“Ho imparato a ridere” di Richard Romagnoli/EIFIS Editore©

Ho imparato a ridere

di Richard Romagnoli — EIFIS Editore©

INTRODUZIONE

Il libro che avete tra le mani è la storia di Richard, allievo che ho formato personalmente in India come Teacher di Laughter Yoga.

A distanza di pochi mesi dalla sua partecipazione al mio training, Richard riuscì in breve tempo e con grande entusiasmo ad aprire il Club della Risata a Puttaparthi, il villaggio del sud dell’India conosciuto in tutto il mondo per essere la sede dell’Ashram spirituale di Sri Sathya Sai Baba. Tantissime persone, provenienti da tutto il mondo, hanno potuto beneficiare e sperimentare nel suo Club della Risata, delle sessioni gratuite di Yoga della Risata. Richard ha contribuito a portare la risata interiore nei cuori dei devoti di Sai Baba che, qualche mese prima dell’apertura del Club, aveva lasciato il corpo fisico.

In breve tempo Richard ha iniziato a formare centinaia di Leader provenienti da tutto il mondo contribuendo così alla diffusione su scala mondiale del Laughter Yoga. Per questo motivo e per la sua dedizione alla nostra missione, che è quella di contribuire alla Pace nel mondo attraverso i benefici che scaturiscono dalla risata incondizionata, nel giorno in cui ho ufficialmente inaugurato il Club della Risata a Puttaparthi ho nominato Richard “Ambasciatore nel mondo di Yoga della Risata”. Il lavoro che sta svolgendo ora in Italia e nel mondo attraverso i suoi WorkShock è incredibile poiché rivela tutto il suo amore per l’umanità!

Durante i suoi training quello che accade è che le persone riescono a liberare le emozioni, raggiungendo uno stato di profondo benessere che contribuisce alla crescita personale e alla consapevolezza. Sono certo che Richard, oltre ad essere un ottimo professionista e un abile comunicatore, ha il dono di saper toccare il cuore di ognuno con grande semplicità.

Attraverso la lettura di questo libro Richard vi condurrà per mano nel romanzo della sua vita. Tra le righe troverete molti insegnamenti spirituali che sono sicuro vi offriranno la possibilità di riflettere sul valore inestimabile che rappresenta la vostra vita. Richard racconta di come lo Yoga della Risata lo abbia aiutato a seguire quella luce interiore, che è dentro ad ognuno di noi, e che gli ha permesso di superare gli ostacoli che, presentandosi nel corso della sua vita, sono diventati opportunità di ricerca della felicità.

È un libro che saprà commuovervi per la sincerità del racconto e sono certo che vi ispirerà a portare più risate nella vostra vita, dandovi la possibilità di sperimentare dentro di voi la magia della risata interiore.

Ho ho ha ha e Sai Ram.

Madan Kataria, MD

Laughter Yoga Founder


PREFAZIONE
“Venera la madre e il padre come Dio” -Upanishad
“Sii sempre felice” -Papà

L’ULTIMO VALZER

Quando i medici diagnosticarono a papà una malattia incurabile, che avrebbe poi devastato il suo viso così bello e delicato, iniziò uno dei momenti più duri della mia vita che durò circa un anno. L’esperienza della sua malattia cambiò profondamente molti aspetti del mio carattere, delle mie abitudini e soprattutto accelerò la mia ricerca introspettiva, alla ricerca del senso della vita.

I medici, che lo avevano in cura, avevano definito la sua malattia incurabile e lui era pienamente consapevole della gravità e delle cure pesanti alle quali si sarebbe dovuto sottoporre. Non ho mai saputo quali fossero stati i suoi più intimi pensieri di fronte al verdetto della scienza medica ma, quello che so, è che in lui continuò a regnare una profonda pace. L’impressione che papà mi dava è che avesse accettato l’idea di quello che gli sarebbe accaduto.

Per molti anni aveva lavorato come infermiere in un ospedale psichiatrico e per esperienza sapeva bene che avrebbe vissuto il periodo più duro della sua vita. Per il profondo rispetto che provavo per lui decisi quell’anno di abbandonare gli studi, in quanto desideravo stargli accanto per avvolgerlo completamente nel mio amore. Volevo dedicargli ogni attimo della mia vita, lui meritava ogni mia attenzione e non volevo perdermi la possibilità di stare con lui neanche per un minuto.

Quello che mi interessava era che lui potesse rimettersi in forma al più presto, per continuare a vivere assieme la vita di sempre, speravo di poter realizzare tutti i nostri progetti dimenticandoci in fretta di quel momento buio. Quando mi capitava di stare da solo ero angosciato, ripensavo alla malattia, non potevo credere che fosse capitato proprio a lui di dover vivere un’esperienza così terrificante. Tutte le volte che ripensavo a quello che gli stava accadendo mi sentivo soffocare. Mi ribellavo all’idea di vederlo stare male, non potevo vederlo soffrire, non potevo starmene fermo ad assistere al suo deperimento perché quella situazione, dal mio punto di vista, era una vera e propria ingiustizia. In quegli attimi mi chiedevo dov’era Dio e soprattutto perché non interveniva lenendo i dolori di papà. In quei momenti sembrava che Dio non esistesse o fosse occupato a fare altro, mi sentivo solo e abbandonato nella mia disperazione e il dolore interiore stava diventando insostenibile. Non si è mai preparati abbastanza ad affrontare sfide così importanti come quella di una malattia e, alle volte, la fede è tutto.

Papà era una persona eccezionale, aveva dedicato la sua vita alla famiglia e credeva nel valore dell’amicizia. Per i suoi amici lui era più che un amico o un fratello, era un vero e proprio punto di riferimento. Per lui gli amici erano una parte importante della vita. Era sempre a disposizione di tutti soprattutto nei momenti di difficoltà.

Era amato da tantissime persone perché era un uomo che sapeva infondere gioia in ogni sua parola ed in ogni suo gesto. Quello che lo rendeva una persona speciale era la sua capacità di sdrammatizzare i problemi delle persone che incontrava, aiutandole a cogliere gli aspetti positivi della loro vita. Aveva sempre una parola buona per tutti ed il grande dono di dispensare sorrisi a chiunque lo incontrasse. Quello che ho sempre ammirato in lui era il profondo rispetto per ogni persona che lo avvicinava, sia nella vita privata sia in quella professionale.

Papà amava organizzare feste di ogni tipo alle quali invitava sempre tantissime persone, la cosa che lo riempiva di gioia era poter vedere la gente felice. In quelle occasioni di festa e di spensieratezza si divertiva a fare l’attore e il trasformista e improvvisava scenette divertenti e autoironiche, strappando a tutti interminabili risate. Aveva il talento di far ridere le persone più grigie, quelle che non ridono mai. La sua risata era magnifica, entrava dentro al cuore delle persone.

Per me e mio fratello papà non era un super eroe ma l’esempio ideale che avremmo dovuto seguire in ogni momento della nostra vita. Durante la malattia, in quei momenti di dolore, ebbi l’opportunità di scoprire un altro aspetto di papà, scoprii un uomo con una grande fede, in grado di accettare ogni cosa come volontà e manifestazione di Dio. La sua tranquillità interiore era il balsamo che riusciva ad addolcire la rabbia che provavo per quello che gli stava capitando.

Il fatto che quella dannata malattia lo avesse colpito per me era inaccettabile, non era possibile che una persona così buona, allegra e solare fosse stata condannata così crudelmente e nel momento più bello della sua vita. Ma che senso aveva tutto questo? Quale era il senso del dolore? Perché stava capitando tutto questo al mio papà?

Dopo due mesi dalla diagnosi della malattia il suo corpo aveva subito una trasformazione incredibile, era deperito e oramai non aveva più le forze per camminare e per reggersi in piedi. Trascorse diversi mesi sdraiato sul letto di casa e, per cercare di alleviarlo, mi divertivo a massaggiargli i piedi e gli leggevo qualche buon libro sulla spiritualità e sul suo argomento preferito, gli Angeli. In quei momenti, essergli vicino, potergli esprimere il mio amore attraverso una carezza, un abbraccio o un massaggio avevano il potere di rilassarlo e di potermi rendere utile per lui.

Nella disperazione di quei momenti io e mio fratello eravamo alla ricerca di ogni tipo di aiuto e di qualche miracolo che avesse potuto aiutare papà a guarire. Ero disposto a tutto per lui. Con il peggiorare della malattia iniziò per papà il pellegrinaggio della speranza che lo portò a girare diversi ospedali alla ricerca delle cure più adatte.

La mamma si aggrappava con ogni forza alla fede e cercava di aiutare suo marito, accontentandolo in ogni richiesta. Ma più il tempo passava più quell’esperienza stava infierendo dentro di me, mi sentivo distrutto, ero arrabbiato e quello che mi dispiaceva era che non potevo fare nulla per poterlo guarire. Un giorno mi trovai solo con papà nella sua stanza d’ospedale ed ero particolarmente nervoso per il peggiorare delle sue condizioni. Con grande dolcezza mi calmò e mi fece notare che l’ammalato era lui e che non avrei dovuto immedesimarmi nel suo dolore, che la mia vita comunque doveva continuare.

Con quell’insegnamento mi fece capire quanto sia importante il rispetto verso chi soffre. In circostanze simili è difficile accettare e riconoscere che chi sta soffrendo è l’ammalato e non chi lo sta assistendo. Durante quei mesi trascorsi nei vari ospedali, nei quali i minuti diventavano ore e le ore giornate interminabili, ho potuto apprendere molto riguardo all’importanza delle relazioni che si creano tra gli ammalati e chi lavora negli ambienti ospedalieri.

Lavorare a contatto con chi soffre è una missione ed è fondamentale, per la guarigione degli ammalati, somministrare loro le cure necessarie con attenzione e con amore. Anche in quei momenti così dolorosi papà aveva la forza di sorridere agli infermieri, ai medici e agli amici che lo venivano a trovare in ospedale.

Quando le sue condizioni fisiche si aggravarono ci chiese di dire agli amici ed ai parenti che non era più necessario che venissero a trovarlo, voleva salvaguardare le persone dal provare un’inutile sofferenza nel vederlo soffrire, desiderava che i suoi amici lo ricordassero per la persona che era sempre stata, felice e sorridente.

Una sera come tante altre ero arrivato in ospedale per assisterlo durante la notte. Prima di entrare nella sua stanza l’infermiere di turno mi chiamò all’interno della guardiola. Mi disse che le condizioni di papà si stavano facendo sempre più critiche e mi avvisò che presto avrebbe potuto perdere la sua lucidità a causa delle massicce dosi di farmaci ai quali lo avrebbero sottoposto per evitargli la pena di una sofferenza insopportabile. Pensare che da lì a breve non avrei più potuto parlare con il mio papà mi gettò nella disperazione.

Dopo aver parlato con l’infermiere entrai nella stanza di papà e abbracciandolo scoppiai a piangere disperato. Mi ero ripromesso che non avrei più pianto in sua presenza e che sarei stato sempre il suo sostegno, ma in quel momento tutta la vita pareva sfuggirmi dalle mani e continuavo a piangere aggrappato al mio papà. Quando riuscii a calmarmi mi staccò da lui e mi asciugò le lacrime accarezzandomi dolcemente. Oramai non aveva più la forza per parlarmi così mi fece segno di aiutarlo ad alzarsi dal letto e di accompagnarlo fuori dalla stanza. Gli dissi che era meglio che rimanesse disteso a letto per conservare le forze ma prendendomi per mano mi accompagnò fuori dalla stanza. Mi guardai attorno per cercare un infermiere che avrebbe potuto aiutarmi a riportarlo nella sua camera, ma nell’atrio del reparto eravamo soli, io e papà.

Le luci nel corridoio erano quelle notturne, soffuse. Dopo qualche passo papà si fermò, mi guardò intensamente negli occhi e mi strinse forte a sé. Fuori era tutto buio e pioveva a dirotto. Con un filo di voce intonò il suo Valzer preferito e iniziò ad accompagnarmi in una danza stringendomi a sé. Il tempo pareva essersi fermato e lì, in quella notte buia, ci trovammo soli a danzare il suo ultimo Valzer.

Quando papà si fermò mi prese le mani e guardandomi negli occhi mi disse: “Sii sempre felice”. Mi sentivo il cuore battere forte in gola e con un filo di voce gli dissi: “Te lo prometto papà”.

Da lontano ci corse incontro l’infermiere e quando mi arrivò vicino mi rimproverò per avergli staccato le flebo dal braccio. In realtà era stato papà a liberarsi da tutti quei fili, per essere libero di farmi vivere l’esperienza più bella della mia vita. Quella notte mi addormentai seduto sulla sedia vicina al suo letto ricordandomi delle sue ultime parole “Sii sempre felice”.

Il giorno dopo papà entrò in coma e dopo qualche settimana lasciò il corpo. Quando la mamma mi comunicò la tragica notizia al telefono sentii un tonfo al cuore e in silenzio mi ricordai della promessa che avevo fatto a papà prima che lasciasse il corpo. Da quel momento iniziò la mia ricerca della felicità.

Nel corso della sua vita, l’uomo ha molti obiettivi da raggiungere; fra questi il più elevato e il più prezioso è il conseguimento della Grazia di Dio e del Suo Amore.

“L’Amore di Dio gli darà in più quella grande saggezza di cui

ha bisogno per raggiungere Shanti, la Pace Interiore.” -Sathya Sai Baba


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