Licenza di uccidere, tra verità e finzione

Per Edizioni Cinquemarzo, il debutto poetico del giovane apprendista marchigiano

Licenza di uccidere è il titolo della recentissima raccolta di poesie di Lorenzo Fava, un ragazzo di 23 anni proveniente da Macerata. È un ragazzo che sta inseguendo il suo sogno, e quest’opera è il suo primo passo verso il suo raggiungimento.

La raccolta è uscita a febbraio di quest’anno con Edizioni Cinquemarzo, e nella sua forma vediamo anticipata una delle principali caratteristiche delle poesie che contiene: la sincerità, il mostrarsi per ciò che si è. L’unica cosa che infatti ci separa dalle pagine bianche successive al titolo del volume e i versi è una frase: Non è sogno l’agonia sbranata dai dettagli. Nessuna prefazione, nessun chiarimento. E forse questa frase ancora di più ci introduce a quello che saranno le poesie, perché l’impressione che si ha leggendole è quella di entrare nei pensieri non filtrati dell’autore, che quasi in un flusso di coscienza vuole raccontarci qualcosa. Ma cosa? Dolore, angoscia, paura, delusione, rabbia. Tutti questi temi emozionali sono trattati senza mezzi termini, a chi sta scrivendo non importa che gli altri capiscano: importa sfogarsi.

Ed è proprio questo che colpisce, questa la sincerità di cui parlavo: non ci sono scudi, non ci sono armature né semplici pezzi di stoffa a coprire il corpo dolente che le parole che andiamo a leggere sostengono. Le parole vengono sputate con maestria come se si trattasse di una rap battle che l’autore ingaggia contro sé stesso, anche se ciò che ci viene detto in uno degli ultimissimi versi è che questa battaglia sia contro la poesia stessa: “Io e la poesia siamo pugili stremati agli angoli, io le ho dato un colpo basso […]“. Non possiamo fare altro che sederci e assistere.

La lettura risulta veloce, probabilmente proprio grazie all’ermeticità delle poesie: più si va avanti e più ci si sente trascinati da un fiume in piena: non sappiamo che fiume sia, né da dove provenga o dove stia andando, ma non abbiamo altra possibilità che lasciarci portare giù dalla corrente; in qualche modo siamo consci di quello che sta accadendo e ci lasciamo travolgere.

Spesso le parole sono crude, schiette; l’autore si sente incompreso? Se sì, non ci dà sempre i mezzi per comprenderlo, ma ci mostra con termini rabbiosi e malinconici proprio questa incomprensione di cui si sente vittima. Neanche lui è sicuro di capirsi: “io che penso di intuire qual è il perno, la sostanza del verso”. Ciò che credo è che qui l’autore sveli le sue carte: in realtà sa benissimo di avere intuito il suo perno, ma finge che non sia così, giocando su quanto per i lettori sarà sfuggevole il senso dei suoi versi. Questi sono volutamente criptici per i più e, forse, chiari come acqua per pochi eletti, per di più coscienti di esserlo.

L’ambiguità delle poesie sta tutta qui: non riusciamo a capire se queste vogliano essere comprese o vogliano essere dei giochi personali del poeta. E proprio qui sta la bellezza nel leggerle, proprio come se fossero enigmi da risolvere.

Cosa dire: alla fine della raccolta ciò che rimane è un senso di completezza e di vuoto coesistenti, ma chissà che invece qualcuno non riesca a decodificare i messaggi che il poeta vuole lasciarci nascosti tra le parole. Ciò che posso dire è che la raccolta merita di essere letta, perché sono profondamente convinta del fatto che la particolarità di queste poesie sia quella di plasmarsi, assumere significati diversi di lettore in lettore, al quale alla fine spetterà il proprio, personale, ermetico, parere. Vi invito quindi a leggerla e a lasciarvi trasportare, sicura del fatto che la foresta di parole che è Licenza di uccidere vi conquisterà.