2016: nuovi orizzonti del confronto politico

In quest’ultimo anno abbiamo assistito a eventi politici su piccola e vasta scala che non avevano precedenti: il voto a favore della Brexit, la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali americane, e poi l’avanzare del grillismo in Italia, dove il partito guidato dall’ex-comico ha conquistato i comuni di Torino e Roma all’ultima tornata di elezioni amministrative svoltasi in giugno.
Tutte cose che fino al loro verificarsi nessuno era riuscito a pronosticare, forse peccando di una certa sottovalutazione dei fenomeni, benché vi fossero alcuni chiari segni di come le cose sarebbero andate.

Soprattutto dopo la recente vittoria di Donald Trump, il mondo dell’informazione, che si era ampiamente schierato per Hillary Clinton, dando per spacciato il tycoon, ha cominciato ad interrogarsi sul perché di quest’ampio errore, accampando motivazioni ora più ora meno plausibili e spingendosi fino a riflettere più ampiamente sulla proposta politica offerta dal magnate, che si trova ad essere simile a quella offerta dai movimenti populisti europei.

Effettivamente si trovano ampi punti di contatto tra le proposte del tycoon e i populismi europei, ma si corre il rischio di attribuire loro, se non un disegno comune, seppur architettato da ogni movimento in autonomia, perlomeno una certa ideologia comune, un modo di pensare che li accomuna e li dirige verso obiettivi ben definibili.

Ecco, no. I populismi non hanno ideologia.

Nella loro propaganda non si trova la benché minima traccia di ideologia, intesa nel più alto senso di un’idea che intesse l’azione politica e guida verso nobili obiettivi, ma un richiamo, velato e non, al “buon senso”.
Davanti alle critiche di chi gli imputava una nulla competenza politica, Trump rispondeva dicendo che essere un uomo d’affari di successo gli aveva fornito quel “buon senso” che può essere applicato anche in politica.
“I can fix it” era il leitmotiv dei suoi comizi.

Una cosa simile si può dire rispetto al grillismo in Italia: davanti alle critiche di incompetenza vengono levati gli scudi di una pretesa onestà. “Almeno noi siamo onesti” è il ritornello, che diventa poi la foglia di fico per coprire qualsiasi errore dovuto proprio all’incompetenza o ad una più generale mancanza di visione.
“Noi siamo meglio perché tutti gli altri sono peggio”, non importa cosa “gli altri” abbiano fatto, magari anche onestamente.

Tracce di questa retorica “noi-altri” si può trovare, oltre che nel lepenismo francese, per quanto questo sia un po’ anomalo in quanto affonda le proprie radici nell’estrema destra, riecheggiandone l’ideologia, anche nella campagna del “Leave” in Inghilterra, che di fatto ha vinto il referendum sull’adesione all’Unione Europea.

I leader del movimento, in primis Nigel Farage, hanno basato tutta la loro campagna sul sottolineare le differenze tra gli immigrati, che arrivano a causa della libera circolazione garantita dall’UE, e i cittadini inglesi e sul dipingere l’Europa come una cosa “altra” che non fa gli interessi degli inglesi.

Come Trump, anche il M5S e il fronte del Leave non propongono concrete misure politiche: rimangono su di un vago pragmatismo del “buon senso”, salvo poi, alla prova dei fatti, o arenarsi o compiere scelte che in poco tempo rivelano la loro debolezza.

Se dunque i contenuti e la progettualità latitano, che cosa rimane come argomento del dibattito politico?

La narrazione.

Il nuovo terreno di scontro politico in questa nuova realtà “post-fattuale”, addirittura “post-truth”, come alcuni analisti anglosassoni l’hanno definita, è il modo di narrare ai cittadini la realtà.

I cittadini infatti hanno bisogno di emozioni, che possono essere amplificate e monetizzate in voti facendo leva sulla quotidianità di quest’ultimi.
In altre parole: parlare agli elettori, per esempio, di “congiunture macroeconimiche sfavorevoli” non è utile perché questi non le esperiscono ogni giorno. Dire invece “gli immigrati ci stanno invadendo” è utile perché ogni giorno gli elettori sono a contatto con gli immigrati che lavorano al loro fianco, vivono nei loro stessi quartieri.

Esattamente questo è successo nello scontro fra Leave e Remain in Inghilterra, dove un fronte agitava lo spauracchio dell’immigrazione incontrollata favorita dall’Unione Europea e l’altro agitava quello delle ripercussioni economiche di una possibile uscita.

Il miglior esempio di questo stile di campagna politica è il discorso di accettazione della nomination tenuto da Donald Trump alla convention di Cleveland (qui riassunto in un bell’articolo del Post http://www.ilpost.it/2016/07/22/discorso-finale-convention-trump/).

Nel discorso il tycoon presenta gli Stati Uniti come se fossero un turbolento Paese centrafricano, dove la violenza per le strade è all’ordine del giorno e gli agenti di pubblica sicurezza non riescono a mantenere lo stato di diritto. Quando poi passa all’economia la musica non cambia: le infrastrutture del Paese sono a pezzi e pronte al collasso, le industrie sono chiuse a causa della delocalizzazione, le tasse strangolano gli imprenditori e i privati cittadini. L’immigrazione illegale poi ruba il lavoro ai cittadini americani e aumenta la criminalità.

La narrazione che ne viene fuori è una a tinte fosche, che però riesce a toccare direttamente le più grandi preoccupazioni della gente, che vuole vederle subito risolte con un tocco di bacchetta magica.

“You know, I can fix it”.

Stesso approccio hanno i cinque stelle in Italia, che hanno costruito il loro successo politico proprio su di una narrazione negativa di un Paese in ginocchio, prostrato dalla crisi economica e dalla “casta”, che nella crisi si è fatta ancora più tentacolare e vorace.

Fin qui uno potrebbe appellarsi al fatto che sia quella di Trump che quella dei cinque stelle e dei populismi in generale sia soltanto becera propaganda e che quando poi si viene al concreto le posizioni cambino.

La sorpresa invece sta proprio nello scoprire che purtroppo non è così.

Sotto l’incompetenza e la prima necessità di creazione di una classe dirigente, sotto la mancanza di un progetto politico d’insieme, emerge una visione del mondo che non si discosta da quella espressa in campagna elettorale.

Rimanendo sulla piccola scala, ad esempio, l’abolizione o il ridimensionamento di eventi culturali che avevano cambiato il volto della città da parte dell’amministrazione del sindaco Appendino a Torino vanno proprio in questo senso: bollare come inutili e infruttuose attività che avevano una ricaduta non solo economica sulla città dimostra come la propria visione del mondo non si discosti da quella narrata per raccogliere voti e che sia ancorata ad un modo di vedere le cose strettamente economicista.

E’ chiaro come quindi lo scontro politico, dopo essersi “liberato” dalle ideologie, dopo averle sostituite con promesse di benessere spazzate via dalla crisi finanziaria, adesso si sia spostato, per l’irruenta irruzione dei populismi, in una nuova dimensione, dove a confliggere non sono idee o ricette per lo sviluppo, ma due visioni del mondo: una tetra e opportunista, l’altra ottimista fino al parossismo.

Quale delle due sia migliore può già esser difficile stabilirlo, ma capire se debba essere questo l’unico terreno di scontro della politica può esserlo ancora di più.