La Porta sul Retro #2

Il giorno dopo

1.
Mi svegliai tardi. Il sole picchiava di nuovo e faceva di nuovo caldo. Il cemento intorno alla casa mi abbagliava. Finii il caffè e tornai dentro. Santi e santini aspettavano immobili di abbandonare finalmente la scena.
Girai per casa una buona mezzora raccogliendoli. In più c’era un quadro, di dubbio gusto, di sant’Antonio col bambinello e uno con una madonna dal viso ebete. Li raccolsi tutti in uno scatolone. Ora ce lo avevo ai piedi e non sapevo che farmene. Alla fine decisi di riporlo nell’armadio della stanza al piano di sopra. Lo trovai vuoto. Zia Roberta aveva fatto sparire le vecchie cose di mia madre.
 
 2.
Rimasi fino ad ora di pranzo disteso in mutande sul divano in salotto a non fare nulla. Il copri divano, a fiori, mi si appiccicava alla pelle sudata.
Al pianterreno c’era il salotto, grande, con un divano sulla parete di destra proprio sotto la grande finestra. Sulla parete di fronte una cristalliera di legno scurissimo coi vetri sugli sportelli e piatti, tazze e bicchieri che affollavano le mensole interne dalle quali pendevano merletti ingialliti. I prossimi a volare, pensavo a ripetizione. Al centro del salotto c’era un grosso tavolo rettangolare con attorno sei sedie con cuscini imbottiti a strisce beige e marroni. Sulla parete della porta, accanto alla porta, un uomo morto di ferro battuto e poi a fianco il rettangolo bianco lasciato dal quadro di sant’Antonio. Sulla parete di fronte, invece, due porte. Una dava su un cucinino, l’altra sulla stanza piccola. Quella che usavo io prima e mia madre poi, quando decise di passarmi la sua.
Il posacenere arancione ai piedi del divano accoglieva già tre mozziconi. Spensi il quarto ed andai a farmi una doccia. Era quasi ora di pranzo, ed ero invitato dagli zii.
 
4.
Rientrai a casa esausto. Chiacchierare con mio zio dopo tutto quel tempo era piacevole, ma tutto, comunque, stancante.
Le cinque del pomeriggio e ancora faceva caldissimo. Strano a quell’altezza, di certo non me lo ricordavo così. Decisi di fare un’altra doccia. Fredda.
Uscito dalla doccia mi allacciai un asciugamano in vita senza asciugarmi, nemmeno i capelli. Volevo tenermi il fresco addosso ancora un po’. L’acqua evaporò dalla pelle quasi istantaneamente.
Lei sei del pomeriggio. Disteso nudo sul letto afferrai il cellulare e scrissi a Laya.
 
- A pranzo dagli zii. Qua fa caldo e sono stanco, ci sentiamo stasera. -
 
Misi il cellulare sotto il cuscino e mi girai a pancia in giù.
Rividi il viso bagnato di Vera. La linea del seno. Le sue gambe illuminate dai fari. Una timida erezione premeva contro il materasso.
 
 
5.
Quando mi svegliai era buio. L’erezione sparita.
Presi dalla valigia che ancora non avevo disfatto un paio di pantaloni ed una maglietta a caso e mi vestii.
Camminai nell’erba medica fino al ruscello che segnava il confine con la proprietà di Pasquale. Il padre di Vera. Nonostante la pioggia del giorno prima il ruscello era praticamente secco. Di là del ruscello un boschetto di querce che nascondevano alla vista casa di Pasquale. E di Vera. Mi sedetti su di una pietra e accesi una sigaretta. L’aria cominciava a rinfrescarsi.