Altrove

L’intervista cominciava a stancarmi. Pensavo ad altro, poi guardavo il viso della giornalista e mi ricordavo che avrei dovuto ascoltarla per rispondere sensatamente. Ma volevo rispondere sensatamente? In fondo era la prima intervista da quando era uscita la versione cinematografica del Libro. Il Libro. Pensavo a quello. Anzi a qualcuno del Libro.

“Quando ha capito che il mestiere di scrivere sarebbe stato il suo futuro professionale?”

Pensavo a Bruno il giornalaio, ora intrappolato nella trama di una storia che non aveva contribuito a scrivere. Chissà se fosse stato vivo oggi, cosa avrebbe pensato Bruno il giornalaio. In realtà forse non si sarebbe neanche letto o visto. Bruno non avrebbe avuto tempo, nemmeno per ascoltarsi raccontato dagli altri. Tuttavia, e ne son convinto, avrebbe studiato una strategia per far fruttare la sua popolarità, anche temporanea: esatto, sì, avrebbe proprio trovato il modo di sfruttare questa cosa.

Nel frattempo, l’intervista continuava e, a domande scontate, non riuscivo a rispondere se non con baggianate iperboliche:

“Vede, me ne resi conto presto. Quando cominciai a scrivere il primo giornalino, alle scuole elementari, pensai che questo sarebbe stato il mio mestiere. Più come giornalista reporter, che come pennivendolo. Ma scrivere un articolo o un racconto era per me la stessa cosa”

e poi bla bla bla “spesso il male di vivere ho incontrato…” Ricordavo con nettezza il giorno che la maestra delle elementari, dopo un primo moto di sorpresa per il giornalino che avevo scritto, fotocopiato e distribuito (a 50 o 100 lire a copia), mi aveva chiamato alla cattedra per interrogarmi. Non capivo del tutto: bionda, il suo caschetto e i suoi occhi vispi, sicuramente apprezzava il giornalino, forse era stupita e certamente era orgogliosa di quel cinno di otto anni, ma aveva avuto la necessità di ribadire la sua autorità interrogandomi sulle poesie imparate a memoria. Mi rimandò al banco quasi infastidita, dopo avermi fatto recitare Montale. Ero un po’ avvilito dalla mancanza di un riconoscimento, ma mentre andavo a sedere al posto, vidi fuori nel cortile della scuola, che era poi l’oratorio, Bruno il giornalaio che confabulava fitto fitto con il sacrestano ubriacone. Immaginai quel giorno di primavere della terza elementare qualcosa legato ai giornali, mentre oggi ero certo di poter affermare che Bruno, lì in quell’istante, stava comprando informazioni in cambio di qualche bottiglia di vino – forse addirittura di mio padre. Di mio padre le bottiglie, non le informazioni, che invece certamente riguardavano Monsignore.

“Ora vorrei chiederle se per lei contano di più i soldi, la fama o l’arte in sé e per sé? Mi risponda sinceramente?”

Machénnesox. Dell’arte, dei soldi o della fama. Che ne posso sapere? Una delle più insulse giovani giornaliste biondine che mi fosse capitato di incontrare. Solitamente ero ben contento di fissare interviste ai miei clienti con le giovani giornaliste biondine, perché anche un ingegnere era in grado di raccontare loro quello che era necessario: ci credevano e lo scrivevano – incredibilmente – bene. E – incredibilmente – i miei clienti erano soddisfatti e convinti di poter andare dalla Groover a illuminare le menti dell’opinione pubica italiana.

“Credo che ciò che mi interessa davvero sia che anche solo una persona mi legga e rida, o pianga, o si incazzi. Mi interessa far scaturire un’emozione. Sinceramente. E il più delle volte, parto con la scrittura per far piangere e finisco per far ridere. Davanti a questo fallimento godo.”

Ecco, godo è un’espressione da non utilizzare in un’intervista con una giovane giornalista biondina, che sa di poter sfruttare quel fascino da bambolina che ha fatto girare la testa a metà dei suoi compagni di liceo, ascoltando i Guns… Don’t you Cry tonight, mentre l’altra metà si sfondava di canne.

“Ma quando parla di godere, lei intende una vero e proprio godimento fisico, quasi volesse farci capire che prova un org…”
“Un organico piacere, come un’evacuazione mattutina dopo una grigliata estiva”, pensai ma non osai

Bruno non entrava mai in oratorio. Era ebreo. Convertito,a quanto si raccontava in paese. Aspettava giú dal sagrato della chiesa che gli sposi uscissero, per raccogliere il riso che gli invitati tiravano. A chi lo dava quel riso. Rampo diceva che lo mangiava. Io son convinto che lo desse alle galline. Sì perché essendo rimasto solo lui nel ghetto, aveva la possibilità di tenere una piccola batteria di galline, che a volte andavamo a visitare per rubare un uovo da portare a casa.

“Grazie di essere intervenuto, Jacopo B. Durante. Le auguriamo il meglio per il suo libro. Tutti coloro che volessero inviarci domande e commenti possono continuare a farlo su…”
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