Qualcosa per cui lottare

Assioma: puoi essere orgoglioso solo per ciò di cui sei responsabile.

Ci siamo arrivati lentamente a questa piccola verità, io e il mio interlocutore. Era venerdì sera e sedevamo in un locale in cui, come è giusto che sia, per farsi sentire bisognava alzare tanto la voce. Lui è danese. Abbandonato dai suoi amici, si unisce al nostro tavolino e inizia a parlare con noi. Dal primo momento mi stupisce la sua capacità di sostenere una conversazione tanto lucida pur essendo così ubriaco.

È uno che ha viaggiato tanto. Parlando di tornare a casa/sentirsi a casa/essere a casa; insomma, parlando del fatto che dopo anni di viaggi in giro per il mondo si ritrovasse nella piccola Danimarca, ci ha detto che per lui non ha senso sentirsi orgogliosi di essere danesi. Io ho annuito. Abbiamo convenuto che nascere in Italia o in Siria o in Australia o negli Stati Uniti è una questione di caso: gli italiani, così come i siriani, gli australiani e gli statunitensi si diranno ugualmente innamorati del proprio paese. Ma l’orgoglio è un’altra cosa, le cui conseguenze a volte possono essere pericolose.

Qualche ora prima ero seduto a tavola con cinque o sei siriani, mangiando la pizza che aveva preparato uno di loro (appena avranno la possibilità di farlo, sono stati già avvertiti, dovranno passeggiare con me a Via dei Tribunali e rivedere un po’ questa loro idea di pizza). Oltre a me c’era soltanto un’altra europea al tavolo: portoghese, di Porto. Quando si è interrotta la lezione di arabo che i nostri amici avevano improvvisato per noi, io e lei ci siamo isolati in una tristissima conversazione sulle condizioni economiche del suo bellissimo paese. Mi ha detto una cosa che ho sentito spesso pronunciare da alcuni italiani, me stesso compreso: “Il Portogallo è un posto bellissimo, perfetto per passarci le vacanze. Se ci fai caso, infatti, ci sono alberghi e resort che compaiono così, dal nulla. Siamo condannati a diventare questo: un luogo di villeggiatura.”

Dubitando spesso della sua capacità di intendermi, ho riportato al mio interlocutore danese queste osservazioni. Gli ho parlato del dramma della maggior parte dei giovani dell’Europa del Sud e dell’Est che non possono neanche permettersi di scegliere di rimanere: perché rimanere significherebbe essere un peso (dove l’ho già sentita, questa?). Lui scuote la testa e mi implora di tacere. “Ti prego” mi dice, “non le voglio sentire queste cose. È terribile.”

Allora ho introdotto il concetto molto relativo di privilegio. Riferendomi ai rifugiati che ho conosciuto, che amano tutti il loro paese ma non possono farvi ritorno per motivi di sicurezza o per motivi politici, ho detto che noi Europei del Sud e dell’Est siamo comunque dei privilegiati. Non c’è nessuna guerra civile. Non ci sono bombardamenti. Non ci sono gruppi terroristici che si contendono il potere a discapito dei civili. Se sei omosessuale non hai nulla di cui temere (dicendo questo, devo ammetterlo, ho avvertito una leggera fitta al cuore: mi sono venute in mente certe storie di intolleranza e discriminazione avvenute in Polonia, in Grecia, in Sud Italia.)

“E posso anche spiegarti perché tu, danese, sei un privilegiato” gli ho detto, con una certa foga. “Tu sei un privilegiato non per le opportunità che hai nel tuo paese rispetto a quelli che vengono da fuori. Ci sono tanti stranieri che fanno carriera qui e che hanno successo. Tu sei un privilegiato perché qui ci sei nato, e quindi la consideri come la tua casa, la tua patria. Un italiano, se è bravo, potrà avere un lavoro migliore del tuo. Ma non si sentirà mai a casa in questo paese.”

Lui annuisce e ammette che l’unica preoccupazione dei danesi è quella di scegliere il lavoro migliore una volta finiti gli studi. Le opportunità sono tutte lì: bisogna solo scegliere. E tornando al fatto che tutti sono innamorati del proprio paese, mi dice che almeno in certi paesi c’è qualcosa per cui lottare. Attenzione: non significa avere pace e benessere e non ringraziare il Cielo. Significa che in alcuni paesi più che in altri un modo per diventare orgogliosi esiste: contribuire attivamente per migliorare le cose. In Danimarca non ce n’è bisogno, dice. Se non muovi un dito, comunque avrai un lavoro. Se non lavori, comunque avrai da mangiare.

Bandiera utilizzata dalla Coalizione Nazionale delle Forze Siriane dell’Opposizione e della Rivoluzione. La guerra civile in Siria è scoppiata cinque anni fa, nel 2011.

Ho pensato a Mahmoud, a Samer, ad Ahmed e a tutti i miei amici che sono qui in Europa perché hanno scelto di non lottare. Non si tratta di codardia. Sono persone pacifiche e profondamente buone, che in maniera molto napoletana non desiderano altro che trovar pace. E pensate, invece, se volessero lottare lì dove le dispute politiche si risolvono con la violenza e con le armi. Dove chi detiene il potere non ci mette molto a zittire per sempre una voce dissidente.

Dovremmo riconoscere il nostro privilegio di poter sperare di cambiare le cose, di spingere il mondo nella direzione che vogliamo noi, senza correre il rischio di pagare con la nostra vita. Fosse anche solo per rispetto verso i nostri fratelli e le nostre sorelle che non possono farlo, abbiamo il dovere di provarci.

Andarsene via resta comunque una scelta legittima. Ma tra i più bravi e i più generosi, qualcuno dovrebbe coltivare il sogno folle di lottare per permettere a tutti di poter trovar pace a casa propria, e di poter essere orgogliosi delle proprie radici e della propria bandiera.

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