Appunti dall’Internet Festival: a che punto è l’innovazione digitale?

Sono stato all’Internet Festival, che si è tenuto a Pisa dall’8 al 11 ottobre. Ecco che cosa ho imparato.

Intoscana

La tecnologia è comportamento

Al giorno d’oggi siamo circondati da storie (chi non ha mai sentito parlare di storytelling?), che ci circolano attorno in qualsiasi forma e su qualsiasi supporto. Giuseppe Granieri cita giustamente il racconto La continuità dei parchi di Julio Cortzár, a partire dal quale, qualche anno fa, la Repubblica aveva stimolato una riflessione sulla modalità odierna di fruizione delle storie e dei contenuti. Siamo arrivati a un punto in cui la concezione di supporto è del tutto sfumata: c’è sempre meno differenza tra un saggio breve, un articolo approfondito su un blog o su un giornale. Di fatto, siamo di fronte a un prodotto continuo.

Il vero cambiamento a cui stiamo assistendo è che gli effetti della tecnologia non si concretizzano più tanto, e solamente, nella materialità dei nostri device, ma anche, e soprattutto, nel nostro modo di accedere a prodotti, discussioni, conoscenza, nonché nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Con Medium, Youtube, Facebook, Tumblr, siamo tutti un po’ autori ed editori (ClioMakeUp ne sa qualcosa), e in questo mare di autori l’obiettivo non è più essere pubblicati, ma farsi trovare.

Il contenuto è ancora il re

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Essendo circondati da storie e prodotti continui, può succedere di perdere la bussola e di pensare che quello che abbiamo di fronte sia solo rumore indistinto in cui la forma prevalga sulla sostanza. Bene, Salvatore Ippolito, Mario Tedeschini-Lalli e Massimo Russo ci assicurano che non è così. Nonostante le modalità di fruizione siano molto cambiate, ciò che conta di più non è lo strumento con cui si viene a contatto con la notizia, ma la notizia stessa.

“Noi non siamo affezionati alla carta, siamo affezionati alle notizie e a farle circolare a prescindere dal supporto”.

Content is king è il mantra di chi lavora nel campo del marketing, e questo vale più che mai oggi, con questo flusso di informazioni che ci sommerge frammentario e sconnesso.

Lo conferma Antonio Pavolini: “No news, no party”. Per far nascere una conversazione online è necessario che ci sia una notizia di cui parlare, non è vero che basta essere presenti nell’etere per far discutere. Attenzione però che non si finisca per utilizzare le notizie come mero pretesto al fine di raggiungere l’utente e magari rubargli qualche interazione da monetizzare (meccanismo che ormai conosciamo fin troppo bene, purtroppo).

La Pubblica Amministrazione deve mettersi in discussione

Nella PA non è possibile muoversi con la stessa libertà con cui ci si muove nel privato, per quanto riguarda l’utilizzo di strumenti digitali. In questo caso, infatti, non si opera nel mercato e si è legati a tutta una serie di codici e rapporti istituzionali. In più, non si vende un prodotto ma si offrono servizi, o meglio, si fanno comunicare tra loro amministrazioni e cittadini. Questa può essere una sfida davvero interessante, a patto che la si voglia affrontare. Infatti, per aprirsi all’utilizzo dei social e dei nuovi media, la PA deve necessariamente mettersi in discussione: deve raccontarsi, essere presente e affidabile, ma soprattutto trasparente. È chiaro che si tratta di uno sforzo non indifferente in termini di accountability, ma è uno sforzo che, davvero, non può più essere rimandato.

Siamo tutti controllabili

Consigli pratici

Lo scopro in un incontro che si tiene al Cantiere San Bernardo, all’intero del I/Off, una sorta di fuori festival organizzato per indagare i fenomeni della rete che rimangono nell’ombra, dove è possibile finalmente ascoltare esperti che invece di limitarsi a esaltare le magnifiche sorti e progressive di internet, osano articolare una visione critica. A parlarne sono la giornalista Carola Frediani e l’avvocato Fulvio Sarzana.

Si parte dal caso Hacking Team per arrivare a parlare dei captatori informatici, ossia dei software spia, trojan che se inseriti in un dispositivo sono in grado di prenderne il controllo da remoto. Attraverso questi software è possibile, ad esempio, seguire spostamenti, registrare conversazioni, attivare microfono e videocamera, scaricare o caricare file a piacimento. Si tratta di strumenti molto utilizzati per ottenere intercettazioni ambientali spesso non autorizzate, sia da enti pubblici (non ultimi carabinieri e servizi segreti), sia da privati.

Il captatore informatico, oltre a porre un problema di tipo etico, pone una questione giuridica. Nel nostro ordinamento, infatti, non è contemplato nulla che vi assomigli: abbiamo un vuoto normativo che non siamo riusciti ancora a riempire.

In Italia siamo campioni nel mondo nel campo di captatori informatici e intercettazioni.

Ma la vera anomalia è che non abbiamo associazioni di tutela dei diritti nell’ambito di privacy e internet.

Abbiamo bisogno di sviluppare una tecnologia europea…

E di ciabatte

… Che non riguardi solo la violazione della privacy. Questa è la riflessione che ricavo da un panel tenuto da Giampiero Lotito, il prof. Gianluigi Ferrari, e condito dalle considerazioni di Giulio Giorello. Volendo semplificare, la rete si muove su due livelli. Il primo, quello più basilare, è quello dell’infrastruttura: il livello della complessià, accessibile solo a esperti; il secondo, quello più astratto, è quello in cui si muove l’utente che interagisce con siti e applicazioni.

Ora, se il livello dell’infrastruttura è fornito da altri — come possono essere le grandi corporation americane — non c’è mai una vera e propria innovazione. È come se delegassimo ad altri lo sviluppo di una tecnologia di base che noi ci limitiamo ad utilizzare, con il risultato di creare corti circuiti (ad esempio di tipo legale) e trovarci ad essere sempre un passo indietro rispetto a chi l’infrastruttura la crea.

Bisogna avere il coraggio di rompere i fronti rispetto alle modalità delle grandi piattaforme di guidare la nostra esperienza della rete e favorire uno sviluppo tecnologico tutto europeo. Si potrebbe partire da un nuovo tipo di educazione a questi temi, che non sia solo formazione all’utilizzo degli strumenti, ma anche approfondimento sul funzionamento degli algoritmi e su come vengono costruiti — oltre che diffusione di consapevolezza nell’uso (ad es. condizioni d’uso, dati e privacy, appunto).

Le bufale sono sempre esistite

Mozzarella in carrozza — Gino De Dominicis

È vero, però è altrettannto vero che ci troviamo in un momento storico in cui manca terribilmente un filtro nella diffusione delle informazioni. Come spiegano Giovanni Boccia Artieri, Michelangelo Coltelli e Roberto Casati, ci sono due fenomeni in particolare che favoriscono la diffusione di bufale:

  1. Bias della conferma: quando andiamo alla ricerca di informazioni, tendiamo a cercare una conferma della nostra ipotesi di partenza.
  2. Effetto passaparola: più un’informazione si diffonde, più la qualità peggiora (fino a diventare disinformazione).

Stiamo assistendo a una degerarchizzazione della notizia: la pagina di giornale è sostituita dalla timeline e i nostri contatti personali hanno la stessa autorevolezza di una testata giornalistica. Siamo arrivati a un punto in cui prima si pubblicano contenuti e poi si filtrano.

Mi capita spesso, ad esempio, di condividere una notizia solo in base al titolo e all’affidiabilità del contatto da cui mi arriva, per andare a leggerla solo in un secondo momento. Quindi sì, esistono degli indici reputazionali — e più siamo esperti in una qualsiasi disciplina, più siamo in grado di riconoscerli — ma sono arbitrari e soprattuto sganciati da qualsiasi responsabilità.

Se da un lato assistiamo a un processo di disintermediazione, per cui i centri mediatici vengono sostituiti da una rete di persone, dall’altra, però, spesso non ci rendiamo conto che esistono molti esempi di “reintermediazione” (un esempio perfetto sono gli algoritmi, che aggregano informazioni al nostro posto), che però non siamo ancora in grado di capire fino in fondo e che, come detto, non siamo noi a programmare.

Domanda

Potrebbe la figura dell’intellettuale, che tanto ci manca, rinascere in veste 3.0 — magari sotto la forma di Curator — per aiutarci a rendere manifeste le dinamiche più nascoste della rete e illuminare la strada?

In attesa di una risposta, aspettiamo con ansia i pulsanti empatia di Facebook.