Disordine
Provo a non ordinare, a non ordinarmi. Provo a non odiare, a non odiarmi. Provo a dire, a dirmi.
Nella cartelletta marrone ci sono i tuoi ricordi papà. I ricordi che non ricordi. Fogli di giornale, foto, pezzi di giornale, pezzi di foto, sottolineature, tempi di gara, stampe. L’amore per tuo figlio, la tua passione su di me, le mie mani che spostano l’acqua, le gambe che battono forte, la calotta che non mettevo, gli occhialini che mi davano fastidio, la paura di deluderti, la rabbia che sfogavo, quella grinta, record, record, record.
Vincere e svuotarsi. Svuotarsi per potersi riempire ancora. Se resto in questo pensiero sento la pace.
Quanti anni sono passati… Conservavi tutto, ero il tuo orgoglio. Ero le parole che non dicevi, la stima che non ostentavi, il timore che non fosse tale ciò che percepivo. Ero. Oggi cosa sono papà? Te lo chiedo ma non rispondi, non lo fai mai. Beh, non sei cambiato poi molto sai? Almeno ora hai una ragione per i tuoi silenzi, o forse un castigo. Forse ora vorresti.
Non riesco più a nuotare, ora annoto. Lo facevo anche allora, è sempre stato il mio grande amore. Osservare le persone, sentirle. Sentirle, analizzarle, rubare il rubabile più intimo. Confrontare, riflettere, dedurre, attendere, verificare, rielaborare. Silenzio. Voci. Scrivere.
Se tu avessi potuto scegliere, avresti optato per le Olimpiadi; poi per il mio ingresso in accademia della Guardia di finanza. Io pensavo solo: ‘a me piace scrivere, voglio fare lo scrittore’. Per questo ho lasciato da campione in carica. Per questo ho sabotato l’esame di ammissione a L’Aquila. Per questo mi hai visto e mi sono visto fallire.
La necessità di capire, di passare oltre la conoscenza dei libri; quella, sai, è accessibile a tutti. Spogliare dei vestiti e della carne i miei interlocutori, entrare in quell’invisibile incognita chiamata emozione. Questa è la mia necessità e non riesco a farne a meno. Sento le voci invisibili papà, le sento da sempre.
Cosa ho fatto in questi anni? Ho cercato le risposte che non potevo avere da te, quelle che pensavo non mi volessi dare.
Un giorno il mondo si è rovesciato, mi sono sentito fragile, impotente, incapace. Un giorno mi sono ritrovato a piangere da adulto, senza esserne pronto. Un giorno sono annegato senza appigli, a polmoni vuoti, cercando un respiro che non sapevo più dove trovare.
Sono stato debole, indeciso, intimorito e poi arrabbiato. Incoraggiato dalle devianze e dalle distrazioni a dare il peggio di me, a tralasciare il bello, i sogni e le passioni. Perché ho due occhi così diversi papà? Come mai non riuscivo ad adattarmi? Ho sofferto; capita ancora. Ho toccato il fondo degli abissi più scuri durante quel mio incessante annegare. Mi sono sentito incompreso. Perché, vorresti chiedermi? Perché ricevevo indietro cose diverse da quelle che davo. Anzi, pensavo fosse così. E guardavo solo quello, solo le ingiustizie, i soprusi. Che cazzata ed inganno enormi il sentirsi incompresi.
Il non parlare, il non esprimere la propria sofferenza, il non dire dei momenti di fragilità. Realizzare poi che le lacrime private restano sempre lacrime, ma con meno possibilità di essere asciugate. E l’impotenza e l’incoerenza, usate come scuse. Per non ostentare il fatto che a volte come i cani abbaio e, se qualcuno invade troppo il mio territorio, posso anche mordere. Per nascondere la soddisfazione di alimentare un sano egoismo, una verità che parla da sola senza bisogno di morali.
Ci sono passato papà. In mezzo alla vita, tra le strade più strette dove rischi di restare schiacciato, attraverso l’enorme fatica di rimettere in moto un cervello spento. Ci sono passato papà. Per gli occhi degli altri, per quegli occhi che, diceva la mia amica, non possono vedere come i miei, come i suoi, come quelli di un altro. E ho trovato il confine sottile della soggettività sul bene e il male. E ho ritrovato il respiro in quel consiglio, una serena e piacevole consapevolezza.
Giudicavo la visione altrui e perdevo la mia per evitare di accettarne la diversità. Punti di vista, prospettive. Guardo mia figlia, guardo altri bambini, qualcuno vede delle innocenti creature, io ci vedo possibilità, futuro. E non c’è bisogno di appesantire sempre o di avere delle certezze sulle proprie teorie. E non c’è bisogno di un verdetto unanime per sentirsi giusti, buoni, felici, rilassati. E non serve per forza una risposta se non si è in grado di darla. Spesso basta un silenzio che ascolta. E non necessariamente i miei sogni dovevano essere le tue speranze riposte su di me. E così, dietro a quei fogli di giornale, foto, pezzi di giornale, pezzi di foto, sottolineature, tempi di gara, stampe, e così lì dietro trovo la mia prima poesia.
E i tuoi riservati silenzi diventano la nostra più profonda condivisione.
Metto a letto Olimpia rendendomi conto che non ho molto da fare, se non guardarla mentre si addormenta, mentre esegue una buffa danza nel lettino stropicciando occhi, naso e coperte. Stropicciandomi il cuore. Ed eccolo lì, il respiro dei suoi occhi. Scandito da un battito di ciglia che vola verso i sogni, verso un futuro che non mi appartiene ma che magicamente osservo.
Fai silenzio papà, non ti affaticare. Oggi il tuo silenzio è il mio essere vivo.
