Ecco come parliamo delle cose che contano
Rem tene, verba sequentur. — Catone il Censore (“Se conosci i fatti, le parole seguiranno”).
Le persone che partecipano a un dibattito non cambieranno mai idea. Le persone che si confrontano davanti a una telecamera non cambieranno mai idea. È un principio semplice: non si parla per convincere l’altro, ma si parla per convincere chi ascolta. E per dimostrare che la propria posizione sia la più forte e credibile, si utilizzano delle argomentazioni.
Questo l’ha detto — utilizzando parole più semplici e una forma meno didattica— Gad Lerner, moderatore del dibattito sul referendum costituzionale tra Matteo Renzi e Carlo Smuraglia. Poi li ha presentati entrambi. Da una parte il quarantunenne Renzi, il più giovane presidente del Consiglio della storia repubblicana e segretario del partito di maggioranza; dall’altra parte Smuraglia, che di anni ne ha novantatré, presidente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), il quale è stato — oltre che partigiano — avvocato, professore universitario, deputato e membro del Consiglio Superiore della Magistratura. Il promotore numero uno della riforma costituzionale oggetto del referendum contro uno dei suoi critici più convinti.
Questa confrontazione racchiude in sé in forma atomica i principali elementi del cosiddetto dibattito pubblico sul referendum, e analizzarlo nel dettaglio significa cercare di capire in che modo stiamo parlando di un evento che potrebbe cambiare profondamente l’assetto istituzionale del nostro paese, e incidere fortemente anche sugli equilibri politici. Ci sono le due posizioni nette, una favorevole e una contraria alla riforma; c’è un giornalista che modera il dibattito, che è una metafora perfetta del ruolo fondamentale ricoperto dai media; e infine c’è il pubblico, che interviene con fischi, applausi e commenti, insomma con il suo umore, e che sarà chiamato a prendere la decisione finale.

Smuraglia è il primo a prendere la parola. Dice che l’ANPI si è schierato per il NO perché la riforma proposta dal governo è uno stravolgimento della Costituzione:
Non abbiamo altro obiettivo che difendere la Costituzione da quello che noi consideriamo uno stravolgimento. Non ci riguarda la questione del governo e del presidente del Consiglio: non siamo qui in questa campagna elettorale per decidere quello che potrà decidere sempre il Parlamento con il voto di fiducia.
Soprattutto quest’ultimo passaggio — “non ci riguarda la questione del governo” — sarà ripreso dai giornali in prima pagina. Ma la sua critica principale è sul modo in cui è stata affrontata la questione del bicameralismo perfetto: secondo la riforma, sostiene Smuraglia, una delle due Camere “viene ridotta quasi allo zero, anche perché di colpo vengono tagliati duecento componenti”. Lui stesso si dice a favore di un taglio del numero dei parlamentari, purché sia proporzionale tra Camera e Senato (secondo la riforma, il numero dei deputati rimarrebbe 630). In definitiva, “la riforma mette una delle due camere in condizione di inferiorità”.
Gli sono accordati dieci minuti per intervenire, ma lui sfiora. Interviene Renzi: “Facciamo quindici, non fa niente, ascoltiamo le ragioni del presidente dell’ANPI” ricevendo applausi dal pubblico e commenti entusiasti su facebook (“è un signore”).
Quando poi prende la parola, Matteo Renzi introduce il suo discorso con un mezzo retorico molto efficace: quello dell’enumerazione. Si serve anche delle dita per “entrare nel merito della discussione”. Dice che il popolo dovrà esprimere il suo parere su 1) superamento del bicameralismo paritario; 2) riduzione del numero dei parlamentari; 3) contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni; 4) soppressione del CNEL; 5) revisione del titolo V, “già modificata per altro dal centro-sinistra”. Uno dopo l’altro, sono questi i punti forti della riforma, e Renzi non aspetta neanche un minuto per metterli sul tavolo della discussione. Poi introduce la sua argomentazione principale, che riformulerà in tutti i suoi interventi successivi: la direzione della sua riforma è la stessa che il centro-sinistra aveva già votato con D’Alema, e la nuova versione del Senato — chiamato spesso Camera delle Autonomie — si ispira a un modello già funzionante all’estero (in Francia e in Germania). Così, lui non ha bisogno di legittimare, né di giustificare nulla. La legittimazione per la sua riforma viene da fuori, dall’esterno: da una parte dal passato (insiste su questo punto perché i suoi detrattori di oggi difendevano la riforma che aveva le stesse finalità) e dall’altra parte dall’estero, da Francia e Germania, “che proprio paesi incivili non mi sembrano”.
L’intervento di Renzi prende una piega ascendente, in termini di tono, quando dice che negli ultimi settant’anni ci sia stato in Italia “un eccesso di politici e una mancanza di Politica, con la p maiuscola”, e che se abbiamo avuto 63 governi la colpa è anche del bicameralismo paritario. Poi concluderà rispondendo alla critica secondo cui la riforma comporterebbe una riduzione degli spazi democratici. Non si risparmia una frecciatina a Luigi Di Maio e al suo lapsus su Pinochet e il Venezuela, e allo stesso tempo rende omaggio al suo avversario Smuraglia: “la riduzione degli spazi democratici non è in un paese che ha — grazie ai partigiani — la libertà e la democrazia.” Conclude enfaticamente con una frase che, anche in questo caso, sarà riportata nei titoli dei giornali: “Dire che è in gioco la democrazia è una presa in giro nei confronti degli italiani.”
Occhio, adesso, a Gad Lerner e al ruolo dei media. Non chiede più chiarezza, non chiede a Renzi di rispondere nel merito delle osservazioni di Smuraglia. No. Fa una battuta.
GAD LERNER: Ho voluto cronometrare dopo quanti minuti avrebbe pronunciato il nome di Massimo D’Alema, ne sono passati nove circa. (Ridacchia). Volevo a questo punto dare il diritto di replica a Smuraglia.
È quello che molti giornali fanno: giocano sui conflitti e sottolineano le divisioni, piuttosto che cercare di servire il pubblico offrendo chiarezza. In un dibattito, il pubblico è servito al meglio quando le argomentazioni sono presentate in modo coerente e sensato. Molto spesso, A dice X e B parla di Y. Il moderatore dovrebbe dire: “A ti ha chiesto di esprimerti su X. Perché non l’hai fatto?”
Chiedere chiarezza: è quello che fa Smuraglia nel suo intervento successivo. Non gesticola e parla con tono sicuro: “La replica è questa: non basta leggere il titolo della legge, bisogna vedere cosa c’è dentro.” Ed entra subito nel merito, parlando del modo in cui i senatori verrebbero eletti.
C’è un articolo secondo il quale i consiglieri regionali eleggono i Senatori, ma non si sa come. C’è una frase che dice: “in conformità con la volontà popolare”. Cosa vuol dire? Il popolo si è già espresso prima e loro confermano, ratificano — cosa fanno? Oppure si esprimerà dopo? Oppure non significa niente.
Poi continua sul fatto che i presidenti di Regione e sindaci dovrebbero fare i senatori “a mezzo tempo” e sulla parola tanto utilizzata da Renzi, semplificazione. Cita specificamente la riforma dell’articolo 70, che nella Costituzione del 1948 è di una semplicità disarmante:
La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere. (Art. 70 della Costituzione Italiana).
Nove parole in tutto, sostituite nel testo proposto dal governo da due pagine in cui sono descritti otto sistemi modulati in cui a volte si vota “insieme” e altre volte “votano le due Camere”. Il processo, quindi, non è chiaro e di certo non risulta più semplice. In definitiva, conclude Smuraglia, “avremmo un Senato svirilizzato perché ha meno componenti, i quali non sono elettivi ma sono eletti chissà come, di cui non si conoscono bene le modalità in cui potrà svolgere la sua nuova funzione.”
Un moderatore che vuole l’interesse del pubblico, rigirerebbe queste tre domande a Matteo Renzi: “Perché questa riduzione drastica dei Senatori e non dei Deputati? In che modo vengono nominati i Senatori? Il nuovo Senato come svolgerà la sua funzione legislativa?” Invece Gad Lerner attacca una persona del pubblico che aveva cercato di interrompere Smuraglia:
Io mi chiedo se si senta un figo quel signore che col vocione si illude di mettere in difficoltà il vecchio avvocato, interrompendolo. Mah! Contro-replica, Matteo Renzi. (Dà la parola a Renzi).
Matteo Renzi si difende con le stesse, identiche argomentazioni di prima. La primissima cosa che diceè : “Il sistema per cui il Senato e la Camera sono composti in maniera diversa è un sistema che già esiste negli altri paesi europei.” Lo vedete? — sembra dire — non stiamo proponendo niente di scandaloso: è un sistema che esiste già, e che funziona già in Francia e in Germania. Poi continua:
È evidente che questo provoca un cambiamento dell’articolo 70, che quindi dovrà disciplinare in modo diverso. Prima: Camera e Senato fanno la stessa cosa, e quindi le procedure son le stesse. Adesso è evidente che cambia.
… ma non entra assolutamente nel merito del modo in cui cambia. “Adesso è evidente che cambia” (presidente, il congiuntivo!). Sta parlando di una riforma, la cui finalità è appunto cambiare la Costituzione. Nel dibattito si sta parlando del merito della riforma, ovvero del modo in cui il governo ha proposto di cambiarla. Smuraglia fa una critica, e Renzi risponde: “È naturale che cambi.” E insiste sulla legittimazione esterna della sua riforma, nel tempo e nello spazio: il passato e l’estero. Dice:
Questo meccanismo è semplice da raccontare non solo perché già funziona in altri paesi, ma che — e lo dico con tanto rispetto e affetto verso di voi — è la proposta elettorale che, nell’ordine: 1) Achille Occhetto nel ’94; 2) Romano Prodi nel ’96; 3) Massimo D’Alema nel ’98; l’Ulivo, l’Unione… Tutti i nostri partiti, andate a riguardarlo, hanno sempre proposto il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, e la creazione di un meccanismo più semplice.
Ancora enumerazione, ancora titoli e non contenuti: “superamento del bicameralismo paritario”, “riduzione del numero dei parlamentari”, “semplificazione”. Questi ultimi elementi, per altro, sono esattamente tre, e il tre è il numero perfetto della retorica: favorizza la memorizzazione e dà equilibrio all’argomentazione. Non troppo e non troppo poco. Poi sulla legge elettorale, dice che non è un’iniziativa del governo (“il primo firmatario è Sisto, di Forza Italia”); sul linguaggio utilizzato nella riforma, attribuisce la colpa alle 121 modifiche apportate in Parlamento: questo testo, insomma, è il risultato di un compromesso. E conclude ancora una volta in maniera enfatica:
Dopo queste 121 modifiche, qualche professore ritiene che lo stile non sia perfetto. Può darsi. Ma dopo trent’anni di commissioni andate a vuoto, io sono convinto che sia arrivato il momento di decidere e di non ritornare d’accapo, perché se si ritorna d’accapo l’Italia ha perso un’occasione. (Applausi dal pubblico).
Un articolo del Fatto quotidiano pubblicato dopo il dibattito ci aiuta a fare un’ultima riflessione: quella sul pubblico. In Spagna, ad esempio, dopo i confronti elettorali tutti i quotidiani sono pieni di sondaggi del tipo: “Chi pensi abbia vinto il dibattito? Chi ti ha convinto di più?”, e sono usati come un’arma per attribuire più forza ai candidati e influenzare l’opinione pubblica (dopo un dibattito del 13 giugno in vista delle elezioni, El Mundo dava per vincitore Rajoy nonostante non avesse preso parte al dibattito, El País elogiava la prestazione di Sánchez e nessuno dei principali quotidiani riportava l’acclamazione ricevuta da Pablo Iglesias su tutti i social network, soprattutto Twitter). Ecco, in quest’articolo sono riportate le reazioni a caldo dalla Festa dell’Unità. C’è chi dice che Renzi ha dominato perché è un animale da palcoscenico, e c’è chi dice che non abbia risposto nel merito della riforma. C’è chi dice che Smuraglia si sia addentrato in questioni troppo tecniche (in un dibattito su un referendum costituzionale?!? Ma è pazzo!?) e chi invece dice che abbia tenuto testa al Premier.
Io stesso ho pensato di scrivere questo lungo articolo dopo che un amico mi ha scritto, ieri sera: “Che si voti sì o no, non possiamo negare che Renzi sia un grande comunicatore.” È vero: rispetta tutte le regole consigliate dai suoi spin-doctors. Muove bene le mani, sa articolare benissimo il tono della voce, sa come attirare gli applausi. Ma come qualsiasi oratore intelligente ed esperto, conosce a fondo le falle della sua posizione. Ciò che gli resta da fare è ricorrere alla tecnica per mascherarle. E allora si mostra accomodante nei confronti dell’avversario, riconoscendo più volte i suoi meriti e difendendolo dai fischi (“Per cortesia, non fischiate il presidente dell’ANPI alla festa dell’Unità!”). Insomma, sa attirare la simpatia e l’ammirazione di chi lo ascolta. Ma com’è possibile attirare la simpatia e i favori del pubblico anche quando si evita scientificamente di rispondere nel merito delle critiche? Non è quello il ruolo di un dibattito, di una confrontazione? E non dovrebbe essere questa la direzione verso cui i media dovrebbero spingere?
I media continueranno a insistere sui conflitti, perché il conflitto crea interesse. Il conflitto vende, il conflitto piace. Ma non staranno svolgendo a fondo il loro dovere verso di noi, pubblico, che dovremo votare nel merito della riforma costituzionale (tra parentesi, non si sa ancora quando).
E infine, eccoci: noi pubblico, noi cittadini che — si spera — andremo a votare. Sicuramente, se siamo ancora così confusi, se non sappiamo riconoscere un’argomentazione valida da un artificio retorico per sfuggire a una critica, la colpa è soltanto nostra. Nostra che non leggiamo la riforma e poi critichiamo chi usa argomentazioni “troppo tecniche”. Nostra che confondiamo le cause e gli effetti, e siamo vulnerabili a chi ci spaventa con scenari apocalittici. Nostra che non leggiamo, in generale, e non approfondiamo. Nostra che ci schieriamo per partito preso, seguendo la logica del tifo: “Questa è la mia squadra del cuore e le sarò fedele per sempre, che vinca o che perda.” Nostra che preferiamo deridere e sminuire chi la pensa diversamente da noi piuttosto che contro-argomentare in modo serio. Nostra che se l’affluenza al referendum sarà come quella sulle trivelle, qualcuno dovrà restituirmi le ore che ho trascorso a scrivere quest’articolo.