Scotch. Note sulle politiche.

[mi hanno chiamato a un convegno sulle politiche giovanili, last minute. Mentre pensavo a cosa dire mi è tornato in mente un framework usato anni fa come pre-testo per parlare di downshifting lavorativo. Cosa c’entrava? Niente. Ma mi è sempre sembrato utile ricorrere a regole totalmente arbitrarie per indurre la creatività, riducendo la complessità del mondo. Un po’ Dogma95, un po’ Raymond Queneau, un po’ Goldberg Variations: vincoli che obbligano a stabilire un perimetro, a orientare un’idea, di fatto a dare corpo a un pro-getto. La regola? Costruire un paradigma fatto da ingredienti che sommati fossero l’acronimo SCOTCH].

Unplanning.

Ho studiato e praticato la pianificazione delle politiche abbastanza per sapere con relativa certezza che la pianificazione non serve a niente. E’ anzi spesso un modo dannoso per descrivere la realtà desiderata senza vivere la realtà così com’è. Dannoso perché impedisce di pensare al presente, che è il vero male della contemporaneità. E perché attiva la pratica delle varianti, e sappiamo che di varianti si può morire. Per questa ragione le politiche non vanno progettate con metodo (inteso come metodo scientifico), semmai con il contrario del metodo.

Paul Feyerabend era un epistemologo. Uno talmente avanti che lo ricordiamo principalmente nell’atto di lavare i piatti, la sua occupazione preferita. Ebbene, il grande Paul nel suo ‘Contro il metodo’ ricordava come le grandi scoperte della scienza sono ben lungi dall’essere l’esito di un processo lineare ed ‘esatto’. Sono al contrario l’esito di una conversazione, diremmo oggi, di un contesto relazionale e in ultima analisi politico in cui un’idea implica un contraltare che la osteggia, che la contrasta.

Non si tratta quindi di pianificare azioni di cui verificare (a consuntivo) l’esito ed eventualmente l’impatto, ma di mettere al centro la persona con le sue esigenze i suoi desideri le sue pulsioni lasciando che sia la persona a produrre ciò che serve. Un passo indietro. Nel caso delle politiche giovanili i passi indietro da fare sono molti, tanta è la distanza tra un ‘noi’ che progetta (i policy makers) e un ‘loro’ fatto di ‘destinatari’ (i policy takers). Un modo per pensare così le politiche può venire da un détournement del pensiero del design: divergere e convergere come movimenti del processo creativo, che scandiscono la definizione di problemi, l’esplorazione, la condivisione, l’individuazione di soluzioni, il test, e via così di iterazione in iterazione.

Il nostro doppio diamante può quindi funzionare più o meno così: da un punto di partenza, l’asset fondamentale per qualunque politica che abbia ad oggetto le persone, che sono appunto le persone e la loro capacità di autorappresentarsi, fino a un output ovviamente sempre precario, tentativo, ipotetico, parziale, conativo direbbe (forse) Austin, che è la costruzione della cittadinanza. In mezzo l’azione di presa di contatto col mondo e l’invenzione di modi d’uso della realtà.

Self.

Il primo asset fondamentale, l’oggetto del desiderio delle scienze del management, il punto di caduta delle teorie strutturaliste dell’organizzazione: il sè, il primo ingrediente. Politiche come pratiche che si preoccupano prima di tutto di costruire persone ‘buone’, non necessariamente ‘brave a’, che apparecchiano la tavola ma non imboccano, che scommettono sull’agency come risorsa essenziale su cui costruire il mondo. Self come politiche che costruiscono i campi incentivando la presenza la presenza e disinnescando ogni proiezione sul futuro come ricatto, aspettative a orologeria. Ascoltando e mettendo tutti nelle condizioni di ascoltare.

Contradiction.

Ascoltare significa esplorare l’altro. Meglio: non chiudersi all’incontro con l’altro. Contraddizione come politiche che incentivano l’acquisizione e la costruzione di identità tutt’altro che liquide, ma disponibili a ripensarsi ogni giorno in una relazione dialettica col mondo. Contraddizione come stimolo alla capacità negativa, con Keats:

[…] I mean Negative Capability, that is, when a man is capable of being in uncertainties, mysteries, doubts, without any irritable reaching after fact and reason […]

come abilità a vivere con la condizione di incertezza che, se da un lato è consustanziale all’umanità, oggi ancora di più chiede investimento continuo, nuove capacità non sintetizzabili in un qualsiasi ‘job title’. Contradiction come processo divergente e convergere senza soluzione di continuità e come processo epistemologico che implica la resilienza come condizione. Può tornare utile questo schema prodotto anni fa dagli amici dell’Institute For The Future, che appunto indicano il design mindset e altre (super)soft skills come work skills future implicate da alcuni ‘disruptive shifts’ epocali.

Contradiction come lettura del reale con lenti variabili, come capacità negativa di accettare momenti di indeterminatezza e di assenza di direzione e coglierne le potenzialità di comprensione e di azione. Come incentivo ai giovani a diventare artefici del proprio destino.

Openness.

La contraddizione postula l’apertura, intesa come ‘modello di business’ sociale, come perimetrazione di inter-connessioni neurali implicate dal driver digitale. Openness come politiche fondate aperte fin dal codice sorgente, come fork di Github scritte in modo comprensibile. Politiche come spazi comuni accessibili, appropriabili, riusabili nelle diagnosi e nelle soluzioni.

Qui sta lo snodo, il primo movimento di convergenza: sappiamo cosa serve fare e condividiamo da subito il processo, costruendo spazi di innovazione inclusivi, o di inclusione innovativa. Spazi in cui esercitare la propria identità mettendola alla prova. Spazi disegnati per favorire l’interazione, ambienti fatti per determinare il comportamento con Kurt Lewin:

B=f(P, E)
Where B is behavior, P is Person, and E is the environment.

Spazi come On/Off, forse.

Tinkering.

Dato uno spazio, occorre farci qualcosa. Tinkering come politiche che abilitano i ‘ciappinari’ (vulgo felsineo: smanettoni) dell’innovazione, come prassi che istituzionalizza il garbage can model, prendere quello che capita da buone (o meno buone) pratiche.

Rumare nel rusco, detta in dialetto. Rende l’idea? Questo è il modello della pattumiera.

Tinkering come costruire cose facendole (con le mani), apprendendo il saper fare bene le cose partendo non da ciò che serve ma da ciò che c’è, come costruzione di ‘uomini artigiani’ capaci di dare vita all’inorganico. Come — prima di tutto — creazione di cultura del cambiamento vissuta in pratica, sulla propria pelle, come abilitazione di quell’agency diretta degli individui proiettati a diventare cittadini intesi come ‘agenti del cambiamento’.

“The basic idea of sensemaking is that reality is an ongoing accomplishment that emerges from efforts to create order and make retrospective sense of what occurs”

Infine, come apprendimento del ‘fare parole con le cose’, che in ultima analisi è quell’attività di sensemaking (Weik, la citazione è sua) che sta alla base di ogni atto politico: dare senso, indicare la direzione, facendo (ancora) molti passi indietro su tutto il resto (gestione, coordinamento, ecc.).

Capabilities.

Facendo, costruendo, si plasmano le capacità che le singole identità non sanno di avere, si definisce l’individuo in divenire come proiezione continua non verso il dover-essere ma verso il voler-essere.

L’insieme delle capability individuali è composto da opportunità, abilità e dalla loro interazione con l’accesso alle risorse.

I giovani: intesi con Amartya Sen come come ‘sistemi di funzionamenti’ (camminare, giocare, lavorare, fare l’amore, esprimersi, vivere) che vanno messi nelle condizioni di darsi, di girare. Motori che vanno oliati, cui va dato carburante da bruciare, che vanno montati su telai solidi.

Politiche come sistemi e tecnologie ‘capacitanti’, il cui scopo ultimo (e solo) è produrre un’idea di cittadinanza aumentata.

Hacking.

Ma alla fine a cosa serve tutto questo? Per costruire cittadini intesi come agenti del cambiamento, come hacker capaci di farsi granelli di sabbia nell’ingranaggio. Di fottere il sistema, avrebbe detto qualcuno. Credo fermamente che il futuro del lavoro consista nella progettazione di soluzioni ai grandi problemi sociali, in una modalità che però non è quella del ‘miglioramento’ dello status quo — e lo dico da persona che da anni lavora nel cambiamento inteso come azione di fantomatico empowerment della Pubblica Amministrazione, ma al contrario quella dello sfruttamento delle sue falle.

C’è un enorme mercato di hacking inteso come individuazione e sfruttamento delle falle del sistema. Qua si apre un momento dialettico forte e anche duro tra i policy makers e i policy takers: gli uni devono essere consapevoli che le soluzioni non possono non giungere dagli altri. E qui arriva l’aporia finale: i policy makers non hanno nessuna voglia, comprensibilmente, di farsi hackerare, ma da questa opportunità scaturisce il senso stesso delle politiche che devono promuovere. E’ il paradosso di Ulisse e le sirene ricordato da Jon Elster:

Quando Ulisse si fa legare dai compagni all’albero della nave, per poter udire, lui solo, il magico canto delle sirene senza restare vittima di quella pericolosa seduzione, non fa che dare espressione a una dimensione tipica della razionalità umana: la consapevolezza della propria debolezza di fronte alla mutevolezza del desiderio e all’incalzare delle passioni.

L’unica strada per le politiche — specie quelle giovanili è questa: l’autoboicottaggio inteso come azione di apertura verso l’esterno di spazi aperti per l’apprendimento. Apprendere ad hackerare le (in)capacità pubbliche trasformandole in virtù private, la cui somma determina una possibile strada per la prosperità di sistema. E’ in definitiva una strada per il riformismo, che non può non venire in chiave rivoluzionaria dall’esterno: il ‘potere’ deve trovare il coraggio di legare i propri animal instincts, obbligarsi a rinunciare alle proprie rendite di posizione per ri-disegnare il proprio stesso perimetro di azione.

Ripensando radicalmente la lezione di Don Milani. A Barbiana, il mitico priore voleva creare hacker civici ante litteram: nessuno, diceva, vi aprirà mai davvero le stanze del potere, dovete imparare a prendervele da soli.

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