Perché uso ULYSSES e non WORD
(o delle competenze e dei ruoli)

Prima si usavano le macchine da scrivere, toc toc toc toc toc sui tasti meccanici a martelletto, e poi a fine riga trrrrrrr per riposizionare il carrello.
Poi fu il turno delle macchine da scrivere elettroniche, intuizione geniale di Olivetti, che avrebbero meritato (forse) miglior fortuna.
E infine arrivarono i computer, parlo dei personal, quelli accessibili anche noi comuni mortali e non più solo agli scienziati della NASA, e con essi i primi rudimentali software di videoscrittura.
Venne quindi l’Era di Microsoft WORD, in tutte le sue incarnazioni, sempre più complete, sempre più ricche di funzioni, e delle sue varie imitazioni: PAGES di Apple, WRITER di OpenOffice (o nella sua variante targata LibreOffice), eccetera.
Per lavoro o per hobby, per studio, per necessità, ci siamo passati tutti.
Un paio di anni fa, all’improvviso, la svolta: curiosando nel negozio virtuale di applicazioni del mio iMac, ho notato una sezione che si chiamava testualmente “APP PER SCRITTORI”, e non ho potuto resistere dall’entrare a dare un’occhiata.
Cosa potrà mai avere una “APP PER SCRITTORI” rispetto agli affermati e collaudatissimi software per videoscrittura citati in precedenza?
Basandomi sui feedback degli utenti, e ampliando successivamente la ricerca anche all’esterno, ovvero cercando pareri e recensioni in tutta la rete e senza limitarmi alle sole stelline del negozio virtuale di cui sopra, il testa a testa per il trono era ridotto a due applicazioni: SCRIVENER e (appunto) ULYSSES.
La prima più completa ma anche più complessa, solo in inglese, con l’aggravante di non avere una controparte utilizzabile in mobilità, su iPhone e iPad per intenderci; la seconda, anche in italiano, più innovativa e intuitiva, basata su un linguaggio di marcatura semplice ed efficace, il markdown, che con poche ed efficaci regole consente di scrivere un testo e la sua rudimentale formattazione senza mai smettere di digitare. Sono andato a sensazioni, e ho infine scelto ULYSSES.
Nello specifico il markdown si basa su quattro o cinque precetti sintattici, un po’ come l’HTML puro dei tempi d’oro, ma ai tag e alle parentesi graffe (segni di interpunzione piuttosto astrusi) eccetera, ha sostituito una banale sequenza di asterischi (“*”) o cancelletti (“#”): per esempio, tutto il testo compreso tra due asterischi verrà visualizzato come corsivo, quello tra due coppie di asterischi sarà grassetto, quello tra due terzine di asterischi sarà (ovviamente) grassetto corsivo.

  • *corsivo* = corsivo
  • **grassetto** = grassetto
  • ***grassetto corsivo*** = grassetto corsivo

Allo stesso modo, le righe che inizieranno con un cancelletto saranno il titolo, quelle con un doppio cancelletto saranno un titolo di livello inferiore (ad esempio, il primo sarà il titolo del libro, e il secondo il titolo di un capitolo del libro stesso), e così via.
I vantaggi pratici di utilizzare questo markdown sono almeno due:

  • la prima, consente di non interrompere la digitazione, perché tutto quello che serve è sempre a portata di polpastrello
  • la seconda, consente di salvare tutto il proprio testo solo e soltanto come un semplice testo, una mera sequenza di lettere e simboli e segni di interpunzione

Sembra banale, ma non lo è. Affatto.
Tutti i programmi di videoscrittura classici, WORD in testa, quando salvano un file ci ficcano dentro un sacco di informazioni non richieste e che non riguardano direttamente il testo come semplice sequenza di caratteri, ma piuttosto attengono all’impaginazione del testo stesso: tipo di font, dimensione, allineamento, interlinea, piè di pagina, eccetera.
Ed è per questo che di solito i vari formati sono incompatibili tra loro, e le dimensioni dei file tendono ad essere molto superiori a quello che dovrebbero (in teoria, ogni singola battuta dovrebbe corrispondere a un byte, per cui per esempio un testo di tremila battute dovrebbe essere circa di 3Kbyte — come siamo arrivati ad avere testi di tremila battute che pesano invece 800Kbyte?).
Con il markdown invece queste informazioni non servono, sarà il programma che apre il file a capire che la tal parola o la tal frase deve essere visualizzata in corsivo (in quanto compresa tra due asterischi), o che il titolo deve essere scritto più in grande in quanto preceduto da un cancelletto, eccetera.
È un metodo semplice, scarno, capace di convogliare tutte le tue attenzioni ed energie (anche quelle involontarie) nella scrittura, anziché nelle mille distrazioni che ostacolano il percorso creativo: impaginazione, margini, interlinea, carattere, eccetera. Non che non siano importanti, ma devono venire dopo. Perché la prima cosa che importa, e non se ne esce, è raccontare una storia, e raccontarla bene. Le parole sono importanti.
Che poi l’impaginazione e gli altri orpelli vadano comunque curati è fuori di dubbio, ma non sono parte del processo creativo, o se vogliamo sono parte di un processo creativo successivo e altro, e se uno scrittore non vuole occuparsene non fa nulla, ci penseranno la casa editrice o la tipografia.
Non è minimalismo, o pragmatismo: il centravanti deve attaccare gli spazi o giocare di sponda, il trequartista creare superiorità numerica e inventare per i compagni, il difensore chiudere sulla fascia o giocare d’anticipo, il portiere deve fare buona guardia in uscita e tra i pali. Lo scrittore deve scrivere. Chiedereste mai a un centravanti di fare il portiere, o viceversa, salvo casi contingenti o disperati?
I software di videoscrittura classici, fino ad ora, WORD su tutti, ma anche l’ottimo PAGES per esempio, avevano fatto passare un messaggio sbagliato, o forse siamo solo noi che lo avevamo frainteso: forniscono strumenti da tipografo, da correttore di bozze, si integrano con strumenti da grafico, ma questa loro completezza è dispersiva e controproducente per uno scrittore. Che deve solo scrivere, come dicevo, può sembrare banale ma non lo è affatto: uscire da questo equivoco è un primo passo, fondamentale, per mettere la scrittura al centro del proprio lavoro, ricavandone da subito risultati certamente migliori.
Senza contare che, come detto prima, in questo modo i file generati sono composti da solo testo: sono quindi molto più leggeri, oltre che virtualmente immortali (non dipendono da un programma specifico, e nella peggiore delle ipotesi possono e potranno sempre essere aperti da qualunque applicazione sia in grado di leggere il testo di un file “TXT” — magari ci si ritroverà qualche cancelletto o qualche asterisco tra i piedi, ma per il resto sarà un testo certamente e immediatamente leggibile).
Una volta terminato il processo creativo e di stesura del contenuto del proprio testo, o comunque ogni volta che si ritiene necessario condividere il proprio lavoro o parte di esso, è possibile esportarlo come si vuole (cloud, mail, file fisico su disco o chiavetta) in un formato a piacere: testo puro, DOC (compatibile con WORD), PDF, EPUB (il formato per libri elettronici, utilizzato dai tablet e dai lettori digitali) o HTML.
Per l’esportazione in testo puro o DOC non c’è nulla da aggiungere al processo automaticamente gestito dal programma, mentre per PDF, EPUB e HTML emerge una ulteriore “chicca” di questo software: si può scegliere la propria stampante virtuale che interpreterà il markdown e creerà il file finale, comprese la formattazione e l’impaginazione.
Non essendo compresa nel file, infatti, la formattazione (se si vuole) è demandata a un passaggio successivo, ovvero al momento di doverlo esportare: per esempio, tra le varie opzioni che riguardano la creazione di un PDF, ce ne saranno alcune che prevedono un tipo di font e altre che ne prevedono un altro, alcune in cui il testo andrà a capo con sillabazione, altre che prevedono invece di andare a capo con parole intere, altre ancora che prevedono di utilizzare l’allineamento “giustificato”, alcune che mostreranno il numero di pagina, altre senza, alcune con il testo leggermente indentato quando si inizia un nuovo capoverso, eccetera.
Il set base contempla una decina abbondante di “stili” per esportare il proprio lavoro, ma è possibile scaricarne infinite altre dal sito di supporto, o crearne di proprie (basta editare il relativo foglio di stile e salvarlo con il nome che desideriamo).
Un’ultima nota va all’integrazione nativa con due importanti piattaforme di blogging come WORDPRESS e MEDIUM (che personalmente ho scelto per pubblicare i miei articoli e le mie riflessioni, e che ho scoperto proprio in virtù di questa sinergia con ULYSSES), in pratica quando hai terminato di scrivere il tuo articolo e sei pronto per la pubblicazione, basta un singolo click per mandarlo immediatamente online sulla pagina del profilo che hai collegato al tuo account.
Tendenzialmente rimango sempre piuttosto scettico di fronte a queste soluzioni zen o peggio ancora motivazionali, perché di base ho sempre creduto e tutt’ora credo che se sai scrivere lo fai anche con WORD o con il blocco note di windows, mentre se non sei capace non c’è corso di scrittura creativa o tutor o software che te lo possa insegnare.
Non ho esperienza diretta con SCRIVENER, di cui si dice un gran bene in rete, e che al netto di alcune differenze pratiche con ULYSSES (qualche funzione in più, qualche funzione in meno) certamente gli può essere affiancato nel portare avanti il concetto di APP PER SCRITTORI — con tutta quella serie di attenzioni specifiche e mirate di cui abbiamo detto, e senza il peso farraginoso delle vecchie applicazioni generaliste.
Bene, detto questo, dalla mia personale esperienza pratica non posso che trarre la considerazione che, alla fine della questione, tecnicamente rimane certamente possibile scrivere per lavoro continuando a utilizzare i software di videoscrittura classici, ma è innegabile il vantaggio creativo che scaturisce da un software in grado di liberarti da determinate costrizioni, di fornirti tutto l’essenziale per scrivere, e di eliminare invece tutto il superfluo che potrebbe intralciare o rallentare o distrarre il processo creativo.
Puoi riuscire a scrivere anche sotto a un bombardamento, o con i tuoi figli che gridano come i matti mentre giocano e poi litigano e poi giocano di nuovo, ma quanto sarebbe più semplice farlo da soli, magari in silenzio, o magari invece con una musica piacevole che faccia da tranquillo e rilassante sottofondo?
Prima non si poteva scegliere, si usavano le macchine da scrivere, toc toc toc toc toc sui tasti meccanici a martelletto, e poi a fine riga trrrrrrr per riposizionare il carrello.
Poi i personal computer, Microsoft WORD e i suoi fratelli e fratellastri: grazie, è stato bello.
Prima non si poteva scegliere, adesso sì.
È più comodo, aiuta a non disperdere idee ed energie, e a massimizzare le proprie risorse, incanalandole il più possibile dove serve: nella scrittura.
Perché lo scrittore, come detto, deve scrivere.
Chiedereste mai a un centravanti di fare il portiere, o viceversa, salvo casi contingenti o disperati?
Buona scrittura, e buon lavoro.

(questo articolo è stato scritto interamente con ULYSSES, un poco su iMac e un poco su iPad, e pubblicato su MEDIUM direttamente da dentro l’applicazione, senza ulteriori formattazioni o operazioni intermedie)

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