Eroi Normali

Fabrizio: la Giustizia con la G maiuscola

Rossella Daverio
Nov 7 · 6 min read
Fabrizio

Fabrizio è un magistrato napoletano, di quelli usciti dallo Studium Iuris laico più antico del mondo: l’Università Federico II, dove si sono formati i giuristi di genio e di talento della celebre scuola partenopea.

Chi ha studiato con lui negli anni universitari lo ricorda come tenace, preciso, attento a ogni dettaglio, accanito nel dibattimento e, soprattutto, dotato di un’onestà intellettuale e di un senso del dovere limpidi e senza ombre.

Pochi conoscono il suo volto perché la sobrietà naturale e il riserbo professionale lo spingono a restare dietro le quinte in un ambiente che troppo spesso, invece, ama le luci della ribalta.

Non si sa quindi che, dopo la laurea e l’ingresso in Magistratura, ha trascorso otto anni presso la Procura di Palermo per poi integrare quella di Napoli, la sua città, in cui si è occupato prima di criminalità economica e poi di criminalità organizzata in seno alla Divisione Distrettuale Antimafia, dove tuttora lavora. Tanto meno si sa che è lui ad aver fatto condannare uno dei più pericolosi capi dell’ala stragista dei clan dei casalesi per reato di voto di scambio politico-mafioso. E ancora, con i colleghi Piscitelli, Milita e Woodcock, ad aver condotto le indagini sulla compravendita di senatori in Campania, dove la Cassazione ha prescritto la condanna ma confermato l’accusa per Silvio Berlusconi. Ed è ancora lui a occuparsi delle tante inchieste che riguardano l’ex sottosegretario all’economia Nicola Cosentino, in particolare quella in cui la Cassazione ha confermato la condanna per corruzione di una guardia carceraria a Secondigliano e quella riguardante il Centro Commerciale di Casal di Principe, dove Cosentino è stato condannato in prima istanza per reimpiego di capitali illeciti con aggravante mafiosa. Ora questo processo è in appello e pochi giorni fa il sostituto procuratore generale di Napoli ha chiesto la conferma della condanna.

Oggi sta indagando sul traffico dei rifiuti, uno dei business più lucrosi della camorra e conducendo con due colleghi un’inchiesta — come ha scritto il quotidiano online «Juorno» — «di quelle senza spot, senza colpi di scena, senza accelerazioni brusche ma che va avanti con importanti acquisizioni di materiali utili per disegnare il nuovo quadro investigativo del traffico della monnezza, di possibili appalti manipolati e possibili maneggi di soldi».

In sostanza, Fabrizio è diventato uno dei magistrati di punta nella lotta anticamorra a Napoli. E in Italia.

La Procura di Napoli

Nell’ottobre 2016, mentre una sera parcheggiava sotto casa, la sua auto, il suo portafogli e il suo cellulare gli sono stati rubati da quattro ragazzi poco più che ventenni, di cui uno armato che gli ha puntato la pistola contro. Poche ore dopo costui si è rivelato essere il nipote del boss dei camorristi del quartiere Sanità. Chiara intimidazione a un magistrato che, allora come oggi, non è protetto da nessuno se non da un accompagnamento. Anche su questo inquietante episodio Fabrizio è stato schivo e fattuale. Ha semplicemente sottolineato che un giudice antimafia su due non ha la scorta e che, forse, lo Stato dovrebbe rifletterci. Poi ha continuato a fare il suo dovere come se nulla fosse.

Di recente si è candidato al CSM, dopo le dimissioni di alcuni suoi membri in seguito al brutto scandalo Palamara. È arrivato quarto su diciotto candidati, cioè secondo dei non eletti, con un risultato quindi più che onorevole. Ma ciò che preme sottolineare è quel che ha scritto nel testo di presentazione della sua candidatura, pubblicato sul sito di Area–Magistratura Democratica, l’ala progressista di cui da anni fa parte: «Comprensibilmente è stata espressa la richiesta di conoscere meglio il profilo dei candidati e le loro proposte. Devo dire però che condivido l’idea che il programma debba essere frutto di un’elaborazione collettiva […]. Per questo vorrei evidenziare non tanto i dati relativi alla mia persona quanto il contributo all’azione collettiva di Area fuori, ma soprattutto dentro gli uffici». In sintesi: riserbo, modestia e fiducia nel lavoro duro e nel gioco di squadra.

Dal suo silenzio Fabrizio esce di rado, mai per mettersi in valore e solo quando ne vale la pena. Ha rilasciato, per esempio, un’intervista a «La Repubblica» nell’aprile 2017, quando infuriavano le polemiche intorno al caso Consip in generale e al ruolo di Henry John Woodcock in particolare. Fabrizio si è erto come un paladino, qual è di natura, a difesa dell’intera Procura di Napoli e del suo collega, sospettato di aver favorito in qualche modo la fuga di notizie, il falso e il depistaggio che sarebbero stati messi in atto dalla polizia giudiziaria che lo affiancava, cioè il NOE. Per inciso aveva ragione a difenderlo, visto che il maggiore del NOE incriminato è stato, nel frattempo, completamente prosciolto.

E ha parlato, anzi scritto, di nuovo un paio di giorni fa, pubblicando un articolo sull’edizione napoletana ancora di «Repubblica». È per questo che la sua figura, brevemente tornata nelle pagine dell’attualità, ha suscitato proprio ora l’attenzione di chi scrive. E di altri.

L’articolo è dedicato alla discussa sentenza della Corte Costituzionale sul cosiddetto ergastolo ostativo o 41 bis. Come Fabrizio afferma nel preambolo, il suo testo aspira a essere «un’analisi pacata sugli effetti concreti della decisione e su alcune questioni di fondo come il contrasto alle organizzazioni mafiose e la funzione della pena detentiva». Dopo aver esaminato con precisione e senza pregiudizi ideologici la lettera della sentenza e le sue conseguenze, di cui constata come non siano «dirompenti», conclude riferendosi alla Costituzione: «l’ergastolo è conforme alla Costituzione solo se sono previsti istituti per la sua eventuale limitazione, come quello della liberazione condizionale per i detenuti realmente ravvedutisi». Poi tira le fila del suo pensiero scrivendo che «le concessioni di diritti a chi è stato sottoposto a lunghi e controllati periodi di recupero e ha mostrato rispetto per le vittime o a chi è ormai molto anziano o persino non più autosufficiente, non manifestano un cedimento o una sconfitta, bensì una vittoria dello Stato. Del moderno Stato di diritto».

La Corte Costituzionale

Il dubbio che l’Italia non sia per niente un «moderno Stato di diritto» è legittimo nel cittadino che legge le sue parole, così come la domanda di fondo sulle ragioni della contestata sentenza: è stata dettata da motivazioni giuridiche o politiche? Queste domande sospese nulla tolgono tuttavia all’immensa onestà dell’autore dell’articolo e alla sua competenza giuridica, le quali meritano un rispetto che va oltre le interpretazioni. La sentenza della Corte Costituzionale renderà probabilmente più difficile il suo lavoro, eppure egli la analizza senza stati d’animo partigiani, senza personalismi, senza eccessi di emotività. Con rigore e con un solo faro in mente a indicargli la rotta: la nostra legge suprema, cioè la Carta costituzionale.

Gli «eroi normali» sono sempre anticonformisti. L’anticonformismo di Fabrizio è tutto qui, racchiuso nel suo ultimo scritto che a ogni riga rivela il piacere dell’onestà in un mondo in cui pochi lo possiedono, la sobrietà dei comportamenti in un tempo in cui tutti cercano di apparire piuttosto che di essere. E il rispetto dei diritti di tutti, compresi quelli che non hanno mai rispettato i diritti degli altri.

Non gli piacerà che si parli così bene di lui, ma lo merita. Avremmo bisogno di più magistrati e di più persone come Fabrizio in ruoli di alta responsabilità per diventare, finalmente, un paese migliore.

    Rossella Daverio

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    Esperta di comunicazione e people development, ha lavorato a lungo all’estero oltre che in Italia come manager e docente universitaria.

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