ipotesi, le partite dalla tribuna. Ha pagato lo scotto di aver ridotto una squadra che aveva battuto l’Invincible Armada catalana a una compagine incapace di battere compagini, con tutto il rispetto, come Hamilton o Kilmarnock. Ha pagato la sua leggerezza tattica e caratteriale, la sua ostinazione nello schierare certi giocatori e a perseguitarne altri. Magari in un futuro diventerà un grandissimo allenatore, ma ciò che è certo è che al Celtic ha pagato le proprie colpe. E per il Celtic è arrivato il momento di voltare pagina e tornare a vincere giocando ‘the Celtic way’.

P.G.

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