Create a culture of consent di Steve Rhodes su flickr

Essere modelli della cultura del consenso

Questo articolo non parla di poliamore, ma di un argomento a noi molto caro: la cultura del consenso.

È nostra convinzione che non possa esistere una relazione autentica di nessun tipo senza consenso. La nostra cultura ci ha abituati a vedere i potenziali nuovi partner come persone da sedurre, da convincere a frequentarci, come prede da irretire o come premi da vincere in una sorta di competizione contro l’altro, e non come persone da rispettare, anche e soprattutto in caso di rifiuto.

Perché una relazione possa essere davvero consensuale è quindi necessario che ciascuno si senta completamente a suo agio anche nel poter dire di no, perché solo allora il suo “sì” risulterà veramente autentico e non forzato.

In particolare questo argomento è stato portato alla nostra attenzione dall’esperienza degli incontri poliamorosi. In diversi casi ci è capitato di raccogliere lamentele di persone che venivano avvicinate agli incontri in modo sgradevole da chi evidentemente credeva che esistesse un parallelo tra essere poliamorosi ed essere sempre sessualmente disponibili.

Il problema non è tanto pensare che questo parallelo esista: in molti casi può essere vero, ma è l’automatismo percepito da queste persone ad essere un problema. E, soprattutto, il fatto che questo percepito automatismo faccia si che queste persone cerchino un certo tipo di contatto senza prima porsi la domanda: “sarà gradito il mio approccio?”.

Per queste ragioni crediamo sia molto importante diffondere queste idee sia nel nostro ambiente che comunque in Italia in generale, paese in cui la produzione letteraria sull’argomento purtroppo scarseggia ancora.

Buona lettura!

– La redazione


Essere modelli della cultura del consenso

di Rebecca Flin

Quindi ora sappiamo cos’è la “cultura dello stupro”, giusto? Grazie a dio finalmente abbiamo un’espressione per descriverla! Come per la nascita del termine “molestia sessuale” negli anni ‘70, la recente aggiunta della locuzione “cultura dello stupro” al nostro lessico di tutti i giorni ci ha fornito un modo per descrivere ciò che un tempo si chiamava “è così che funzionano le cose” o “è la vita”. Pertanto, ora ne siamo consapevoli e siamo in grado di parlarne. E non so cosa ne pensiate voi, ma io la vedo ovunque: film, notiziari, musica, educazione dei bambini, la metropolitana, eccetera. La cultura dello stupro è la nostra cultura. Ma ora che la vediamo, possiamo iniziare a cambiarla, giusto?

E allora ditemi, cosa posso fare per allontanarmi dalla cultura dello stupro? C’è sicuramente un sacco di discussione in giro su cosa NON fare – ovvero su come la cultura dello stupro si manifesti. Ma raramente vedo un post su un blog, un articolo o in effetti un qualsiasi genere di discussione su cosa DOVREI fare – quali siano le manifestazioni della cultura del consenso.

“Non dire quello”… “Non toccare lì” OK Panda, ho capito, ma cosa FACCIO?

Personalmente, non ero in grado di immaginare una cultura del consenso finché non l’ho vista. E ora che l’ho vista, sento il bisogno di condividere la mia storia, così che forse anche altri possano immaginarla.

Di recente ho partecipato ad un evento speciale sul ballo nel nord dello stato di Washington. È stato probabilmente l’evento più alternativo e di controcultura cui io abbia mai partecipato in vita mia (ma notate che non sono mai stata al Burning Man). L’evento si è svolto nella cornice di una meravigliosa foresta nordoccidentale piena di alberi, dirupi ed un’ampia, splendida piscina naturale di acqua dolce. Molta gente ha trascorso la maggior parte delle ore diurne a fare il bagno nudi e a star distesi lì intorno seminudi o completamente nudi. Si sono anche tenute un certo numero di classi, sessioni di condivisione di competenze e discussioni facilitate su argomenti come il consenso e l’identita’ di genere.

Quando sono arrivata a questo rifugio hippy, un ragazzo ha iniziato ad aiutarmi a scaricare la macchina. Si è presentato e l’ho riconosciuto immediatamente. Due anni prima ci eravamo incontrati ad una sessione settimanale di ballo mentre ero in viaggio con alcuni amici per lo stato di Washington. Mi ricordavo di aver ballato con lui e di aver avuto nel ballare una connessione così intensa che addirittura mi ha spaventato un po’ – abbastanza da farmi lasciare deliberatamente l’incontro senza scambiarci i nostri contatti. Più tardi in quell’evento ovviamente abbiamo ballato. Ballare con lui mi ha riempita di gioia, ma contemporaneamente ho sentito un leggero brivido di pericolo in un contesto generale di sicurezza e fiducia. È stato come essere il passeggero di una moto. Due anni senza contatti non avevano significato nulla.

Mentre ballavamo, presto la nostra connessione si è trasformata in qualcosa… di più, come capita a volte quando si balla insieme. Proprio ciò di cui avevo paura quando sono scappata da lui due anni prima. Sentivo quella chimica, sapevo che si poteva sviluppare ed avevo paura di ciò che ne sarebbe potuto risultare. In una certa misura, mi sentivo ancora così. Non mi interessava far sesso con lui – o con chiunque altro se è per questo – in questo particolare momento della mia vita, e non volevo aprire quel vespaio. Ma la nostra connessione nel ballare si stava espandendo nel regno del sessuale. Sentivo che stava accadendo. Il ballo era finito, ma nessuno di noi due si allontanò dall’altro – quei brividi correvano per tutto il mio corpo, implorando di farsi crescere le ali. I nostri volti erano vicini, il respiro in sincrono e pesante – era quel momento perfetto, quello che catturano in tutti i film. Sapevo che stava per arrivare. Quel classico, sognante primo bacio. E poi accadde qualcosa di miracoloso:

“Rebecca, mi piacerebbe baciarti.”

O mio dio!

Mi ha preso alla sprovvista. Nessuno mi aveva mai chiesto verbalmente di baciarmi prima, a meno che io non stessi tenendo fisicamente il mio viso lontano da loro e quindi non potevano. “Oh wow”, ho pensato… “Mi sta davvero chiedendo il consenso!” E per qualcosa di così “piccolo” come un bacio. E quel fraseggio, “mi piacerebbe baciarti”. Mi sono sentita desiderata, ma non sotto pressione. Non ha rovinato l’atmosfera come la stranezza goffa del “posso baciarti?” Mi ha dato la possibilità di pensarci: avevo alcune riserve. Avevo paura che baciarlo potesse portarlo a credere che avremmo fatto sesso. Ma accidenti, io volevo baciarlo, per cui ho risposto con un sottile “ok” senza fiato e mi sono protesa verso di lui.

Il bacio è stato meraviglioso. Mi son sentita sciogliere. Ed è stato così bello essere totalmente, interamente preparata. Non c’è stato nessuno shock del “oh, ci stiamo baciando”. In più, sapevo che entrambi davvero volevamo fare quello che stavamo facendo, non stava solo “succedendo”.

SÌ!

Eppure, mi scrollai da quella situazione perché non volevo indurlo a pensare erroneamente che avremmo fatto sesso (specialmente in un ambiente così apertamente sessuale come questo posto hippy). Così tanto ho interiorizzato la cultura dello stupro. Mi aspetto che gli uomini mi sfidino quando pongo un limite sessuale. Io sono brava ad affermare i miei limiti, e confido che alla fine saranno rispettati, eppure spesso scelgo di evitare del tutto di progredire in una situazione sessuale piuttosto che “mettermi in una situazione” nella quale io debba combattere per stabilire un confine. Con questo in mente, mi sono strappata via dopo un po’ di limonamento decisamente bollente e siamo usciti traballando da questo sogno-ballo-bacio e rientrati nella realtà.

Il giorno seguente ci siamo incontrarti per caso al laghetto. Non mi ero decisa sul se – e nel caso, come – volevo procedere con lui. Onestamente, avevo intenzione di ignorare l’intera situazione con un bell’esempio di di vigliaccheria verso il confronto. Ma poi lui ha aperto una conversazione inevitabilmente imbarazzante:

“Insomma so che ieri sera hai detto che ti stava bene che ci baciassimo…”

“Sì?”

“Ma io in qualche modo mi sentivo come se non ti stessi leggendo correttamente. A volte sembrava che ti andasse, ma in altri momenti no…”

Oh dio stava chiedendo conferma. La cultura dello stupro mi dice che gli uomini vogliono solo “arrivare a far sesso”, per cui naturalmente ero stupita che lui scegliesse di mettere a rischio l’”arrivare a far sesso” chiedendo conferma verbalmente. “Chiedere conferma” è una parte della cultura del consenso che è molto facile liquidare. È facile dire a te stesso: “Oh, io già gliel’ho chiesto. Ha detto che le stava bene” nonostante si stia cogliendo un linguaggio corporeo o altri segnali che potrebbero dire diversamente. Gli ho detto che in effetti mi aveva letto correttamente. Stava cogliendo segnali contrastanti perché anch’io ero piena di sentimenti contrastanti. Mi era davvero piaciuto baciarlo, ma ero preoccupata che ciò avrebbe potuto portare a far sesso, al quale io semplicemente non ero interessata. Mi ha detto che capiva, che neanche lui cercava sesso, e che se ci fossimo trovati di nuovo insieme in momenti sensuali ci sarebbero stati solo baci e coccole. Wow! La cultura dello stupro mi ha portato fuori strada questa volta. Non stava cercando sesso. Ero così felice che me ne avesse parlato, perché ora potevo godermi appieno il baciarlo senza paura.

Oh, e questa è la parte più follemente insana di questo incontro. Per tutta la durata della conversazione eravamo entrambi totalmente nudi. Abbiamo avuto questa conversazione al laghetto hippy, nel momento in cui entrambi avevamo casualmente appena finito una nuotata nudi. Era il momento perfetto per avere quella conversazione (a parte la nudità) quindi lui non ha lasciato che la nudità lo scoraggiasse. Ed è riuscito a farmi sentire a mio agio durante una conversazione veramente imbarazzante. Nudi.

Rischio di FANTASTICO oggi: ESTREMO!

Ero completamente stupefatta di questa esperienza. È stata la prima volta che ho mai visto qualcuno far da modello delle pratiche del consenso così esplicitamente. Voglio trasmettere questa cosa. Voglio prendere tutti gli aspetti di questa interazione (a parte forse la nudità) e portarli fuori dal contesto della controcultura e nella cultura dominante. La prossima volta che vorrò un bacio, voglio dire qualcosa come “mi piacerebbe baciarti” o “ti andrebbe se ti baciassi?” per mostrare ad altri quanto il consenso possa essere deliziosamente sexy! Gli articoli o i documentari o i blog su ciò che è la cultura dello stupro e cosa non fare, o anche quelli sulla cultura del consenso e “come praticare il consenso” sono nulla se confrontati al potere di far da modello.

Cosa succederebbe se i cinema e le trasmissioni televisive mostrassero quel perfetto e sognante primo bacio con una delle parti che dice “mi piacerebbe baciarti” e poi aspettasse una risposta verbale o fisica prima che le labbra si incontrino? Quanto sarebbe diversa la nostra cultura?

Psst… Eric!… Prova con le parole!

Un giorno scommetto che i media ritrarranno la cultura del consenso come norma. Ma fino ad allora, “la rivoluzione sarà educata”. Siamo in grado di mostrare agli altri com’è fatta la cultura del consenso essendone modelli. Se più gente potrà vedere dei modelli, più gente potrà immaginarla, il che significa che più gente la renderà realtà.


Rebecca spesso si sente presa in mezzo fra la controcultura e la cultura dominante, incapace di sentirsi a suo agio in nessuna delle due. Questo è probabilmente dovuto all’essere cresciuta in una famiglia nucleare tradizionale, circondata da una comunità caratterizzata da hippitudine alla Portlandia [serie TV statunitense inedita in Italia, n.d.r.] e liberalismo ardente.

Articolo originale pubblicato come Modeling Consent su Disrupting Dinner Parties.

Traduzione di Luca Boschetto

Altre letture correlate: Sì vuol dire sì, di Margaret Cho, su Intersezioni.

    Redazione Poliamore

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