C’è la strategia, c’è la tattica e poi c’è “ciccio-culo-cacca-merda”

31 dicembre 2015 — Ore 5:40, suona la radiosveglia. La tentazione di restarmene a letto c’è sempre ma se non le dò retta e mi alzo subito lei non insiste. Vado a vestirmi per una corsetta mattutina, il mio terzo tempo, come direbbe Annamaria. “Cazzo” sono senza i pantaloni, li ho dimenticati da mia mamma che me li ha rammendati dopo la caduta del mese scorso. Mi sono grattugiata una coscia quella volta, e il pantalone da corsa si è strappato. “Ciccio-culo-cacca-merda, e adesso cosa faccio?”

Questo 2016 è partito in salita: un inizio d’anno in piena sindrome pre-mestruale. E di quelle cattive: che faccio fatica a starmi vicina da sola. Se ci aggiungi pure un ginocchio fuori uso solo perché quel giorno non ho voluto ascoltare la provvidenza che mi diceva di tornare sotto le coperte, è l’apoteosi del nervosismo. Perché tra le varie cose che mi fanno davvero girare storta, c’è l’impossibilità di usare come voglio il mio corpo. Malattie, infortuni, malesseri qualsiasi genere mi rendono un persona poco piacevole.

Sgattaiolo verso la cucina in mutande, ieri sera Fra ha messo ad asciugare i suoi pantaloni da allenamento sopra la stufa. Sono ancora lì. Me li infilo. Sono larghi. Ma si può fare. Sono salva. (errore strategico). Finisco di vestirmi, oggi posso fare un giro un po’ più lungo, è il 31 e non si lavora, non devo portare Ettore dai nonni, non ho orari. “Oggi salita” penso “salgo dalla parte di Zugliano così allungo un po’ il giro e poi vediamo cosa riesco a improvvisare”. Inforco scarpe e pila frontale, mi sa che devo cambiare le batterie, fa troppa poca luce. “Amen, c’è ancora un po’ di luna”. (errore tattico).

Correre la mattina è la mia droga. Anche se a periodi smetto e mi disintossico poi succede che ricomincio ed è come per tutte le dipendenze: nessun scampo. Se potessi, correrei due volte al giorno: la mattina presto per allenarmi, e a pranzo per godermi il paesaggio. Ho deciso che ricomincio a correre in montagna. L’ho deciso dopo aver partecipato a una piccola corsa non competitiva tra i colli. Erano 4 anni che non lo facevo ed è stato come incontrare un vecchio amore e capire che la cotta non è per niente passata, anzi. Devo allenarmi, devo riprendere fiato e gamba. Non sono una che imposta allenamenti tecnici ma un po’ di strategia serve (come in tutti i progetti che contano): misurarsi ogni volta che si esce, darsi un ritmo, porsi degli obiettivi, pianificare qualche lungo e partecipare a delle corse non competitive che prevedano un discreto dislivello, curare l’alimentazione, non tirare troppo e bon, per le mie ambizioni è sufficiente così. Peccato che io sia brava a dire e meno a fare: per me alla fine tutto si riduce a correre e ancora correre, stile Forrest Gump.

Non fa neanche freddo in fondo, probabilmente siamo sopra lo zero. Corro con la musica e mi scaldo velocemente. Salgo, scendo, risalgo brevemente e mi porto sulla strada che dalla chiesa di Zugliano porta in Ca’ Vecia. Relax, le gambe vanno, ogni giorno un po’ di più, mi sto ripigliando dall’ultimo sballottamento ormonale. A tratti canticchio. E all’improvviso li sento. Li sento abbaiare ma soprattutto li sento correre: mi stanno venendo incontro, e sembrano piuttosto lanciati. Sta cazzo di frontale è quasi scarica e la luna non aiuta: loro mi hanno vista, io non riesco a distinguerli. Li sento, non li vedo ma li immagino, ed è più che sufficiente. “Ciccio-culo-cacca-merda, e adesso cosa faccio?”

È un anno iniziato strano. Dicono che il 2016 non sorrida ai pesci: a me ha già fatto la linguaccia. È bastata una piccola corsa sui colli a far volare la fantasia su nuove gare che si chiamano trail. E qualche giorno dopo, lo scontrino delle scarpe da sterrato ancora fumante in mano, e la consapevolezza che avrei dovuto rivedere tutti i piani e che quelle scarpe resteranno nella scatola per un po’. Le cose vanno così, cioè non vanno sempre come da programma. I piani cambiano, un po’ perché lo vuole la provvidenza, un po’ perché lo vogliamo noi che la provvidenza non l’ascoltiamo, un po’ perché a volte non siamo in grado di capire se insistere o mollare: è la strategia che ci sfugge, troppo presi dalla battaglia. E va bene (abbastanza bene insomma), l’importante è cogliere il senso di ogni cosa e trarne un minimo di significato, utile al proseguo. E qui casca l’asino, perché a volte il significato si cela dietro a un piccolo quanto letale, dosso della strada, che il tuo piede urta causando in due secondi lo stravolgimento di tutti i progetti, quantomeno quelli podistici e alpinisti (che nel mio caso è tanta roba). E il significato? In realtà io forse lo so, ma non lo voglio vedere.

Dietro front, più veloce della luce. Non mi pongo nessuna domanda, arroto di 180° e accelero, spinta dall’abbaiare che sento alle spalle e agevolata dalla discesa. I cani insistono un po’ ma sono del posto e gli interessa difendere solo i loro spazi, non mordermi per forza una chiappa. Mi hanno cacciata e tanto gli basta. “Vuol dire che oggi corro in pianura” lo penso finché riprendo un ritmo normale e verifico di non essermi pisciata addosso dalla paura, lo penso e 30 secondi dopo la frontale mi abbandona del tutto, morta. Ma non è più così buio e io oggi non devo portare Ettore dai nonni, oggi posso correre, va bene anche la pianura senza frontale. Ed è in pianura, alla luce di una luna calante che sta per lasciare il posto all’ultimo sole del 2015 che il mio piede inciampa in quel piccolo dosso. E io cado. “Ciccio-culo-cacca-merda!”

Ragionare col senno di poi non ha senso, però se non avessi usato i pantaloni di Fra adesso starei pianificando gli allenamenti da fare per preparare l’Ultrabericus di marzo e mi sarei portata gli sci in questi 3 gg di vacanza. Invece ho infilato le sue braghe e ora è doloroso anche camminare. I piani cambiano, a volte da soli, a volte per merito nostro a volte perché siamo così testardi da pensare di sapere sempre cos’è meglio. E talvolta sbagliamo.

Come si fa scegliere? come si fa a decidere quando è giusto insistere, darci di cocciutaggine, essere determinati e disciplinati e quando è più saggio lasciare andare, accettare di mollare la presa con sguardo più sereno ma anche più lungimirante?

Io questo sinceramente non l’ho ancora capito, ma penso che ogni cosa importante necessiti di una buona strategia, di un po’ di tattica e anche di un po’ di distacco per dare il giusto valore a ogni scelta e guardare un pelo oltre l’immediato, ecco, io su questo punto devo proprio migliorare.

Poi, di dossi sulla strada se ne incontreranno sempre, ma due minuti per cambiare le pile alla frontale la prossima volta me li prendo.

PS: il mio ginocchio guarirà, lo dice il fisioterapista. Le scarpe da trail non devo renderle, solo aspettare un po’. Aspettare sì, proprio il mio punto forte!
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