Il giornalismo in cerca di identità e sostenibilità

I mutamenti del settore dell’informazione richiedono ulteriori riflessioni e, soprattutto, nuovi modelli economici ai quali ispirarsi per non restare indietro o, peggio, chiudere

Da sempre giornalisti (e non) discutono dell’evoluzione della professione, del mutamento del rapporto con i lettori, dei modelli economici che questa propone. Ultimo, in ordine di tempo, è un articolo della Rivista Studio dal titolo Troppe parole per nulla che, citando a sua volta un pezzo dell’americano The Awl, si chiedeva se non esistesse anche, nella realtà italiana, una bolla di contenuti.

Siamo partiti da una domanda semplice semplice: come si può rendere economicamente sostenibile un giornalismo di qualità e di “prima mano” sul web? I pezzi “impegnativi”, infatti, richiedono investimenti non da poco: chi li scrive chiede di essere pagato decentemente, mentre chi li edita, in redazione, non può dedicare il tempo ad altro. Le testate online non hanno guadagni diretti dai lettori: a differenza di giornali e riviste, non c’è alcun oggetto da vendere, salvo rari casi di paywall. Infine la raccolta pubblicitaria online non rende quanto quella cartacea: stando ai dati che abbiamo, le principali concessionarie di pubblicità devono solo il 10% del loro fatturato al web.

Alle domande di Anna Momigliano hanno risposto Giovanni De Mauro di Internazionale, Luca Sofri del Post, Christian Rocca di IL, Federico Sarica di Studio, Paolo Madron di Lettera43, Tim Small di Prismo e Christian Raimo di Minima et Moralia. Molti i rimedi proposti, i modelli analizzati, le case histories contemplate. Una sola risposta individuata: nessuno sa come il giornalismo, sopratutto quello online, sappia sostenersi da solo.

La questione è relativamente semplice, ma non per questo facilmente risolvibile. E cioè: 1) c’è fame di buoni contenuti su Internet, e i clic dei lettori lo dimostrano; 2) per forza di cose, i buoni contenuti costano tempo e denaro; 3) in mancanza di un oggetto da vendere e in un sistema italiano in cui i paywall sono difficilmente applicabili, il modello tradizionale vorrebbe che la fonte principale di reddito per i media sia la pubblicità (certo, per i media di carta vendite e abbonamenti sono soltanto una delle fonti di introiti, ma è già qualcosa). Il problema è che, 4) la pubblicità su Internet per il momento non paga a sufficienza, tanto che molte media company, da Internazionale al New York Times, ancora finanziano il web con la carta. 5) A complicare tutto questo ci sono i grandi social network, che stanno sempre più monopolizzando non solo la distribuzione dell’informazione, ma anche il mercato pubblicitario. 6) Come se non bastasse, gli ad blocker rendono il mercato pubblicitario online ancora più difficoltoso.

Un buon articolo, in grado di fare circa diecimila visualizzazioni, può rendere al sito, in pubblicità, una cifra che si aggira intorno ai 150 €: pochi per pagare chi scrive e chi edita (e posta) l’articolo sul sito. Ai piani alti dell’informazione si corre ai ripari, stringendo accordi e siglando partnership con Facebook (New York Times) e Google (La Stampa). Ai piani alti.

E più in basso? Cosa resta da fare ai semplici giornalisti e ai freelance, per evitae di trovarsi sul conto poca liquidità ma tanta visibilità? Sono anni che questa domanda aleggia ai festival, agli incontri, ai forum, agli appuntamenti più o meno istituzionali. Non a caso gà tre anni fa, in un articolo del Post datato 11 febbraio 2012 Riccardo Luna si interrogava sul futuro del giornalismo. In poche righe individuò la risposta alla sua domanda nell’esempio di claudia vago. Prima in Italia, Tigella (questo il suo nome online) capì che il crowdfunding era il mezzo con cui i giornalisti, su esplicito mandato dei lettori, potevano continuare a svolgere il loro lavoro, senza dover fare i conti con la crisi di settore o le pressioni di editori e direttori. Promosse una campagna su Produzioni dal Basso, raccolse i 2600 € necessari e volò a Chicago. Qui seguì #occupychicago, manifestazione promossa da Adbusters, lo stesso collettivo che era dietro Occupy Wall Street. Per quasi un mese, aggiornando i propri lettori sul proprio profilo twitter e su un blog aperto per l’occasione.

Alcune immagini di OccupyChicago

L’esperimento di Claudia Vago, oltre ai complimenti, si attirò addosso anche qualche critica, qualcuna più velata (dall’European Journalism Observatory), qualcuna più incisiva, come quella dell’Associazione Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione. In un articolo del 16 febbraio 2012 dal titolo Perché non è il caso di mandare qualcuno a Chicago, bernardo parrella chiuse così un pezzo dove sosteneva che, nella migliore delle ipotesi, Tigella avrebbe solo aumentato il rumore attorno a #OccupyChicago:

Nel complesso riteniamo che, pur con tutte le buone intenzioni, questa iniziativa sia quantomeno affrettata, inutile e controproducente. Né torna d’aiuto per il futuro del giornalismo o per la partecipazione online. E pur se ovviamente ciascuno/a è “libero/a di fare e sbagliare come meglio crede”, l’invito generale è quello di ripensarci e di stare attenti alla schiuma del passaparola online, all’assenso automatico per qualsiasi iniziativa “dal basso” o presunta tale, senza un attimo di riflessione critica. Meglio non sprecare le poche (e preziose!) risorse umane ed economiche del giovane citizen journalism nostrano.

Tralasciando comunque l’aspetto puramente giornalistico del reportage di Claudia Vago e concentrandosi sull’impatto che il crwodfunding ha avuto su tali iniziative, l’interrogativo rimane: come si spiega il successo economico di #OccupyChicago e di altri esempi simili?

«La domanda è: la gente è disposta a pagare per conoscere questioni che riguardano la vita di tutti? Secondo noi, sì»

A parlare è Rob Edwards, uno dei fondatori del The Ferret, piattaforma scozzese di giornalismo investigativo, che ha fatto della raccolta fondi online la sua principale fonte di finanziamento. Ma non è un caso isolato. In Olanda c’è il De Correspondent, che attraverso il crowdfunding ha finanziato la propria campagna abbonamenti puntando su “un giornalismo lento, di qualità e senza pubblicità”. In Italia, invece, è stato Il Giornale a rivolgersi al crowdfunded journalism per finanziare Gli occhi della guerra, un esperimento di giornalismo partecipato che in pochi mesi ha già contribuito alla produzione di reportage in Afghanistan, Ucraina, Siria e Libia.

Diverso è il caso di EticaNews, testata online nata “con l’obiettivo di proporre un modello nuovo e sostenibile di società, di business e di giornalismo” che, sul suo sito, ogni due mesi propone delle potenziali crowdinchieste, ossia inchieste finanziate attraverso un crowdfunding reward base. La community di lettori può interagire con i giornalisti, proporre temi, idee e spunti per le inchieste, anche quelle in corso.

Similmente a quanto avviene con il crowdfunding civico, ad esempio, quest’ulteriore forma di finanziamento “dal basso” pone diversi, inevitabili interrogativi: chi risponde, a livello legale, di eventuali errori, inesattezze, diffamazione o calunnie a mezzo stampa? E, nonostante le parole di Rob Edwards, in Italia chi pagherebbe un giornalista per realizzare un’inchiesta? Domande alle quali, al momento, non possiamo fornire una risposta. Restano comunque i meriti del crowdfunding: scardinare le vecchie logiche redazionali, ridisegnare i rapporti tra giornalista e lettore eliminando intermediari e, sopratutto, offrire perlomeno una speranza a un settore, quello dell’informazione, che in Italia vive in una zona del Crepuscolo di dylandogiana memoria, fatta di sprechi, tagli inevitabili, crisi senza via d’uscita.