L’acqua pubblica è un problema di governance.

rinaldo mattera
Jul 30, 2017 · 5 min read

Sul terzo numero di maggio 2017 della rivista di sociologia e scienze umane Cartografie Sociali, ho pubblicato una recensione a un libro, per me sorprendente, di Lisa Björkman, Pipe Politics. Contested waters.
Embedded Infrastructures of Millennial Mumbai
, Durham, Duke University Press, 2015, pp. 281.

Alla luce di quanto sta accadendo a Roma, ho ripensato molto a quel lavoro e in particolare alle implicazioni sociologiche, ma più in generale scientifiche, dell’allocazione e distribuzione delle risorse fondamentali. L’acqua, l’elettricità, il gas, la connessione telematica, sono tutte risorse che necessitano di sistemi complessi, il cui studio oggi riunisce una serie di discipline, che vanno dalla fisica all’informatica alle scienze economiche e sociali.

Il libro secondo me ha un indiscusso pregio; farci toccare con mano uno scenario che molti di noi credevano possibile solo nei film distopici. William Seward Burroughs ha detto che “la fantascienza ha la cattiva abitudine di avverarsi” e scrittori come Fredrik Pohl e Ciryl Kornblut, con capolavori come I mercanti dello spazio, hanno dato ulteriore prova di questa visione, che in tempi di globalizzazione e finanziarizzazione — fenomeni che investono il welfare e la governance, quindi gli elementi fondamentali alla base del trittico sicurezza-popolazione-territorio — è assolutamente attuale.

Tratto dal volume terzo della rivista Cartografie Sociali edita da Mimesis, Le Metamorfosi del “PAESAGGIO SOCIALE”. Tra Territorializzazione, Prestazioni e Prossimità, a cura di Stefania Ferraro e Emilio Gardini, ecco la recensione.

Etnografia politica per la sostenibilità dell’acqua.

Bombay dal 1995 si chiama Mumbai, nome che richiama la divinità
indù Mumba e a dispetto della sostanziale continuità acustica determina un passaggio epocale, segnando l’emancipazione dal passato coloniale inglese. Sul piano globale, l’onomastica relazionata al sistema di potere discorsivo resta ancorata a Bollywood, fenomeno cinematografico ormai sdoganato, ma gli effetti della globalizzazione non finiscono qui.

O almeno è ciò che tento di spiegare nel recensire il lavoro di Lisa Björkman, che parla di acqua contesa e contestata, politiche di gestione e sviluppo di infrastrutture implementate nella struttura urbana di una metropoli di livello planetario.

Il libro, vincitore nel 2014 del premio per le scienze sociali indiane Jo-
seph W. Elder, parte da una premessa storica che ha inizio negli anni Novanta, quando i piani ministeriali di sviluppo mettono assieme operatori di mercato, proprietari terrieri, élite finanziarie e politiche, in un cartello di
sviluppo che si propone come obiettivo la riconfigurazione urbana delle risorse.

Riallocando gli spazi senza tenere troppo conto della conflittualità sociale, istituzionalizzando la convergenza tra strumenti normativi e dispositivi di mercato tendenti alla liberalizzazione indiscriminata, la città di Mumbai ha subìto trasformazioni frenetiche, sventramenti veri e propri, coincisi con la strutturazione di mega impianti, tipicamente tardo-liberali: centri commerciali e direzionali, complessi residenziali di lusso, quartieri dormitorio in periferia, baraccopoli ai margini.
In questo processo di ripartizione e rinnovamento, le risorse idriche e
le relative infrastrutture che ne dispongono il flusso per i servizi, sono un
problema piuttosto importante per almeno la metà di coloro che abitano la città, che progressivamente in maniera ascendente opprime le classi sociali, dalle superiori alle marginali.

Ecco che la politica dei tubi, fuor di metafora segna il sorgere della grande emergenza che riguarda oggi il controllo dei flussi, siano essi materiali e immateriali — risorse energetiche, utenze telematiche, ecc. — ovvero la governance, intesa come processo politico di governo, controllo sui mezzi, sui canali e in definitiva sui contenuti.

Inoltre raffigura al meglio la crisi del modello centro-periferia, laddove la struttu razione degli spazi non risponde più in maniera gerarchica a una precisa modellizzazione, ma tende ad assumere forme frattali.
Dal momento in cui il bene è di primaria importanza, è evidente come
lo scompenso nella sua allocazione e distribuzione comporti tattiche di
approvvigionamento — dall’auto-provisioning tramite riciclo e filtraggio,
ai camion cisterna — e conseguenti isterie rivolte contro chi o cosa abbia
colpa del costante disagio.

Allora i colpevoli possono essere di volta in volta gli ingegneri corrotti, i politici ladri, gli idraulici al soldo dei poteri forti, oppure i poveri e gli ultimi, che appesantirebbero il sistema idricocoi propri allacci abusivi. Un insieme di narrazioni che non si discosta particolarmente — formalmente ma non nella sostanza — da quanto accade nel nostro paese rispetto ai problemi di interesse comune, dove prevale la semplicistica polarizzazione contro nemici immaginari o immaginifici, che reificano lo spauracchio della corruzione e distolgono dai problemi sistemici.

Sembra emergere questo quadro: la capitale di un paese che negli ultimi
decenni è divenuto potenza emergente, che oggi può dire la sua in un clima
geopolitico che vede nell’elezione di Trump una mutazione di orizzonte per l’asse Pechino-Giacarta-Mumbai, vive nella contraddizione e nell’incongruenza tra i piani di sviluppo; la cronicizzazione delle problematiche di approvvigionamento idrico riflette la forma dello spazio urbano riconfigurato, mentre la funzione simbolica dello scambio relazionale tra le parti sociali rimanda a un potere dissoluto, disperso tra reti formali e informali, ufficiali e non ufficiali. Insomma, avere accesso all’acqua è un problema serio, vitale, che mette in moto dispositivi di intermediazione in cui la tecnica, la politica e l’economia, interagiscono continuamente, cercando di far corrispondere la mappa sotterranea dei tubi e delle infrastrutture, con il muteiforme incarnato metropolitano, continuamente alla ricerca di nuovi spazi nei quali si accalcano nuovi corpi, nuove bocche assetate.

Il lavoro etnografico in questione ricostruisce una trama sociale che
lascia intravedere un ordito relazionale complesso e sul piano discorsivo
identifica il conflitto sociale nelle acque contestate e nella politica dei tubi.
La contestazione e lo scambio dialettico continuo tra soggetti diversi, che
operano in uno scenario solo apparentemente contemporaneo, scaturiscono da un’improvvisa accelerazione storico-economica, pianificata quanto pos-
sibile, ma senza un reale coinvolgimento delle parti in causa.

Risulta evidente come la complessità sociale, i processi economici e
il controllo delle infrastrutture, incidano sul quadro biopolitico, nel senso più puro del termine, dato che l’acqua è indispensabile alla vita biologica e la sua scarsità, che stando ai dati e come ribadito dal libro in questione non dovrebbe esserci in quanto il livello di acqua pro-capite di Mumbai è tendenzialmente adeguato, riproduce un sistema di disuguaglianze lontano da qualsivoglia logica di sviluppo eco-sostenibile.

Se trasformare una grande metropoli in qualcosa di iper-moderno, attraverso un’architettura tecnologicamente comunicativa di uno sforzo teso al raggiungimento di uno status planetario, implica dimenticare le parti
sociali, lasciando che i pochi ricchi si arrangino alla meglio mentre i meno
abbienti vengono spazzati via dallo scenario come polvere sotto il tappeto,
questo è un grido d’allarme. Da recepire, diffondere e replicare, grazie al
lavoro di Lisa Björkman.

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