Sicuri di sapere cosa significhi “naturale”?

*Da CTRL Magazine

Dopo l’iniziale sconcerto misto a repulsione nel constatare le numerose adesioni al Family Day, mi sono sforzato di abbandonare i miei pregiudizi aprendomi a un atteggiamento più comprensivo verso le ragioni dei presenti.

Ho provato ad andare più a fondo, a capire davvero dove sta il nocciolo del problema.

Cosa davvero differenzia chi — ad esempio — è a favore dei matrimoni gay da chi è contro? Qual è l’idea di base che li fa sembrare legittimi e doverosi per qualcuno, sacrileghi e spaventosi per qualcun altro?

C’è un termine ricorrente nella retorica di chi si oppone — tra le altre cose — ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Questa temibile ma apparentemente innocua parola è “naturale”. “Solo il rapporto uomo — donna è naturale!”. “Non è naturale che un bambino abbia due padri o due madri!”. “I rapporti omosessuali non sono naturali perché non possono generare figli!”. Potremmo continuare per ore.

“Naturale”, conversando con uno dei presenti al Family Day, assume quindi un’accezione assolutamente positiva. Essere naturali sembra proprio essere un attributo a cui ambire, un motivo di orgoglio. Quale terrore nel poter essere considerati innaturali! Ma cosa significa davvero questa parola ripetuta a mo’ di mantra?

Il termine “natura” deriva dall’omonimo latino, participio futuro del verbo nasci (nascere), ossia “ciò che sta per nascere”. Per Aristotele, primo teorico del concetto di natura, essa rappresenta tutto ciò che ha in sé il principio di movimento. Sono i sofisti però, per primi, a tirare una linea netta tra natura e uomo, distinguendo ciò che è naturale da ciò che è artificiale, cioè fatto con arte, con mezzi, con la tecnica. Fatto quindi dall’uomo.

La debolezza di tale termine risulta subito evidente. In primis, è quantomeno curioso notare come solo gli artifici dell’essere umano — una delle tante specie del pianeta — siano considerate non naturali. Perché un’automobile dovrebbe essere considerata meno naturale di un nido di rondine? Non sono forse soltanto il risultato di una rielaborazione di elementi naturali, differenti solo per complessità? Non è forse vero che “tutti i processi cosiddetti artificiali non sono altro che la riproduzione di processi esistenti in natura: il sole è il risultato di tantissime esplosioni nucleari; il vulcano è un altoforno siderurgico di dimensioni enormi”?

L’avvocato del diavolo potrebbe allora ipotizzare che stia nella complessità dell’artificio il fattore che determini ciò che è naturale da ciò che non lo è. Una questione quantitativa e non qualitativa. Nessuno sognerebbe però di definire innaturale lo sfregamento di due pietre da parte dell’Homo erectus per accendere un fuoco, eppure nessuno contrariamente definirebbe naturale un accendino Bic, che pur sfrutta lo stesso principio. Un Kalashnikov non è naturale, qui ci siamo. Ma un’accetta composta da legno e pietra? No, non ci siamo, qualcosa ci sfugge. Forse la linea di confine è la modificazione chimica delle sostanze? Eppure in natura — anche dove l’uomo non interviene — le trasformazioni chimiche sono numerosissime.

E l’uomo, questo bizzarro animale che riesce a creare qualcosa di non naturale, non è forse un prodotto naturale in sé stesso? E’ quindi una natura che nega sé stessa, una natura che genera innaturalità.

Ecco dove sta la risposta: la nostra cultura non è in grado di concepire il mondo in modo analogico, e crea quindi delle classificazioni convenzionali per comprendere e comunicare quello che succede intorno a noi. Riduciamo il mondo a un dispositivo digitale. Ma il mondo non si esprime mai con 0 e 1. Si esprime sempre con le virgole e moltissimi decimali.

Questa scelta deriva da una necessità: abbiamo bisogno di esprimere concetti in modo semplice. E spesso questa strategia funziona alla grande per le necessità dell’uomo. Se qualcuno ci dice che sono le 4:30, difficilmente ci interesserà sapere che in realtà sono le 4:31:05. Ma sappiamo che quella risposta è una semplificazione, una convenzione che fa parte — in questo caso — delle massime conversazionali (vedi Grice). Riduciamo il tempo a ore e minuti, quando in realtà sappiamo che ci sono secondi, decimi di secondo, centesimi…

Il problema nasce quando ci dimentichiamo che noi siamo esseri semplificatori. Esseri che prendono il mondo — la res extensa — e ne disegnano uno schema mentale, per poterlo comprendere, e ne raccontano la struttura e l’apparenza, non l’essenza. E allora ci dimentichiamo che categorie come “bianco” e “nero” in realtà esistono nella nostra mente: nel mondo esiste solo una scala di grigi, dove non c’è un punto preciso in cui il grigio diventa bianco o nero. Ci dimentichiamo che non esiste un punto preciso in cui il “naturale” diventa “artificiale”. E che, tantomeno, esistono solo “eterosessuali” e “omosessuali”, ma esiste un continuum lungo il quale le sessualità si manifestano con mille sfumature (vedi Kinsey). Il corpo umano stesso non è mai completamente maschile o completamente femminile: in tutti noi — per ragioni biologiche — ci sono tracce dell’altro sesso. Ed è palese come non in tutti gli uomini i caratteri maschili siano ugualmente evidenti, così come quelli femminili nelle donne. Pensiamo al caso estremo degli “ermafroditi” o per meglio dire “intersessuali”.

Questa “sessualità analogica” non passa solo attraverso la fisicità dei corpi, ma si manifesta anche negli orientamenti sessuali dell’uomo. Le dualità etero/omo è una chimera, come già Freud ci ha insegnato (pur con qualche forzatura). Un esempio su tutti: il fiorente mercato della prostituzione transessuale. Corpi maschili femminilizzati, in cui coesistono caratteri maschili e femminili, e i cui clienti sono spesso maschi (mariti?) che si dichiarano eterosessuali.

Si additano i rapporti, o l’amore, omosessuali come “non naturali”. Si potrebbe quindi presumere che il criterio di valutazione sia la finalità del rapporto, o del sentimento: la riproduzione. Al di là dell’evidente tristezza di un pensiero così freddo e semplicistico, meccanico, sorgono diversi dubbi. Sarebbe naturale quindi un bacio tra uomo e donna? La bocca non è certa fatta per baciare. Che atteggiamento orribilmente innaturale! E non parliamo dei rapporti orali. E una donna sterile? Al rogo! L’uomo, questo terribile essere che nega la propria naturalità, mettendo in atto comportamenti deviati (da cosa non è dato a sapere).

Eppure i nostri amici animali, che penso nessuno sia ancora arrivato ad accusare di innaturalità, combinano molto di peggio. Quattrocentocinquanta specie esistenti praticano l’omosessualità. I cigni neri maschi spesso nidificano tra loro escludendo la femmina, dimostrando tra l’altro un maggior successo nella difesa della prole rispetto alle coppie eterosessuali. I delfini sono gli unici animali al mondo a praticare i rapporti nasali: i maschi sfruttano il proprio sfiatatoio per scopi sessuali (quando inizieremo a vedere le prime bandiere anti-delfini in piazza?).

Un altro grossolano e diffuso errore è quello di semplificare la sessualità limitandola alla pura funzione riproduttiva. È noto alla comunità scientifica come la sessualità sia molto di più. Il noto biologo Richard Dawkins, famoso per la sua attività divulgativa e per il suo ateismo militante, ci ricorda come “non esistano spiegazioni convincenti dell’origine del sesso”. Smith, figura di spicco tra i biologi evoluzionisti, ha definito il sesso “uno scandalo evolutivo”, sorprendendosi di come la riproduzione asessuata — cioè senza sesso — non abbia vinto la battaglia evolutiva. La riproduzione sessuata è più lenta e inefficiente: pensiamo alla ricerca del compagno, alla competizione, alle inefficienze legate all’unione di uova e spermatozoi, alla vulnerabilità ai predatori durante la riproduzione. La spiegazione più affascinante della sopravvivenza del sesso nell’evoluzione degli organismi viventi è che esso abbia altre funzioni, oltre a quella principale della riproduzione.

Il sesso è una tensione alla base dei rapporti sociali e affettivi, non solo meramente sessuali. Grazie alla sessualità, alcuni animali superiori (biologicamente parlando) hanno iniziato ad organizzarsi in gruppi con legami sociali (non necessariamente famiglie nucleari), che hanno favorito il lavoro di gruppo, la protezione reciproca, l’affettività. Il sesso ha quindi una funzione sociale (vedi: la “selezione sociale” di Roughgarden), che va ben al di là della creazione di un nuovo organismo: il sesso è spesso usato come moneta di scambio, non solo tra gli umani. Le prestazioni sessuali possono essere scambiate con servizi come la pulizia del territorio o la protezione da altri competitori. Ecco perché è assurdo giudicare negativamente alcuni comportamenti sessuali — come il sesso protetto, omosessuale o “solitario” — screditandoli in quanto “non funzionali”. La riproduzione è solo una delle funzioni del sesso, non è una condizione necessaria.

Spesso ci ricordano che generalizzare, fare di tutta l’erba un fascio, genera errori; molto dell’odio, dei conflitti e delle rivalità nate tra esseri umani sono nati da questo errore. Ma semplificare è ancora peggio. Riducendo il mondo a parole, a concetti, lo semplifichiamo. Dobbiamo ricordarci che è un errore necessario, ma sempre di un errore si tratta. Riducendo il mondo a categorie, non solo creeremo automaticamente categorie superiori e inferiori, naturali e innaturali, e quindi invidia e odio, cameratismi ed esclusione, ma condanneremo all’esilio chiunque non rientri a pieno titolo in un gruppo. Non c’è posto nel mondo degli umani per le sfumature: o di qua, o di là. identità o alterità. O sei nella norma, o non lo sei.
Questo si è che è un artificio.

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