Un popolo disinformato non è un popolo sovrano

“We’re not talking about Brexit, okay? It didn’t happen.” — Hannah, inglese, il 24 giugno 2016

Il popolo sovrano. Il giudizio popolare. Come vi permettete ad esprimervi contro il suffragio universale? Chi è che non dovrebbe votare, gli ignoranti? I vecchi?

A Novembre di quest’anno, il popolo sovrano potrebbe eleggere Donald Trump in America. Ha osannato e accolto a braccia aperte Hitler e Mussolini. Nella storia, il popolo sovrano ha compiuto scelte legittime che si sono rivelate non solo sbagliate, ma tragiche. Non si conoscono le conseguenze della scelta del 23 giugno, quindi non possiamo fare paragoni sugli effetti. Però possiamo sì riflettere sul progresso, e sui meccanismi che frenano l’esercizio della democrazia. E la disinformazione è uno di questi. La scelta di un popolo disinformato può essere legittima, perché compiuta attraverso un diritto sacrosanto che è quello del suffragio universale, ma ci sono grosse probabilità che si riveli negativa per il popolo stesso. È per questo che ci siamo evoluti, no? Per imparare a capire meglio il nostro pianeta, il nostro corpo, il modo in cui funzioniamo biologicamente, psicologicamente e in relazione con gli altri. Politicamente, pure: abbiamo studiato per secoli e secoli le relazioni di potere e i modi in cui si amministra uno stato. Economicamente, pure: abbiamo studiato la ricchezza, il denaro, e gli scambi che avvengono quotidianamente nella sfera privata e pubblica.

Bianca Berlinguer, direttrice del TG3, a proposito del fatto che i cittadini cerchino le informazioni in rete non fidandosi dei media tradizionali, ha detto: “Così cresce la vera informazione e la coscienza di un popolo”. Ma la vera informazione non è cercare l’articolo che rispecchia le nostre opinioni. Su internet è possibile trovare di tutto, e di conseguenza chiunque si sente legittimato a dubitare e a mettere in discussione qualsiasi cosa. È troppo immediato — e anche pericoloso — chiamare alla censura: “Non bisogna permettere che si pubblichino balle”, solo perché i dati esistono e possono confermare se una notizia è falsa. Si può fare un’affermazione del genere solo presi dalla rabbia, e quindi in modo irrazionale.

Un popolo che opera una scelta tanto importante ignorando il parere delle persone più indicate ad immaginare scenari e possibili sviluppi, inevitabilmente, sta danneggiando se stesso. “Non credo più nella democrazia” ha scritto un’amica inglese. Sarebbe come dire “Non credo più nella salute” ogni volta che muore qualcuno che ha fumato e bevuto tutti i giorni della sua vita, è andato in moto senza casco, ha preferito regolarmente il fast food alla frutta e alla verdura e non ha mai fatto esercizio fisico. Questi comportamenti cerchiamo di limitarli perché conosciamo gli effetti negativi che hanno sul nostro corpo. Sono stati studiati a lungo, e noi ci fidiamo dei risultati di anni di ricerche. Anche quando decidiamo perseverare in queste scelte dannose, lo facciamo con la consapevolezza che ci faranno del male. Non cerchiamo di dimostrare che sia più sano mangiare carne tutti i giorni — per di più da McDondald’s — invece che rispettare una dieta più equilibrata. Non cerchiamo di far valere la nostra ipotesi che fumare non faccia male.

Abbiamo sviluppato, nei secoli, dei meccanismi e degli strumenti che danno effettivamente potere al popolo. Il meccanismo è il suffragio universale. Ma lo strumento che gli dà compimento e un altro, e si chiama conoscenza, che il risultato di un’educazione imparziale e di un’informazione che tende all’oggettività. Non solo il privilegio, in passato negato, di essere soli in una cabina elettorale con una matita in mano. Non è solo questo ciò che fa una democrazia. Se nel sud Italia e in altre regioni europee le elezioni sono ancora determinate dal voto di scambio, dovremmo negare il diritto di voto a quelli più corruttibili? O dovremmo dedicare tutti i nostri sforzi a renderli meno corruttibili? In uno scenario mediatico tanto frammentato, le promesse arrivano non sottoforma di denaro o di possibilità lavorative. La gratificazione è di un altro tipo, più subdola: dato che tutto può essere messo in discussione, qualsiasi opinione — anche la più estremista, anche la più complottista, anche la più apertamente distante dalla realtà — trova cittadinanza nell’infinito mare di informazioni. Quello che dicono gli esperti, allora, conta di meno. Non importa il tempo che è stato trascorso per arrivare a quella conclusione, e più importante, non importa il metodo: ci sono cento articoli che dicono il contrario, quindi non può essere giusto.

Dopo un dibattito tanto disinformato, i risultati elettorali non possono dirsi “espressione della democrazia”, esattamente allo stesso modo in cui io non ritengo democraticamente eletto un sindaco o un consigliere comunale che ha comprato voti. Espressione di una democrazia malata, piuttosto. Una ricerca di Google Trends ha dimostrato che molte persone che hanno votato giovedì non sapessero effettivamente cosa fosse l’Unione Europea. Ignoravano il fatto che potessero eleggere i membri del Parlamento, sottostimavano gli investimenti europei nel Regno Unito, sovrastimavano la percentuale di immigrati sul totale della popolazione europea.

Argomentare contro il suffragio universale è anacronistico e poco realistico. Ma il suffragio universale in sé è poca cosa, se l’elettore non è messo in condizione di operare la sua scelta liberamente. E un elettore è libero quando è capace di formarsi la sua opinione, dopo aver riconosciuto una notizia vera da una chiaramente falsa, dopo aver riconosciuto che è inaccettabile accettare del denaro in cambio della propria preferenza. Insomma: il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto.

E se questo mio testo è incompleto, è perché le soluzioni, qui ed ora, non le ho. Conosco, o riesco sotanto a intuire vagamente, una direzione. Quella dell’educazione all’informazione. In questo momento storico, è necessario educare i cittadini a cercare i dati e a distinguere le informazioni valide da quelle dannose. È qui la nostra sfida. È questo il terreno su cui dobbiamo lavorare, per restituire significato alla parola “democrazia”.

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