Gli uccelli dalle ali di cenere
Molti lettori vogliono storie nuove e appassionanti. E’ anche vero che molti si appagano con le stesse storie, quelle a cui sono affezionati da sempre. A volte sono certi tipi di personaggi che il lettore ricerca in un modo, direi, piacevolmente ossessivo.
Qui di personaggi stereotipati non ce ne sono, né si incontrano cliché. Si parla di vicende che alludono ad una presunta fattucchiera, strega, malefica (usate il termine che preferite) la cui presenza incombe sulla vita di un artigiano.

Non ti aspettare roghi, non ti aspettare sabba, non ti aspettare formule magiche pescate chissà dove. La paura si annida nella mente del protagonista e tu lettore la respiri come un veleno invisibile. Il linguaggio è pungente, profondo, ammaliante, introspettivo e, proprio come il terrore che dilaga di capitolo in capitolo, non lo afferri mai del tutto.
Non udiva le voci di chi si trovava nei dintorni. Una tela di personaggi vivi per i loro sgradevoli odori di cibo, sterco, urina. Un dipinto animato dalle ricordanze passate. Una fessura tra due gonnelle apriva lo sguardo sul palco, oltre le persone. Cataste di legna e mucchi di fieno. Avvertiva la mano paterna come una collana fatta di pietra, e le spalle gravate da un peso che aveva il sapore della colpa. L’uomo incappucciato passò davanti alla pira; nelle sue orecchie esplose il silenzio dell’attesa. Un grido strozzato, un rantolo disperato venne udito come le note di un povero strumento sfibrato. A malapena poté scorgere quelle pupille nere fuoriuscire dalle orbite, i denti in file irregolari coprirsi di saliva schiumosa. Le altre bocche, mute, in una sorta di Annunciazione raffigurata con la pena e la paura. La pira s’accende, crepita, sfrigola. Il bagliore delle fiamme dà vita al quadro smorto. Chi esclama senza dire. La donna urla. Impreca. Melodia di un castigo inevitabile, mentre i presenti si tramutano in figure di gesso. Tra le urla. Vedimi! Vedimi! Vedimi! Dapprima il silenzio, adesso il lamento accorato. Diade musicale tra Cielo e Terra, coro del supplizio frutto della deliquescenza della ragione. Con i capelli in faccia e l’odio in bocca che io possa ritrovarmi in casa tua. Ciò che non poteva vedere, ora appare. Il viso contorto, abbruciacchiato dal fuoco. S’inargentano le medesime parole, mutandosi in un’improvvisa pasta vetrosa. Con i capelli in faccia e l’odio in bocca che io possa ritrovarmi in casa tua. Con i capelli in faccia e l’odio in bocca che io possa ritrovarmi in casa tua. E un soffice rintocco gualcisce tali parole, stirando al contempo le pieghe del sonno fino al risveglio.
Aprendo gli occhi restò ancora un po’ avviluppato in quell’incubo, prima di capire che non stava avendo luogo alcun rogo. Il suono della campana aveva annunciato la funzione del mattino. Si girò sulla schiena e osservò le travature del soffitto. L’alba attenuava il colore della notte, inguainandosi come un felino tra le fessure delle imposte; tale bagliore metteva in risalto il suo respiro che, per l’umidità, si trasformava in lievi sbuffi. Suo padre Lucio ronfava lì accanto. L’aria sapeva di quell’odore che le persone lasciano durante il sonno. Acido. Greve. Pungente. Caldo. Dopo aver sognato il rogo di Odette, avrebbe voluto coprirsi di quell’afrore per il resto della giornata. Da qualche parte, un gallo cantò. Si smosse dal suo sacco di paglia, mettendosi seduto a fissare gli scuri della finestra come se qualcun altro — e non lui — dovesse aprirli per far entrare il giorno. Il rogo della strega, la malefica, la seduttrice. Perché suo padre non diceva nulla? Tutto ciò lo metteva di malumore.
Nei pressi del suo pagliericcio, appesi a una stanga infissa nella parete, c’erano i suoi vestiti. Visto che sarebbero usciti per andare a bottega, non si preoccupò di accendere il fuoco bensì di frugare nella cassapanca vicino al tavolo, aprendo il sacco delle provviste. Un tozzo di pane nero e duro, semi di avena e del formaggio stagionato. Addentò il pane raffermo, deglutendo con fatica. In quell’istante suo padre si destò, stirando le braccia verso l’alto e biascicando più e più volte come se volesse pronunciarsi. Egli non tardò a prendere dal tavolo l’acciarino e la pietra, e tosto accese la candela di sego. Lucio preferiva il lume quando non c’era il sole perché — gli ripeteva in maniera petulante — ‘con la luce vedi anche la paura, figuriamoci le cose’. L’alone si espanse, indorando l’aria e poco più. Strabuzzando gli occhi color dell’ambra il padre s’alzò e, vestitosi lesto, uscì di casa sbattendo la porta. Dalla parete il figlio ascoltò il suono sordo dei suoi passi dirigersi verso sinistra, salire gli scalini della loggetta — che univa la loro casa con quella a fianco — e imprecare mentre si toglieva le brache per farla. A differenza di altre volte non era necessario che si sforzasse di distogliere le orecchie, magari battendo una ciotola sul tavolo; con quell’incubo addosso, abbarbicato come un uccello predatore sulle spalle, non esistevano altri rumori in grado di distrarlo.

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