L‘immagine della nuova Lega di Salvini


C’era una volta la Lega, andrebbe intitolato questo pezzo, non fosse un titolo scemo. Era la Lega di Bossi, come non ricordarla. Era una cosa che veniva fuori da un’Italia a cavallo fra la prima e la seconda Repubblica, come una specie di mossa di controbalzo, di coup de théâtre, da una stagione strana, fra stragi, muri di Berlino, e discese in campo.
Lui, e le Lega, scendevano dai monti, dal nord, e usavano questa parola “padania” (uso volutamente il minuscolo), che allora era una parola che significava poco e niente. Avevano dei modi, tipicamente del nord (soldi, lavoro, tasse, eccetera) usavano la parola movimento, lega, e non partito. Erano contro Roma, ed erano l’espressione di classi sociali piccolo borghesi, produttive, e rivolevano la loro terra. Padroni a casa mia.
Questa, per farla breve, era la Lega di Bossi.
E intorno a questo, come intorno a qualsiasi “brand” appena nato, qualsiasi bandiera, c’era un’immagine, un’estetica, un certo numero di simboli. La riconoscibilità.

C’era il verde, per prima cosa, su tutto. Bandiere, bandane, palchi, fazzoletti, tutto, ma tutto, era verde. Ovviamente verde erano le valli, ma verde è anche e soprattutto il colore della Lombardia.
C’era il sole delle Alpi. Che anche qui, di nuovo, la terra. Che in parta era un evidente richiamo al logo della Lombardia (disegnato da un elegantissimo Munari, tra l’altro). In parte le sei punte stavano a rappresentare le sei culture tradizionali della padania. (in realtà quel logo è “il fiore della vita”, uno stilema di molte culture del mondo, loro se ne appropriarono in modo piuttosto barbino).

Il logo della regione Lombardia, e il logo della Lega Nord

C’era la pochette verde nel taschino. Come non ricordarla: in parlamento, nelle sagre, nei consigli comunali, alle manifestazioni, in TV: tutti avevano la pochette verde. Abito grigio, camicia bianca, cravatta verde. Era una divisa mesta, da classe dirigente di paese, niente blu elegante, niente doppio petto, niente orpelli, niente vezzi. Il pensionato al matrimonio, con il brand nel taschino. Seri, come uomini d’azienda.

E poi c’era Bossi. Il leader. Che è lui stesso un’icona visiva. Mai, o rarissimamente, un politico ha un tipo di comunicazione così fortemente visiva, persino fisica. Tipo Gheddafi. Con quegli occhiali da pensionato, a goccia, montatura anti-intellettuale, capello arruffato, sbarbatissimo, e perennemente col sigaro in bocca.
E quella canottiera, meravigliosa, (su cui Marco Belpoliti ha scritto un intero libro), era lei stessa l’evidenza visiva di uno status popolano tradizionale, pre-pensionatizio, quasi Fantozziano.

La famosa canottiera di Umberto Bossi

Probabilmente se un giorno Bossi verrà ricordato, verrà ricordato con la canottiera, degli occhiali da Fred Bongusto, una bandana verde al collo, e un dito alzato.

Gli stilemi tradizionali nordici della Lega

E poi c’era tutto il resto dei loro simboli (il Po, l’ampolla, la polenta, i celti, le corna, i vichinghi, e chi più ne ha più ne metta) che erano sostanzialmente l’alfabeto visivo di una certa provincia, una certa generazione, e un certo nord.

E un certo numero persino di facce, di fisionomie, tipiche di quel mondo: Castelli, Speroni, Calderoli, Borghezio, avevano quelle faccie lì. Erano fisiognomicamente, nei lineamenti, perfettamente dei vecchi “polentoni”.


In ogni cosa c’era quella terra, quel mondo, quel pezzo di geografia politica. E tutto questo alfabeto visivo si può forse ricondurre a un’unica parola d’ordine, e riassumere in unico denominatore politico: tradizione. L’intero impianto degli stilemi della Lega era imperniato sul dogma della tradizione.

E noi oggi vediamo la Lega, la Lega di oggi, ed è impossibile non notare quanto tutto questo si sia scollato. Quanto tutto questo sia lontano.
Sono rimasti, qui e lì, giusto i ricordi.

Sul sito di Matteo Salvini non compare né il verde, ne il sole delle Alpi.

Tanto per provare a verificare: è quasi completamente scomparso il verde. Non compare nemmeno sul sito personale del segretario, né sulla sua pagina di facebook. Non c’è quasi più, a distanza di nemmeno due anni, il verde lombardo.
E non c’è più nemmeno il sole delle alpi, quasi da nessuna parta, diventato sempre più piccolo in tutte le comunicazioni.

Non ci sono tutti gli ammennicoli, non c’è più il Po, i celti, lo sbarbato, gli abiti grigi, le cravatte verdi, gli occhiali a goccia, l’ampolla, le salsicce. E’ scomparsa persino la pochette, la mitica pochette, dai portavoce aziendali di turno e dalle tv (d’altronde sono scomparse le giacche, e i taschini dove metterle).

E sono cambiate persino le facce. Da Castelli: tipico ingegnere meccanico di paese compito e occhialuto, ad Alan Fabbri, 35 enne con coda di cavallo(da pornodivo), pizzetto, gruppo rock, e felpa #scortichino. (!)

Roberto Castelli e Alan Fabbri, due volti che rappresentano due Leghe molto diverse.

Perché ora c’è Salvini. La Lega di Salvini. Il mondo di Salvini.
Un segretario in ogni cosa disordinato, scapigliato. Felpone stile Lapo Elkann, braccialetti dappertutto, orecchino (cosa c’è di più terrone dell’orecchino?), copertine mezzo nudo, e iPad perennemente in mano.

(parentesi: Salvini è un segretario con la barba. Attenzione: la barba. La barba è stata per decenni un’icona esclusiva e persino monopolistica della sinistra. La barba come dissidenza, ribellione, impudenza. Una cosa da scapigliati. I progressisti avevano la barba, i conservatori no. De Gregori aveva la barba, non Peppino di Capri.)



Insomma Salvini assurge su di sé un corollario di elementi tutt’altro che conservativi, tipici di un’estetica tutt’altro che tradizionalista, tutt’altro che di destra, e tutt’altro che di provincia.
Se l’icona Bossi era perfettamente riconducibile a un elettorato (anziano, di provincia, del nord) Salvini oggettivamente lo scardina. Gioca un’altra partita. Prendendo in prestito stilemi di tutt’altri mondi.

Se il “target” del brand di Bossi era il mondo chiuso e anziano delle valli, intimorito e conservatore, tradizionalista delle tradizioni inesistenti, e sostanzialmente conservatore, Salvini lancia la palla su un altro campo. Generazionale e geografico (mica poco).

Salvini, molto undeground, quasi da centro sociale.

Si costruisce un personaggio urbano, contemporaneo, impoverito, sovversivo e di protesta. A tratti persino underground, da centro sociale. Felpa e cappuccio. Unito paradossalmente a una sorta di grammatica del “burino” nazionale, da curva, meno valoriale, e molto meno tradizionalista.

Salvini sta spostando il piano elettorale della Lega su un piano tipico delle controculture. Un piano politicamente molto remunerativo. Ed è oramai assodato, dopo gli hipster, che le controculture non siano più appannaggio della sinistra.
E in quanto controcultura è per sua natura, in ogni suo stilema, un panorama visivo anarcoide, disordinato, pseudosovversivo. Non è oggettivamente una destra ortodossa. Non c’è patria, né famiglia, né ordine, né tradizione.

E’ un’atra cosa. E’ una destra diversa. Una destra apolide, orfana, eversiva.
Perché non si costruisce intorno a un’idea di ripristino di un qualche tempo andato. Non si costruisce intorno a una conservazione di un territorio, di un paesaggio culturale irrinunciabile, né su un sistema valoriale preservabile. Ma su un’idea sovversiva trasversale, interclassista, intergenerazionale, e interterritoriale.

Come si sarebbe detto 30 anni fa, non c’è il principio di reazione (reazionario) ma un principio di azione. Perché all’idea di conservazione si è sostituita un’idea di rivalsa, e al timore della perdita, un’urgenza di conquista.

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