
LA FIN D’HOMERE e IL SOLENGO: due esclusi , due società fortemente legate alla natura, messi a confronto.
Ieri sera alle 21.30 in sala 2 al Modena sono stati proiettati i film su due uomini esclusi dalla società apparentemente per motivi differenti, ma sotto sotto per un’unica ragione: erano dei diversi.
Homère è un cacciatore francese, un uomo scorbutico ed irascibile che se ne sta sempre per i fatti suoi. In un giorno di caccia come tanti altri, spara e uccide un rapace, si dice per difendersi da un suo attacco. Ma qui inizia la tragedia: il rapace era una specie protetta. Scoppia il caso mediatico, il processo si trasforma in una caccia all’uomo, l’opinione pubblica è come se fosse un branco di lupi affamati ed Homère è la preda, per la prima volta è lui a dover scappare. La comunità di cacciatori ne risente e lo abbandona, non era davvero uno di loro, “a malapena salutava”. Dopo la morte di Homère, la comunità deve fare i conti sul suo comportamento e sull’eredità che Homère ha lasciato: una cattiva nomea, la fama di bracconieri, da oggi in poi la gente della valle considererà i cacciatori al pari degli assassini.
Il Solengo, termine dialettale per dire “il solitario”, è Mario, figlio della Marcella, una donna su cui girano strane voci con un fondo di verità: aveva un marito violento e dopo la morte di questo, per mano sua o del padre, è andata in carcere, già incinta. Dopo la galera la nuova famiglia ritorna a casa, ma il bambino è strano, particolare, seguendo alla lettera le raccomandazioni della madre, una chiromante, si vocifera, diventa un po’ stravagante e non lega con nessuno anche se tutti lo hanno accettato tranquillamente: è uno del paese, uno di loro. Ad anni di distanza la comunità vive delle proprie tradizioni e di storie su Mario: la caccia al cinghiale, il grappino al bar con i soliti amici, “quella volta che se non ci fosse stato l’Arduino , Mario stava per uccidere uno…”; il gruppo degli uomini conosce “una” verità su Mario ma non si cura che sia vera o meno, loro si preoccupavano che stesse bene durante gli inverni che passava nella sua grotta a Pratolongo. Oggi Mario è in una casa di cura per anziani, seguito dai medici, ma in un ambiente che non è il suo e si sta spegnendo: fa parte di una delle ultime generazioni con un attaccamento alla natura e alle proprie tradizioni che noi non avremo mai; morendo quella, si estingueranno una serie di usi e costumi che ci allontanerà ancora di più dal nostro pianeta e dagli altri esseri viventi.
Entrambi i film sono incentrati sull’uomo che vive a stretto contatto con la montagna e in gruppo, molto esclusivo, nel primo caso comprendenti le donne, considerate al pari dell’uomo nella caccia; nel secondo formano un gruppo a sé stante, non sono incluse nei racconti dei cacciatori se non per la Marcella, considerata la principale responsabile -insieme al marito- dei problemi di Mario. I due film ci fanno vivere due realtà montane completamente differenti ma entrambe fanno riflettere su quanto sia importante la comunità e l’appartenenza ad essa.