Il consiglio di Remo

Mio nonno dice che dovrei smettere di fumare.

Lo guardo: ha ragione. Lui non ha fumato mai, e a più di ottant’anni ancora dà l’immagine della Salute, di quella salute anziana e forse per questo più bella e affascinante, che si apprezza guardando le foglie verdi su di una quercia secolare, segnata dal tempo, dal meteo, dagli scarabocchi degli innamorati sulla corteccia.
Guarda l’orizzonte, Remo. Guarda la casa, il trattore, gli alberi che anni prima ha piantato; guarda tutto questo e poi, con un sorriso appena accennato, sussurra: «Quanto lavoro».

Quanto lavoro.

So che mio nonno ha visto una sola volta nella vita il mare. «L’acqua è per i pesci», mi diceva quando ero piccolo. La sua idea di vacanza non mi è mai stata chiara: non ho mai capito cosa facesse il 31 dicembre a mezzanotte o il 15 di agosto— ammesso che non lavorasse — e pertanto credo che nemmeno lui dia lo stesso significato che do io alla parola “ferie”.

Ora guarda me. Il sorriso è sempre lì su quel viso antico che brilla di saggezza, ma negli occhi -blu, profondi, fermi- leggo qualcosa di più, una sorta di orgoglio misto ad amarezza. «Quando io e la nonna stavamo a Torino in affitto, ed io lavoravo in Fiat, dovevo fare anche tre lavori per poterci mantenere. Quando poi siamo tornati a Cumiana, se non lavoravo in fabbrica c’era sempre qualcosa da fare in campagna, terra da lavorare, animali da governare. Non mi sono mai fermato».

Sono ammirato.

Mio nonno è una persona riservata, un lavoratore onesto e silenzioso, non è sua abitudine parlare di sé. Semplicemente, credo che ci sia una parte della vita in cui si tirano le somme, in cui si ha finalmente il coraggio di rallentare e di voltarsi a guardare indietro alla strada fatta.

Gli dico che ciò che è riuscito a creare è immenso, che per tutti noi è un punto di riferimento, un esempio! Lo guardo dritto nel blu dei suoi occhi e taccio.

Mi chiede del lavoro, gli spiego che ce n’è ma che si deve entrare nell’ottica di cambiare spesso, almeno in principio, di avere contratti “un po’ così”, purtroppo, eccetera eccetera. Gli accenno due progetti, cerco di essere ambizioso nel mio piccolo, gli spiego anche che non dobbiamo porci dei limiti ma che dobbiamo tentare a tutti i costi di arrivare dove vogliamo andare, che sia all’ultimo piano di un grattacielo o in una capanna in Nepal.

«E tu dove vuoi andare?» mi chiede. Glielo dico e mi guarda a sua volta, finalmente vedo la Pace.

«Non ti faccio perdere tempo, avrai fretta» mi dice. Lo abbraccio, fa per salire sul trattore, si volta e mi dice con l’orgoglio che solo un nonno può avere: «Se hai bisogno, tu ricorda dov’è la casa dei nonni». Un sorriso, e parte.

Resto fuori ancora un po’, accarezzo i cani. Vorrei arrivare io alla sua età così, penso, dovrei davvero smettere di fumare. Ripenso alle sue parole, al suo sguardo, al suo tono sempre pacato ma deciso. Penso a cosa abbia provato nel vedere il frutto di tanta strada, nel guardarsi indietro.

La gratificazione sua non stava nel pensare alla fatica fatta, quanto alla visione lungimirante del nostro futuro, della sua prole insomma. Di quante strade ci fossero da percorrere; di quanto il suo aiuto, la sua esperienza, tutto ciò che ha costruito, piantato e persino pensato abbiano posto le basi per fare di noi persone migliori, per rendere le nostre strade meno ripide o, perlomeno, per renderci pronti alle salite più dure. Non guardava indietro alla sua strada, ma scrutava l’orizzonte lontano delle nostre vite.