La borghesia milanese che sostiene la lotta di Renzi contro l’egemonia di Berlino

L’alta borghesia del Nord, quel gruppo di manager e imprenditori che si sono pubblicamente schierati con il presidente del Consiglio attraverso gli appelli «Noi sosteniamo Matteo Renzi» e «Noi continuiamo a sostenere Matteo Renzi» usciti sul Corriere della Sera nell’ottobre del 2014 e nell’agosto del 2015, appoggia il premier anche nella lotta che ha ingaggiato contro l’egemonia tedesca sull’Europa.

Molti degli esponenti di questa classe dirigente lunedì scorso si sono ritrovati alla Società del Giardino, storico “club di gentiluomini” milanese dove ancora l’accesso è negato a chi non porta giacca e cravatta, per ascoltare la presentazione di «Breve storia del debito da Bismarck a Merkel», il libro che Guido Roberto Vitale — decano dei banchieri d’affari italiani nonché sponsor di antica data del premier — ha chiesto di scrivere al celebre storico Sergio Romano per capire, come spiega lo stesso Vitale nella prefazione, «se le lezioni che gli uomini delle Istituzioni tedesche impartiscono sul rigore nella gestione dei conti pubblici possano essere più tollerabili perché provenienti da uno Stato che ha saputo storicamente onorare i propri impegni».

La tesi di Vitale non è esplicita ma è evidente: alla Germania sono stati ripetutamente condonati debiti di guerra (ben quattro volte tra il 1923 e il 1953, scrive Romano) e quindi oggi Berlino non ha titolo per erigersi a inflessibile paladino dell’austerità su tutti i paesi dell’unione monetaria.

Questa argomentazione non è nuova ed è andata molto di moda negli ultimi anni soprattutto in Grecia, dove lo scorso anno la Ragioneria generale del governo di Alexis Tsipras ha stabilito che fosse il momento migliore per calcolare «con esattezza » quanto Berlino dovesse pagare ad Atene per riparare i danni provocati dall’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale: 279 miliardi di euro. Lo stesso Tsipras aveva anche chiesto — senza ottenere risultati — che il debito greco ricevesse lo stesso trattamento avuto da quello tedesco nel 1953, quando fu dimezzato per non piegare ulteriormente il paese.

Alla presentazione di lunedì il gotha imprenditoriale milanese ha accolto con appalusi entusiastici l’intervento di Gustavo Piga, economista dell’Università romana di Tor Vergata, quando ha detto che per l’Europa questo «è il momento della solidarietà» e allora «se Renzi si è messo in testa di fare cadere il Fiscal Compact questa è una delle migliori cose che può fare». Mentre i battimani sono stati più freddi per Enrico Morando, che pure da vice ministro dell’Economia è un esponente importante del governo Renzi, quando ha avvertito che insultare Merkel o il suo ministro Wolfgang Schäuble serve a poco, quando invece quella da lanciare alla Germania è una sfida politica. Cioè, ha spiegato Morando, bisogna riflettere sulla opportunità di ottenere la condivisione dei debiti della zona euro in cambio di una cessione di sovranità a un’istituzione europea che però, diversamente dalla Commissione così come funziona adesso, abbia lo stesso status democratico dei paesi membri. Curiosamente, però, le conclusioni a cui arriva il libro di Romano, purtroppo non in commercio ma stampato in sole 1.500 copie per la Vitale e Co., non si prestano affatto alla vulgata anti-austerità. I debiti di guerra, avverte Romano, sono molto diversi da quelli contratti in tempi di pace. Perché se i primi per una nazione sono inevitabili, almeno finché si combatte, i secondi «in molti casi sono il risultato di una democrazia che è diventata nelle ultime generazioni sempre più costosa e potenzialmente corrotta».

Il debito pubblico attuale, scrive lo storico, è quasi sempre il frutto di promes- se elettorali sempre più costose e impegnative e di aspettative diventate diritti «indipendentemente dalla disponibilità del bilancio». Ecco il costo economico di un regime democratico:

«Le regole della democrazia esigono che il potere venga sanzionato dal voto degli elettori e la classe politica ha imparato a trasferire la responsabilità delle proprie decisioni sulle spalle della generazione seguente. Sono queste in buona parte le ragioni per cui il debito di alcuni paesi europei, fra cui l’Italia, è andato progressivamente crescendo».

Inutile invocare una grande sanatoria per debiti contratti con lo scopo di soddisfare le leggitime, ma economicamente insostenibili, aspettative della popolazione, insomma. Vale per i debiti del passato ma vale anche per quelli del futuro, fatti dei deficit del bilancio pubblico.

Lo conferma Fabrizio Saccomanni, l’ex ministro dell’Economia oggi direttore onorario della Banca d’Italia, quando scrive, nell’introduzione del volume, che «non ci si può lamentare dell’alto debito e prevederne la diminuzione rispetto al Pil e al tempo stesso invocare maggiore flessibilità sul deficit e auspicare lo sfondamento dei vincoli che abbiamo condiviso in sede europea».

Uscito oggi su Avvenire

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