LE INFILTRAZIONI
Mafie, istituzioni & imprese
«Onore’ non parlare a matula. Sacco è il braccio destro del primo ministro, non sbagliare a parlare».
«Dedico il brano ai fratelli presenti e non presenti, con l’augurio che possano tornare al più presto in mezzo a noi».

Parlare a matula in siciliano significa parlare a vanvera. Il «primo ministro» cui si allude è Matteo Messina Denaro. L’«onore’» è Pina Occhionegro, deputata della Repubblica, passata da Leu alla neonata Italia Viva renziana. L’autore del primo messaggio, un vocale, è il suo ex assistente parlamentare Antonello Nicosia, arrestato ieri per associazione mafiosa. Quanto alla seconda citazione, è da attribuirsi al cantante neomelodico napoletano Anthony Ilardo che l’ha pronunciata a Pozzuoli qualche giorno fa, in occasione dell’uscita dal carcere del fasullilo e di o’ nanetto, alias Giovanni Illiano e Silvio De Luca, eminenti membri dei clan camorristi che controllano la zona flegrea.
Per essere semplici e diretti entrambe le vicende, sia pure di diverso peso politico, fanno ugualmente schifo. Fanno schifo sotto due punti di vista complementari: quello tattico e quello strategico. La cronaca e la storia.
Stando alla pura cronaca, fa schifo l’idea che due camorristi occupino senza chiedere il permesso a nessuno la piazza di una città e centinaia di persone partecipino alla festa con canzoni, bande e fuochi d’artificio, in nome di quella «direzione ideologica» che la criminalità organizzata garantisce ai territori, sostituendosi a uno Stato assente, per stabilire una comoda (per lei) «omogeneità culturale», come scrisse il giudice Corrado Guglielmucci anni fa. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. La camorra festeggia con esplosioni di fuochi d’artificio anche la vendita di ogni partita di droga. E di rado le forze dell’ordine, ridotte allo stremo per numero e risorse, riescono a intervenire.

Ma fa soprattutto schifo ogni singola parola pronunciata da Antonello Nicosia, così come le azioni e i pensieri che sottendono. La parte più orrenda delle sue intercettazioni è quella in cui insulta la memoria di Falcone e Borsellino. Parlando con il collega Alessio Di Carlo di Radicali Italiani, partito cui era iscritto, dice per esempio: «All’aeroporto Falcone Borsellino dobbiamo cambiare nome… Perché dobbiamo mescolare sempre la stessa merda? Non è detto che sono vittime. Fu un incidente sul lavoro… Ma poi Falcone non era manco magistrato quando fu ammazzato, aveva un incarico politico». Dotta citazione di un suo illustre predecessore, per inciso, che prima di lui (nel 2012) propose di cambiare nome allo scalo palermitano «per una questione di marketing». Si tratta di quel Gianfranco Micciché, oggi presidente dell’Assemblea regionale siciliana, che per primo condivise con Marcello Dell’Utri e altri sodali il «Progetto Botticelli», nome in codice della futura Forza Italia.

Ci si domanda perché Alessio Di Carlo non abbia fatto scendere Nicosia dall’auto per lasciarlo sul ciglio della strada. E ci si domanda soprattutto perché Pina Occhionegro l’abbia assunto come assistente parlamentare. Oggi l’«onore’» si giustifica così: «La collaborazione con me, durata solo quattro mesi, era nata in virtù del suo curriculum, in cui si spacciava per docente universitario oltre che studioso dei diritti dei detenuti».
L’onorevole Occhionegro ci è o ci fa? Vuole farci credere di aver selezionato Nicosia per un ruolo di fiducia come quello di assistente sulla sola base di un curriculum non verificato? Se qualcuno si presenta (senza raccomandazioni) a un’azienda per un incarico di responsabilità o addirittura si propone per un ruolo di badante di una persona anziana o di baby sitter di un bambino, gli o le viene chiesto di presentare documenti che attestino le sue esperienze, si telefona ai suoi datori di lavoro precedenti per avere referenze, si verifica sul web se è vero quello che ha dichiarato. L’onorevole Occhionegro vuole lasciarci intendere che nessuno l’abbia mai fatto per Nicosia? Nessuno abbia mai visto che del suo presunto incarico presso l’Università della California non c’è traccia in rete? Nessuno abbia mai chiesto una sola referenza per un uomo che frequentava le aule parlamentari, aveva la carta intestata della Camera su cui scriveva i pizzini e visitava i detenuti del 41bis? E, curriculum a parte, il tenore dei messaggi vocali che il suo assistente le inviava con regolarità non le ha mai suscitato dubbi? Pensava fossero battutine? I casi sono due: o Pina Occhionegro mente o non sa fare il suo mestiere. Qualunque sia la risposta esatta, dovrebbe dimettersi. E il partito di cui oggi è parte dovrebbe chiederle di farlo. O vuole l’elenco completo di tutti i politici di altre nazioni che si sono dimessi per molto, ma molto meno e senza aspettare «che la giustizia facesse il suo corso» come ha detto lei e come dicono tutti? No, cara onorevole: una cosa è la giustizia e un’altra l’opportunità. E non è opportuno che una persona come lei sieda in Parlamento.
Anche questa diffusa tendenza dei politici a prenderci per imbecilli o per pecore ossequiose comincia sinceramente a fare un po’ schifo.

Per passare ora dal piano tattico a quello strategico, non possiamo non dirci — dopo tonnellate di negazionismo e attacchi feroci ai magistrati del processo Stato-mafia, lasciati da soli a battersi a Palermo — che la relazione tra potere politico, potere economico e potere mafioso resta solida e inquietante. Quello di Nicosia, che fa seguito alla vicenda sui supposti legami tra la famiglia Arata, Vito Nicastri e il sottosegretario leghista Armando Siri, è l’episodio più recente di un’infiltrazione che resiste al tempo e alle scimmiette: quelle che, per interesse o quieto vivere o falso amor di patria, non vedono, non sentono e non parlano.
La mafia di oggi è ancora più insidiosa, se possibile, di quella di ieri. Ha abbandonato il tritolo Semtex di Capaci e Via D’Amelio per nascondersi dietro i tailleur di Armani e le cravatte di Marinella «e così amministra, finanzia, ricicla, decide, giudica, scrive, lottizza e purtroppo talvolta governa». La citazione è tratta da un preveggente editoriale firmato da Alberto Cavallari nel 1982, subito dopo l’uccisione del generale Dalla Chiesa. E suona, ahimè, sorprendentemente attuale.
L’articolo di Cavallari è menzionato nel libro di Alessandro Da Rold Pecunia non olet (Milano, Chiarelettere, 2019), il primo e il solo che offre un affresco, insieme documentato e fluido, delle relazioni tra la mafia e le aziende di Stato, in particolare nel campo della difesa. Leggendo la vicenda di Antonello Nicosia tornano inevitabilmente alla memoria le sue pagine, soprattutto a chi si occupa in particolare di questo settore industriale.
Le analogie tra quanto sta succedendo e il testo di Da Rold sono molte. Innanzi tutto il linguaggio di Nicosia evoca, nel suo essere insieme colorito e disinvoltamente leggero, quello del protagonista negativo del libro, tale Vito Roberto Palazzolo da Terrasini, diventato il tesoriere dei corleonesi e l’uomo-chiave nel disegnare il passaggio dalla “mafia militare” di ieri alla “mafia pulita” di oggi. Entrambi sono istrionici, un filo mitomani e attenti all’arte della comunicazione: Nicosia ha condotto il programma televisivo Mezz’ora d’aria, Palazzolo ha rilasciato interviste ogni volta che ha potuto, creato una sua pagina Facebook e addirittura arruolato il drammaturgo e ghostwriter siciliano Angelo Sarullo, che aveva già collaborato con Forza Italia nella valutazione dell’aplomb dei suoi futuri candidati.
Ma quel che più conta è che tutti e due si siano infiltrati in luoghi strategici: l’uno in Parlamento, l’altro nelle aziende produttrici di armi, di cui ha contribuito a vendere i prodotti in Africa. Inoltre il negazionismo di chi li ha incontrati e ha collaborato con loro è il medesimo: nel caso di Palazzolo molti sapevano e facevano finta di nulla, nel caso di Nicosia nessuno si è accorto di chi fosse finché non è intervenuta la Procura di Palermo.

Quest’ultimo punto è il più grave e il più amaro: viviamo in un luogo del mondo in cui chi non vede o non capisce è premiato e chi denuncia è vittima di ostracismo.
La vicenda di Pecunia non olet ne è emblema. Oggi Vito Roberto Palazzolo è uscito dal carcere, in cui è fortunatamente finito nel 2013 dopo vent’anni di latitanza, ed è in affidamento in prova ai servizi sociali. Chi, all’epoca, lo ha denunciato prima all’azienda in cui lavorava e poi, in una seconda fase, alla magistratura è stato finora escluso da ogni incarico di rilievo.
Un uomo importante delle istituzioni, dopo l’uscita del libro che narrava la sua storia, gli ha telefonato e detto: «Da cittadino italiano sono lieto che ci siano persone come te. Da uomo del sistema, devo dirti che non lavorerai più in questo paese». Inquietante ossimoro: da un lato l’omaggio civico puramente teorico, dall’altro la minaccia di stampo mafioso.
Nel frattempo coloro che su Palazzolo tacquero o addirittura collaborarono con lui continuano a svolgere i loro compiti, hanno spesso fatto carriera, sono guardati da tutti come esempi di presunto successo. Allo stesso modo, chi ha nominato Nicosia e lavorato con lui, sia pur per soli quattro mesi, siede sempre in Parlamento e mantiene i suoi incarichi.
È questo il paese in cui vogliamo vivere? Un paese in cui «i diritti diventano favori, non contano più i meriti ma le “amicizie”, il ricatto è di casa, l’omertà si diffonde e la mafia, per sua logica interna, va a braccetto con la corruzione»? Il giudizio, così forte e severo, è di Carlo Maria Martini.
Per costruire un’Italia diversa, dove i camorristi non festeggino più nelle piazze e i mafiosi non entrino alla Camera o nelle aziende, ci vogliono coraggio, gusto della verità e soprattutto donne e uomini nuovi. Quando la strada è difficile — e questa metamorfosi lo è — occorrono ai vertici delle istituzioni, delle città, delle imprese persone “fresche”, competenti, innovative… e con un curriculum, se possibile, verificabile e corrispondente alla realtà.
Altrimenti, per citare quel che ha detto Nicosia dedicandoglielo, non potremo far altro che «mescolare la stessa merda».
