Personale manuale di sopravvivenza per coders e designers.

La mia personale esperienza alla luce di considerazioni pervenute in Apple Developer Academy.


L’industria tech è cresciuta a dismisura e tutt’ora è inarrestabile. Non avete bisogno di me che vi dica di come il settore informatico abbia avuto successo.

Photo from Unsplash

Quello che più mi ha scosso però è la più totale specializzazione di ruoli che si può avere nelle aziende e nelle agenzie di comunicazione: graphic designer, UX designer, motion designer; front-end developer, back-end, mobile…

La settorializzazione.

Il “essere il migliore” su una cosa sola. 
Una filosofia di vita condivisibile anche nel lavoro?

Vi dico come la pensavo: prima di iniziare l’Apple Developer Academy, ero dedito alla grafica pubblicitaria quanto alla creazione di siti web. 
Insomma, bazzicavo tra un tag HTML e una griglia di Illustrator; tra le regular expression in PHP e i sommari di inDesing.

Premetto: Ho ancora tanto da imparare ma posso dire di avere qualcosina già da insegnare (e sto parlando di attitudine e produttività).
Photo by rawpixel on Unsplash

Vuoi per curiosità, vuoi per passione, mi sono sempre ritrovato ad essere in grado di poter gestire più aree di interessi e usi totalmente diversi collegati al mio lavoro. 
Non mi piace solcare una linea di confine tra programmare e “fareilgrafico” semplicemente perché non interpretavo questo limite come una cosa positiva: tutt’ora mi piace immaginare che chi disegni interfacce, sia anche realisticamente in grado di poter razionalizzare come renderle concrete a tutti.

È uno dei miei goal lavorativi a lungo termine e ci continuo a credere.

Parlando di app e UX, sono rimasto davvero sbalordito. 
Prima di intraprendere il percorso in Academy, non avevo mai approfondito l’argomento prima d’ora. 
(offside: aspettatevi nei recenti articoli qualche Case Studies di apps che ho avuto modo di sviluppare).

Motion design

Ho avuto modo di affrontare lo studio del Motion Design per mia ambizione. Insomma, creare elementi animati dinamici senza però l’obbligo di rappresentarli su codice. Parlo di micro-interazioni.

From gfycat.com

Questa cosa ha senso? Mostrare prototipi che difficilmente vedranno la luce perché difficilissimi da realizzare? 
Ho iniziato allora a dover essere “dipendente” dai tools e lasciatemi dire che è una cosa che all’inizio non capivo proprio: è sempre l’idea e la possibilità che la mente umana ha a fare la differenza, non lo strumento che usi. Dai, ti fai venire l’idea e poi vedi come realizzarla, non è che la cerchi nel software. Ma se l’idea è differente?

Invece, devo dire che mi sono dovuto ricredere.

Ha senso fare una divisione dei ruoli ma mai come questa volta mi sono sentito privilegiato a masticare sia il volgare vezzo artistico (che tanto inutile non è) che la sua realizzazione.

Alla luce di questo, fare il one man band non sempre paga.

Come ne sono venuto fuori?

A meno che non abbia la fortuna di “farti bastare” una precisa micro area nel mondo del design (e fare solo design) o di programmazione (reciproco equivalente), il legame che credo ci sia oggi tra entrambi è indissolubile.

Photo by Headway on Unsplash

Mi viene da pensare alla cucina: il mio approccio è più orientato ad un cuoco che pensi il piatto, lo crei e lo prepari lui stesso al posto di iniziare una cosa che sa fare meglio e lasciar continuare qualcun altro.

Non ha senso cercare di distinguere questa separazione

Potremmo tutti iniziare a credere un pò di più che è cosa giusta che il progetto finale sia il risultato di una sinergia di più elementi che vengono fuori dalla stessa testa.


Tu cosa ne pensi?

Grazie mille per aver letto fino a qui. Il mio obiettivo è continuare a pubblicare almeno una volta a settimana un articolo. Giuro che ho il piano editoriale alla mano.

Raffaele Vitale