Tracce moderate di alternativa al disastro

Sarà che in questi giorni sono lontano dall’Italia — quindi anche dalle nostre piccole beghe di partito — ma permettetemi di parlare di politica prendendola molto alla larga.

Permettermi cioè di parlare di attualità partendo dalla storia e dal suo procedere: un cammino in cui la consapevole scelta umana si mescola sempre ad accadimenti determinati dall’uomo molto più indirettamente, non per sua specifica e immediata volontà.

Come ad esempio otto-nove secoli fa: quando — scoprendo l’agricoltura intensiva a rotazione al posto del maggese — l’Europa si causò il primo grande cambiamento politico ed economico dovuto a una trasformazione di tipo tecnologico-scientifico.

A quella scoperta seguì infatti un aumento della produzione agricola che portò a sua volta alla diffusione dei mercati urbani, quindi alla rinascita delle città e alla creazione della classe degli artigiani e dei commercianti, cioè la borghesia in nuce.

Qualche centinaio di anni dopo un’altra scoperta tecnologica — il telaio meccanico — avrebbe accelerato in modo incredibile quella trasformazione portando l’Europa (e l’America!) all’era moderna; ma anche a scelte come lo schiavismo e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Insomma, si sa: i grandi salti tecnologici hanno un ruolo rilevante nelle trasformazioni economiche e politiche. Ma non da soli, tuttavia: perché poi sono gli esseri umani, con la loro volontà e le loro relazioni, a declinare e incarnare i mutamenti economici che la tecnologia ha causato, rendendoli appunto politici.

Prendete la nascita del comunismo: che fu determinata dalla coscienza di classe e dal desiderio di emancipazione di grandi masse di sfruttati nel primo Novecento, quindi dagli esseri umani; e prendete anche la morte dello stesso comunismo, causata dalla sconfitta nella creazione di ricchezza dei contesti che, con la pianificazione e il soffocamento dell’iniziativa, pretendevano di ignorare la psicologia di quel legno storto che è l’uomo.

Lo stesso desiderio di maggiore giustizia che aveva creato il comunismo, altrove si era invece declinato nelle socialdemocrazie. Che non sopprimevano l’iniziativa e l’impresa ma la regolavano e ne redistribuivano (parzialmente) i profitti. Considerando il libero mercato una pecora che non va mai uccisa, ma robustamente tosata (metafora di Palme, mi pare).

Le socialdemocrazie hanno rappresentato probabilmente il più riuscito e civile sistema nella storia dell’umanità. Ciò che di buono abbiamo ancora oggi in Europa (l’istruzione pubblica, la sanità universale gratuita, il residuo welfare e i residui diritti dei lavoratori etc) sono i cascami di quel modello.

A un certo punto però anche quelle hanno iniziato a battere in testa.

Più o meno ciò è avvenuto a partire dagli stessi anni in cui crollava il comunismo (cioè dagli ultimi ’80 a oggi), quando i sistemi basati sul welfare sociale hanno gradualmente cominciato a svuotarsi, sempre di più.

Se infatti l’economia diventa globale, finanziaria e impalpabile, non c’è più Stato che riesca a imporre ad essa le sue regole; i mercati, nel contesto globalizzato, si muovono sfuggendo a ogni precedente controllo: quindi ad esempio se i lavoratori protestano si esternalizza la produzione (ma anche se non protestano, giusto per massimizzare i profitti); e se un governo usa le tasse per tentare un po’ di redistribuzione, si trasferiscono i capitali e/o le sedi nominali dell’azienda da un’altra parte; e così via beffando ogni regolamentazione, insomma ogni tentativo di socialdemocrazia.

Di nuovo, quindi, le tecnologie (aerei, satelliti, Internet etc) hanno avuto effetti economici e politici: in questo caso, contribuendo a svuotare le socialdemocrazie.

Ma (di nuovo) accanto alle cause economiche, nel tramonto delle socialdemocrazie ce ne sono state anche di più direttamente dipendenti da scelte umane. Ad esempio, finché nell’Europa dell’est c’era il comunismo, in quella dell’Ovest la classe dirigente ha ritenuto conveniente offrire concessioni di reddito e di diritti che togliessero a tutti la tentazione di emulare l’egualitarismo di tipo sovietico; in assenza invece di quello spauracchio, non c’era più bisogno di concedere niente, anzi era il momento di riprendersi tutto: ed è così che è iniziata la lotta di classe alla rovescia, quella dall’alto verso il basso. Le decisioni politiche successive, a iniziare da quelle che oggi costituiscono il nerbo dei trattati europei, sono state appunto scelte, opzionali e non inevitabili, espressione di rapporti di forza e non effetti meccanici delle trasformazioni tecnologiche.

Senza dire che l’immaginario socialista si era costruito su una componente — il lavoro, che ai primi partiti socialisti dava perfino il nome — che nell’era digitale ha iniziato invece a sparire, o almeno a rarefarsi parecchio, tanto come realtà che come valore formante, etico, spiritale. Com’è lontana la chiave a stella di Tini Faussone. E quanto è fuori tempo, oggi, ogni speranza lavoristica di emancipazione umana.

Ecco, tutta questa supercazzola ci porta all’oggi, appunto.

Ad esempio, al fatto che a un quarto di secolo dalla dalla fine del socialismo reale e a poco meno dallo svuotamento dei sistemi di welfare socialdemocratici, la sinistra europea e mondiale non ha elaborato un modello diverso da quelli tramontati: e per questo — pur di governare — i suoi partiti si sono spesso adeguati al presente, cioè ai dogmi del capitalismo elitario in cui una piccola parte di popolazione possiede una crescente quota di ricchezza e gli altri si proletarizzano ammazzandosi tra loro per non affogare.

Così insomma la sinistra è diventata di destra; o, se preferite, di niente. Inutile emulazione del suo storico avversario.

Qui siamo, al momento. È questa è, se mi permettete un inciso di “politique politicienne”, anche la principale ragione della mia lontananza e delle mie critiche a Renzi: cioè l’adeguamento e l’emulazione al facile modello elitista e vincista che ha fatto piazza pulita di ogni contrappeso sociale. Ma non è una pochezza, una rinuncia e una codardia di cui Renzi ha l’esclusiva in Europa e in Occidente, tutt’altro.

Qui siamo, si diceva, e con alcuni effetti collaterali che vediamo tutti, come la crescita di nuovi partiti e movimenti — quelli spesso chiamati “antisistema” — che si diffondono proprio nell’enorme spazio lasciato libero da quella sinistra che non ha più saputo elaborare alcun modello, una volta fallito il comunismo e tramontate le vecchie socialdemocrazie nazionali.

Ma qui siamo anche con alcuni scenari che si stanno sempre di più evidenziando: primo, i danni ai meccanismi del mercato (produzione, consumi, profitti, reinvestimenti) provocati dall’eccesso di concentrazione delle ricchezze nelle mani di un’esigua minoranza che, appunto, come tale consuma solo una minima parte di quanto foraggerebbe la produzione se i profitti fossero più distribuiti (e invece incanala la sua eccedenza nella finanza, spesso speculativa); secondo, ancor più importante, la ulteriore riduzione della redistribuzione dei profitti determinata dalla rarefazione del lavoro, a sua volta causata dallo sviluppo impetuoso della robotica e dell’intelligenza artificiale.

Di nuovo, quindi, un mutamento tecnologico che provoca effetti economici e politici, come e più del telaio meccanico.

E, di nuovo, ecco anche le possibili decisioni o non decisioni con cui la volontà umana affronterà e declinerà questo mutamento tecnologico: a seconda della nostra saggezza, della nostra consapevolezza e dei rapporti di forza: culturali prima ancora che di classe.

È tutta qui, la sfida degli anni a venire. La gestione umana (cioè basata su consapevoli scelte) delle conseguenze della rivoluzione digitale globale che, nel capitalismo senza più avversari (a parte se stesso), ha distrutto gli anticorpi costituiti dalla redistribuzione e dal welfare.

Ciclopica, affascinante e paurosa, questa sfida.

E piena di immense difficoltà: basti pensare all’ideologia ferrea e all’egemonia di pensiero e linguaggio che finora si è creata attorno al modello devastante oggi dominante; e basti pensare alla gigantesca bugia narrativa che etichetta come “estremisti” quelli che suggeriscono alcune indispensabili terapie redistributive, mentre i veri estremisti sono con ogni evidenza quelli che per bramosia o cecità ignorano non solo le violente ingiustizie dei meccanismi economici vigenti, ma soprattutto le paurose conseguenze implicite in una mancata gestione e correzione politica di questi meccanismi.

Comunque sia, ci siamo dentro tutti, in questa sfida, su questa nave. Noi, “radicali” solo nella contrapposizione alla follia e all’immoralità delle scelte finora compiute, che cerchiamo risposte globali di buon senso sia etico sia utilitaristico per evitare che la nave sbatta contro l’iceberg; e loro, gli estremisti veri, che hanno in mano il timone e che contro l’iceberg stanno andando a sbattere allegramente.

Più tutti gli altri, naturalmente: cioè quelli che “non si interessano di politica” — e ancora non hanno capito che è sempre la politica, direttamente o meno, a interessarsi a loro.


Originally published at gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it on January 10, 2016.