Essere e diventare: l’età del nulla

“In futuro tutti saranno famosi per quindici minuti” disse (forse) Andy Warhol in riferimento alla volatilità della fama nell’età contemporanea. La frase poi è diventata famosissima e utilizzata a proposito e sproposito in moltissime occasioni assurgendo a simbolo, nel bene e nel male, della nostra società contemporanea.

Negli anni Sessanta, quando Warhol ebbe questa intuizione, si era ancora ben lungi dall’invenzione di internet e dalla rivoluzione a lei conseguente e quindi oggi la sua frase suona un po’ passata, quasi fuori tempo massimo. Loredana Lipperini e Giovanni Arduino, in un loro libro, hanno efficacemente “svecchiato” la massima in “tutti saranno famosi per quindici secondi”, adattandola al nuovo fenomeno della microfama, da loro analizzato nel libro.

Della microfama e affini

La microfama, termine coniato da Loredana Lipperini e Giovanni Arduino nel loro libro Morti di fama, identifica quella tendenza, propria dei social network, di creare dei “famosi” che sono tali solo per qualche anno, settimana, giorno, ora.

Perché queste persone, che in partenza sono come le moltissime altre presenti sulla rete, diventano dei “microfamosi”? Semplicemente, è la risposta degli autori, perché hanno saputo leggersi e proporsi come brand da vendere, come creatori di consenso (di likes, più nello specifico) attorno al proprio nome e ai propri contenuti, qualsiasi essi siano.
Insomma, hanno saputo entrare a far parte del sistema: da meri fruitori sono diventati attori del sistema (per quanto ridotti pressoché al ruolo di effimera comparsa in quanto, comunque, non detentori del mezzo di produzione, che invece è in mano alle grandi multinazionali del web).

La questione dunque pare essere il sapersi leggere come dei brand da promuovere. Ciò non è sfuggito a Joel Stein, che nel maggio 2013 pubblicava sul Time “The new Greatest Generation — Why Millenials will save us all”, un pungente articolo sulle nuove generazioni, in cui metteva in luce proprio questo punto come nodale nella questione.

“Quando uno non è più intimorito dal potere — dice il giornalista — , questi è molto più incline a seguire ciò che gli dice un amico rispetto ad una campagna pubblicitaria, anche se quest’ultimo è una celebrità che sta cercando di guadagnare e la cui amicizia è solamente una risposta su Twitter”.

Ecco dunque svelato il meccanismo: i microfamosi sono quei nuovi famigliari, come avrebbe detto il filosofo Gunther Anders, che ti consigliano cosa fare e come farlo, a cosa ambire e come raggiungerlo, cosa desiderare e cosa no, rompendo la “quarta parete” della pubblicità, che invece è qualcosa di esterno al consumatore.

Questo consumatore attorniato da tante “zie” famose che gli dicono cosa fare è ancor più profondamente influenzato dalla loro stessa qualifica di “famose”: ciò che veramente vuole avere sono i loro likes, i loro followers; insomma, la loro fama. E’ questo che importa veramente.

La frequentazione continuativa con la celebrità fa sì che il consumatore cominci ad odiare “la banalità della sua vita quotidiana” e si rivolga verso quella fama che sembra a portata di mano, sviluppando un odio verso la massa dalla quale cerca di svincolarsi per raggiungere la celebrità.

Non bisogna però illudersi: l’odio per la massa non contiene un senso antisistema, un rigetto dell’establishment e del sistema consumistico, ma attiene semplicemente alla necessità narcisistica di emersione da quest’ultima per poter risplendere al di sopra di essa.

L’emersione alla fama infatti è consentita solo, come già detto, da un completa partecipazione al sistema: io mi faccio veicolo di varie informazioni pubblicitarie da offrire a coloro che mi seguono, trasformandomi io stesso in un brand al pari dei grandi marchi.

Dunque i “micorfamosi”, cioè chi ha vinto tutto fra gli appartenenti alla “ME ME ME generation”, come Stein chiama nel suo articolo le nuove generazioni, sono coloro che hanno trasformato se stessi in qualcosa di diverso da se stessi, sono coloro che pur sembrando proporre sui social network se stessi, in realtà propongono una studiatissima e monodimensionale immagine di sé, funzionale ai gusti dei followers.

Il duro lavoro di costruzione del sé

Traslando queste considerazioni sugli adolescenti possiamo cogliere pienamente il tipo di impatto che queste hanno sulla società del futuro.

Come si sa, l’adolescenza è un periodo di passaggio in cui ognuno esce dal suo guscio familiare per intraprendere la strada verso la piena autonomia e in cui ognuno costruisce il suo essere, cercando la propria strada smarcandosi dall’ombra degli adulti.

Su ragazzi senza una personalità formata, un solido IO, che impatto può avere il miraggio della microfama, con tutto ciò che esso comporta?

Frequentando un po’ i social network, che per la stragrande maggioranza degli adolescenti rappresentano la realtà con la quale interagiscono maggiormente, risulta evidente come il miraggio della fama sia un’ossessione. I famosi, macro o micro che siano, diventano fonte di ispirazione per la propria identità virtuale, che deve essere curata in ogni suo aspetto e risultare vincente, pena l’annullamento dell’io.

Ma questa ossessione non rimane confinata nella propria “vita” virtuale. La mancanza di una identità solida e ben formata fa sì che l’identità virtuale, quella sì, solida e compatta per necessità, venga assunta a identità personale reale, proiettando le ossessioni virtuali nella vita reale.

Questa traslazione, inoltre, permette agevolmente di liberarsi da quella dura incombenza che è il costruire un’identità: ne ho già una belle e pronta, non necessito di lavorare per costruirmene una, troppa fatica e troppo tempo.

Inoltre la società, se non in rare nicchie, non propone più percorsi di costruzione dell’identità personale che mettano in condizione l’individuo di formare un sé articolato e maturo, ma piuttosto tende a sedare questo processo, portando all’accettazione, come detto, di identità piatte (quelle virtuali posso dirsi tutto fuorché a tutto tondo), involucri imbellettati che nascondono personalità amorfe.

Nonostante la tecnica e la società cambino, i veri e profondi bisogni dell’Uomo rimangono sempre gli stessi.

Come si è detto, l’assunzione dell’identità virtuale a identità reale non fa altro che proiettare le ossessioni “virtuali” nella realtà, generando una percezione di sé profondamente influenzata dagli avvenimenti della vita virtuale.

Io sono nessuno

Da tutto ciò discende che un adolescente consideri sé stesso e misuri l’importanza della propria persona in base ai like che ottiene sui social network, nella cui ricerca è sempre più spinto dal contatto con la celebrità a cui si accennava prima.

Si generano così precocemente quei fenomeni di odio per la propria vita quotidiana e di volontà di fuga da essa, che si sommano alle normali esigenze di crescita specifiche di quel momento della vita.

Ma c’è di più. L’esigenza oggi è quella di trovare un “cappello” sotto il quale infilarsi, una qualifica, una mansione, un aggettivo che qualifichino la persona stessa. Quanti vicino al proprio nome sul proprio profilo sui social hanno la qualifica di “atleta”, “scrittore”, “dj”, ecc…, quasi che il solo nome non basti a definire un’individualità.

E’ chiaro che questo meccanismo faccia parte del gioco di vendersi come brand: “Pinco Pallo scrittore” mi assicura più likes che non il semplice e banale “Pinco Pallo”.

Ma non solo.

La necessità di darsi una qualifica è più profondamente legata alla necessità di trovare un’identità compatta che attiri: la voglia è quella di “DIVENTARE QUALCUNO”.

Ed eccoci al punto centrale: IO SONO NESSUNO.

Quelle che vivono sui social sono tante nulle individualità che cozzano per farsi riconoscere come esistenti, che lottano fra loro per passare dell’inesistenza all’esistenza, per “diventare qualcuno”.

Non esistono quindi individui di per sé esistenti, che sono qualcuno per il solo fatto di esistere nella loro unicità e irripetibilità, ma tante nullità perse in una massa amorfa dalla quale devono emergere per dirsi esistenti.

Ma è veramente così? Veramente una persona non esiste se non raggiunge la fama sui social? Veramente si è nessuno se non si ha una qualifica?

Sono fermamente convinto con non sia così.

Un problema per le nuove generazioni

Ora, vediamo bene come tutto questo abbia un grave impatto sulla percezione che i giovani hanno di sé e sul loro rapporto con la tecnologia.

La proposta che la propria esistenza stessa sia decisa dai social insegna ai giovani una falsa prospettiva sulla realtà e su sé stessi, disperdendone le preziose forze.

Lo sforzo educativo, per scongiurare ciò a mio avviso, dovrebbe concentrarsi sull’estrarre i ragazzi da questo circolo vizioso e nuovamente insegnare loro la giusta comprensione di sé, facendoli sentire importanti (ed esistenti!!) per ciò che sono e portandoli a scoprire le proprie capacità, impiegabili al di là della mera autoaffermazione.

Si giungerà così piano piano ad abbandonare la fama come fine ultimo senza il quale sono ridotto al nulla, e a riprendere il filo delle esperienze umane e relazionali e alla costruzione di percorsi di senso che vadano oltre il mero conseguimento di un’effimera notorietà.

Si recupererà così anche un giusto rapporto con la propria quotidianità, come luogo non dal quale evadere per esistere ma come luogo nel quale io esisto e al cui cambiamento io posso concorrere con le mie azioni concrete.

Perché poi è questo uno dei problemi generati da questa “nullità esistenziale permanente”: se io non esisto non posso nemmeno incidere in qualche maniera sulla realtà; da ciò ne consegue il disimpegno politico, l’indifferenza verso il più povero e una certa inquietudine che contraddistingue già le nuove generazioni.

Infine, si recupererà il giusto rapporto coi social network, che diventano così da momento fondativo della propria esistenza e identità a mezzo da utilizzare sì per rimanere in contatto con le persone e per avere una finestra sul mondo. Ne si relativizza il peso, rimettendoli al loro giusto posto.

Se però questo sforzo non verrà intrapreso si lasceranno i ragazzi soli in balia di ciò che viene loro offerto (in maniera molto spesso subdola), inaugurando veramente un’epoca compresa tra il non-essere e la voglia, spesso frustrata, di diventare; insomma, l’età del nulla.

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