Basta che se ne parli

Perché le bufale fanno (finalmente) notizia

Articolo pubblicato su Antelitteram.

Finalmente è successo. Con l’elezione di Donald Trump, si è iniziato a parlare di alcune pratiche da tempo molto diffuse nel web, ma fino ad ora sottovalutate. Da tempo si parla di filter-bubble, fake news, bufale e post-verità, ma solo con l’elezione del tycoon ci si è iniziati a rendere conto di quanto questi fenomeni abbiano un effetto concreto nel mondo reale, andando a condizionare il modo di accedere alle informazioni (e dunque di votare) di molti elettori. I CEO di Google e Facebook hanno iniziato a farsi domande sul ruolo delle loro piattaforme nell’esito delle elezioni, e sono subito corsi ai ripari annunciando modifiche negli algoritmi che dovrebbero scongiurare la diffusione di notizie false. Zuckerberg e Pichai conoscono da tempo queste dinamiche e cercano, invano, di modificare i propri algoritmi in modo da favorire notizie interessanti e certificate.

In realtà, il nostro problema — spiega Gilad Lotan, analista di big data — non sono tanto le fake news, quanto le mezze verità, cioè la diffusione di esposizioni parziali di fatti (biased information) per favorire o pubblicizzare una certa parte politica. Ognuno di noi è costantemente circondato da notizie almeno in parte edulcorate, aggregate da algoritmi che non hanno un vero controllo sull’autenticità delle fonti. Se a questo aggiungiamo una polarizzazione politica sempre più spiccata, il risultato è che attraverso le nostre timeline di Facebook va a finire che ci costruiamo delle vere e proprie realtà (o versioni della realtà) alternative, le quali possono facilmente non entrare mai in contatto tra loro.

Seguendo il ragionamento di Lotan, vediamo come tutto ciò risulti particolarmente evidente attraverso lo studio dei big data, attraverso cui è possibile ricostruire l’andamento delle conversazioni che avvengono sul web. Un pattern che si verifica sempre più spesso di fronte al verificarsi di un evento è quello che vede il diffondersi di due (o più) versioni dello stesso evento, due nuvole di conversazioni, costruite su narrazioni (storytelling) che mancano di qualche dettaglio fondamentale e che restano a lungo completamente distinte.

Quando questo succede costantemente, ogni giorno, finisce per influenzare sistematicamente e profondamente la percezione delle persone di che cosa sia reale”.
Si osservi ad esempio questo caso, che fa riferimento alla notizia dell’uccisione di un ragazzino ebreo israeliano di 13 anni da parte di un 13enne palestinese lo scorso autunno [Gilad Lotan].

Le due versioni vengono in contatto solo nel momento in cui intervengono i media tradizionali, i quali, collocandosi al centro tra queste rappresentazioni alternative della realtà, forniscono una visione più completa (qualcuno ha detto oggettiva?) dell’evento in questione, facendo di fatto dialogare le due posizioni alternative. Il problema è che quando questo avviene potrebbe essere già troppo tardi: la bufala potrebbe essersi sedimentata nelle menti di alcuni lettori.

Di fronte a una crescente disaffezione nei confronti dei media tradizionali — i quali sono sempre meno in grado di interpretare la complessa realtà contemporanea –, a una diffusione di mezzi di informazione non affidabili, e alla scelta dei media stessi di inchinarsi alle dinamiche del marketing, questo ruolo centrale (pivotal) sta venendo a mancare, facendoci piombare nel costruttivismo più bieco.

Non è un caso che Grillo faccia dell’attacco sistematico ai media tradizionali una delle sue battaglie principali: venendo a cadere il medium, il ruolo di controllo della stampa, può procedere senza ostacoli a costruire la propria versione della realtà. La Casaleggio Associati da anni detiene il monopolio dell’informazione edulcorata. Sono stati i primi a comprendere la portata di questo fenomeno e l’hanno cavalcato senza troppi scrupoli, non facendosi problemi a utilizzare bufale, click-baiting, profili social finti, fotomontaggi e notizie modificate ad arte. Ma finalmente qualcuno se ne sta accorgendo, e — sorprendentemente — la cosa fa notizia. Qualche giorno fa è stata diffusa un’inchiesta di Buzzfeed News che spiega come il Movimento 5 Stelle sia il leader in Europa per quanto riguarda la diffusione di fake news e propaganda pro Cremlino. La cosa curiosa è che le pratiche individuate sono esattamente le stesse che sono emerse con lo studio della comunicazione pro Trump.

E Renzi? Un articolo di Vice Italia ci spiega che anche il fronte per il sì al referendum ha cominciato a fare uso di questi espedienti, sebbene non lo ammettano. Propaganda pura: pagine con centinaia di migliaia di fan che iniziano a condividere fumetti e notizie a favore del sì, profili finti che diffondono le parole d’ordine a favore della riforma costituzionale. Insomma, l’impressione è che l’entourage di Renzi abbia capito che Grillo va battuto sul suo stesso terreno, perché nell’epoca della post-verità non c’è spazio per il confronto ragionato, almeno sul web.