I veri potenti
Suonano le campane a Santa María del Mar. — Da Il gioco dell’angelo, C. R. Zafón
Noi che scriviamo abbiamo l’abitudine di condividere le nostre storie con le persone che ci sono più care. Anzi, molto spesso sono soltanto possibilità di storie, idee molto vaghe, accenni di necessità espressive alla ricerca disperata di una forma.
Qualche anno fa ero a Barcellona. Dopo cena, in compagnia di una persona a me molto cara, mi capitava spesso di passeggiare lungo quello stradone che fiancheggia il Parc de la Ciutadella — Passeig de Pujades — prima di perdermi tra le stradine del Born alla ricerca della nostra creperia di fiducia a Carrer de l’Argenteria. Due chiacchiere con il ragazzo che lavorava lì, che ormai ci conosceva bene, e poi via verso la chiesa di Santa María del Mar, che è proprio lì vicino. Ci sedevamo sui gradini della chiesa chiusa e mangiavamo la nostra crêpe guardando i turisti che passavano e i fortunati che cenavano sui balconcini dei palazzi che danno sulla minuscola Plaça de Santa María. Innamorati e folli, fantasticavamo: “Un giorno compreremo uno di quegli appartamenti.” Che privilegio, — pensavamo, — che incredibile fortuna hanno queste persone, perché possono cenare in un posto tanto speciale.
Ritornammo al tema del privilegio e della fortuna quando le accennai l’idea per una storia. Avevamo appena visitato le terrazze della chiesa di Santa Maria del Mar. La vista della città da lassù è spettacolare. Camminammo sul tetto inclinato della chiesa, stando ben attenti a non scivolare, poi ci fermammo a guardare i tetti e le terrazze e quella parte della città a cui, dalla strada, nessun passante può mai avere accesso. Notammo dei piccoli fori attraverso i quali siamo riusciti a vedere all’interno della chiesa. Servono per favorire la circolazione dell’aria — pensai — o qualcosa del genere. Accanto a questi fori c’erano dei piccoli vasi di terracotta. Ci dissero che quando pioveva bisognava coprire tutti i fori per evitare che piovesse dentro la chiesa. Io chiesi, ingenuamente: “Chi viene quassù per quest’operazione?” La guida, una ragazza giovane, rise e rispose con leggerezza: “Non lo so! Forse il cappellano?”, divertita dalla mia domanda.
Dato che a quei tempi parlavamo spesso di politica e di potere, di influenza, di visibilità eccetera, la storia che volevo scrivere utilizzava le stesse parole — potere, potenti — accostandole a personaggi insoliti, che vivono un tipo di potere più intimo e privato, come quello di coprire i fori sul tetto della Chiesa di Santa María del Mar e guardare la città dall’alto quando il cielo minaccia pioggia. Di potenti ne trovammo altri. Ad esempio i netturbini di Parigi, che hanno il compito e l’enorme responsabilità di ripulire le strade della Ville Lumière all’alba; oppure i custodi dei Musei Vaticani, che quando tutti i turisti sono andati via possono sentire le voci dei filosofi di Raffaello e dei dannati di Michelangelo accostando l’orecchio alle pareti affrescate. Ne elencammo molti altri, che ora non mi vengono in mente.
Come molte altre storie, l’abbandonai dopo qualche tentativo che non mi convinceva abbastanza. Però ogni tanto mi capita di ripensarci. Pochi giorni fa stavo camminando sulla sabbia nera della città in cui sono nato, al tramonto, e ho visto un uomo in canoa. Il sole si abbassava lentamente dietro la collina dei Camaldoli, la torre del Policlinico là vicino. L’uomo affondava la pagaia in acqua e si muoveva agile di fronte a me.

Che incredibile privilegio — ho pensato — essere qui, in una canoa, in queste acque, all’ora del giorno in cui il sole lentamente tramonta e colora il cielo di rosso. Che incredibile potere. Se stasera qualcuno chiedesse a quell’uomo come stai, lui cosa risponderebbe? “Un po’ stanco”, forse, scrollando le spalle. Oppure un commento vago sulle solite cose. Direbbe mai che è felice, profondamente felice, e pieno, e soddisfatto per la grandezza e la bellezza a cui ha il privilegio di poter assistere ogni volta che vuole?
Camminavo e pensavo a cosa avrebbe risposto, riflettendo sul suo potere e sul mio, che dopotutto mi trovavo lì con lui: guardavo lo stesso panorama, respiravo la stessa brezza. Ma non si tratta soltanto di noi due. L’assolutismo tipico di “è la città più bella del mondo”, che tanto ci piace, ha i suoi limiti: cosa dovrebbe dire chi è nato a Palermo, a Roma, a Leros, a Istanbul, a Cartagena de Indias? Chi è cresciuto assistendo a certi tramonti africani, in Kenya o in Tanzania, altrove tutti i colori gli sembreranno sbiaditi.
Cosa ci spinge allora a rispondere con sufficienza che tutto va come al solito, le stesse miserie e i stessi problemi, quando ci chiedono come stiamo? Orwell mi sussurra, da un remoto angolino della mia testa: “Fino a che non diventeranno coscienti del loro potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere.”
Ma una ribellione, oggi, sarebbe necessaria? E soprattutto: che forma avrebbe, cosa sarebbe? Io non so molto di Leros, quell’isoletta bellissima della Grecia in cui si conoscono tutti, né di Istanbul, né di Cartagena de Indias. Però so qualcosa sul mio minuscolo angolo di pianeta. Qui la vera rivoluzione sarebbe… la vera liberazione sarebbe…
Sono parole difficili, queste. Potresti assegnar loro qualsiasi significato. Sarebbe poco preciso, poco esatto. È il motivo per cui molte persone gridano alla “retorica”, quando leggono o sentono qualcosa di tanto approssimativo. Allora farò così: invece di mirare all’universale, mi rifugio nel particolare. Nessuna regola valida per tutti, ma soltanto una minuscola rivelazione. Camminando da solo, al tramonto, sono stato felice di essere esattamente lì dov’ero. Mi sono sentito uno di quei potenti che una volta avevo voglia di descrivere. I veri potenti. Se ti guardi intorno potrebbero essere ovunque. Ogni cosa potrebbe essere un privilegio: potersi avvicinare a un certo viso bellissimo e guardarlo da vicino; poter vedere il mare dalla propria finestra; poter camminare da soli e vivere liberamente, senza pericoli né oppressioni. Riconoscere la bellezza di ciò che ci circonda, ecco, questo è potere.
“Da quanto tempo! Come stai?” — “Felice.”