©rhamely, self-portrait, 2017

Adesso che sono.

Lascio su carta le ferite passate per consegnarle al tempo, lontano dalla mia pelle.

Pomeriggi interi nell’acqua a giocare con i cugini, ricercatori d’oro con maschere di plastica sempre piene d’acqua che bruciavano gli occhi, le merende e i giochi serali prima di crollare nel sonno. Una festa a sorpresa i palloncini l’anguria svuotata e tagliata in tanti pezzi assieme a pesche multicolore, cannucce e bicchieri di plastica, risate e musica, amici che non vedevo da tempo. La prima cena romantica fingendoci chef, fingendoci coppia, con la musica e una bottiglia di spumante per festeggiare il futuro che non avremmo mai visto ma non lo sapevamo ed era bellissimo così. Una canzone, la spiaggia, i corpi vicini, la sabbia attaccata addosso tra una doccia e un tuffo al mare, mentre il sole ci cambiava colore e noi ci giuravamo amore. E un pomeriggio in auto con mio padre, nell’ora più calda a scoprire la città meta di vacanza, con i bar chiusi, le macchine sciolte al sole e le foto ai pescatori al porto. L’adolescenza, l’illusione che finisce, quell’addio così lungo il traffico che continuava a scorrere nella città, una birra non finita, un pianto, poi due. Le notti insonne a scrivere poesie finite in un libro. Post-depressione, tutta la notte a ballare, a gridare la vita di rabbia e felicità, i fischi nelle orecchie la testa sul cuscino e la musica che non finiva mai. Non ancora liberi, non ancora completi, fingendosi altro tra le braccia di un altro.

È incredibile come riesca a ricordare sia i sorrisi che le lacrime allo stesso modo. Come mi abbiano segnato entrambi scavando solchi profondi come il Canyon. Come tutti questi pezzi completino me.

Guardo la tesi che devo terminare perché nessuno lo farà al posto mio. Sono cresciuta creando un mondo parallelo di fianco a me in cui mettere la testa per scappare via quando attorno iniziavano a gridare o gridarmi contro. È quel mondo che mi ha aiutato più di ogni altra cosa. La mia creatività si è sviluppata fin da subito. Come un muscolo che va allenato, ho iniziato presto a rifugiarmi in parole e racconti. Sono sempre stata brava a cullarmi e dire che presto tutto sarebbe andato bene, e che le cose sarebbero cambiate.

Un giorno sarò felice. Me lo ripeto ancora. È cambiato nel tempo il significato che ho dato al concetto di felicità.

Scrivo per lasciare su carta le ferite passate e poi le consegno al tempo, ma lontano dalla mia pelle.

Adesso che mi sto salvando.

Adesso che mi sto curando.

Adesso che sto andando.

Adesso che sono.