Giorni di marmo, pomeriggi di bronzo, sere di ciliegio
“Tu corri dietro il vento e sembri una farfalla,
e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla,
se hai paura ad andar lontano,
puoi volarmi nella mano.
Ma so già cosa pensi: tu vorresti partire,
come se andare lontano fosse uguale a morire,
e non c’è niente di strano, ma non posso venire.
Così come una farfalla, ti sei alzata per scappare
ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare,
se non fossi uscito fuori per provare anch’io a volare.”
Vivo questo periodo attendendo. Attendo prima la trepidazione, la pressione degli obiettivi; poi la risoluzione di questi ultimi, il rilassamento che ne consegue. Obiettivi in cui non sono certo di credere realmente.
Ma tu questo lo sai.
Attendo, un po’ inerte, attendo. Ed intanto il tempo bolle.
Insieme ai giusti e misurati momenti di inadeguatezza nei confronti del circondario. E di alcune circostanze.
Preservando apparenze e forme alle quali ho abituato più o meno tutti, esitando con carattere, tra la convinzione più profonda e la più inetta remissività. Tra la risolutezza e la caducità.
Riguardo cosa, poi, è inutile specificarlo.
Quel che sarebbe giusto specificare è quel considerevole quantitativo di felicità vigliacca che deriva da un consolidato e progressivo accontentarsi, al quale mi sono pericolosamente assuefatto.
Stasera, in particolare, sei rientrata tra i miei pensieri, cosa che ormai non accade più così inflazionatamente.
Ho riascoltato “Cara”, di Lucio Dalla. Non che avessi evitato di farlo in questi mesi, non ne sarei stato capace: l’ho semplicemente riascoltata sforzandomi di destinarla nuovamente a te.
Ho pensato all’iperbole dei tuoi capelli, alla tua metrica ossessiva.
Alle tue fughe. Ai miei preludi. Ai capi casual che non indossavi ma vestivi.
Ai corvi che gracchiavano maledizioni nella nebbia, mentre rincasavamo silenziosi nella periferia gotica e ghiacciata.
Ai parchi di ex ospedali psichiatrici, ameni perché desolati.
Alle farfalle. Vittime delle nostre fantasie.
Durante un periodo estremamente indeterminato, avevi assunto un ruolo nella mia mente. Ti avevo scritturata.
Non mi dispiaceva. Anzi, mi piaceva. Ho iniziato a volerlo io. A volerti sul palcoscenico.
Forse non eri tagliata per questa parte, chissà. O forse sono, come al solito, un regista fallito.
Tuttora, le domande che mi pongo su quel lasso di tempo liquido e sconclusionato sono tante ed irrisolte.
Mi fece sorridere un tentativo di risposta che mi fornisti tempo fa:
- Mi hai sopravvalutata.
Non so se lo pensi davvero — o se sia stato un elegante esercizio di sottile voluttà— , ma stavi quasi riuscendo a convincermene man mano.
Tuttavia, continuo a credere non sia possibile.
Tutto etereo, tutto incompatibile con tutto, ma nulla di malsano.
I giorni di marmo, i pomeriggi di bronzo, e le sere di ciliegio.
Le linguine al dente e su di sale che ancora non ho digerito.