L’INDUSTRIA DELLA DIFESA E IL BENE COMUNE
«Bene comune vuol dire coltivare una visione lungimirante, vuol dire investire sul futuro, vuol dire preoccuparsi della comunità dei cittadini, vuol dire anteporre l’interesse a lungo termine di tutti al profitto immediato di pochi».
Salvatore Settis

Pochi giorni fa è apparsa una notizia intrigante su un ennesimo mistero italiano. Non ha avuto molta risonanza nei media, con la sola eccezione del giornale che l’ha scoperta e pubblicata, cioè «Il Fatto Quotidiano». Riguarda il tentativo di inserimento nell’ultimo decreto fiscale, precisamente all’art. 54 comma 2, di una novità importante: l’autorizzazione ad accedere ai fondi per la cooperazione allo sviluppo dell’Africa per le industrie produttrici di armi, cui finora era vietato adirvi.

Tali fondi, come è implicito nel loro stesso nome, hanno in genere lo scopo di sostenere i paesi emergenti attraverso iniziative, affidate a imprese italiane, atte a rafforzarne la crescita economica e sociale, cioè l’educazione, la salute, l’alimentazione, le infrastrutture essenziali, la solidità delle istituzioni democratiche. L’industria delle armi, stando alla lettera del citato art. 54 comma 2, avrebbe potuto partecipare per la prima volta ai bandi di gara per la loro attribuzione alla sola condizione (quanto mai teorica) che i suoi progetti fossero esclusivamente a uso civile e non militare. Il condizionale passato si impone perché, dopo una fugace apparizione nel testo del decreto, le due righe dell’inedito articolo 54 sono state cancellate su richiesta del ministro degli Esteri che, dice «Il Fatto», non era stato informato della loro improvvisa introduzione.
Nessuno ha ammesso di esserne l’autore: solita manina anonima, dunque, nella migliore tradizione di questo paese bello e impossibile. Tuttavia, scrive il quotidiano milanese, «la disposizione non è affatto senza padri ed è anzi stata preceduta da una lunga interlocuzione tra le aziende del settore (colossi come Leonardo o GE Aviation) con rappresentanti di questo e del precedente governo: la ratio, sosteneva la relazione tecnica al decreto, era “eliminare uno svantaggio competitivo per il sistema produttivo nazionale”».
Ci sono molti elementi nella notizia che inducono a riflettere. Innanzi tutto sono inquietanti le modalità con cui queste scelte sono compiute: qualcuno decide, insieme con la potente lobby delle aziende di difesa, che parte dei fondi di cooperazione allo sviluppo siano destinati ad attività che hanno poco a che vedere con il loro fine originario. E i cittadini, così come i loro rappresentanti, non lo sanno o ne sono messi al corrente per caso.
Secondo elemento interessante: pare che a spingere l’introduzione, poi bloccata, della nuova normativa sia stato il Tesoro su sollecitazioni pressanti della Difesa, che ha addirittura «minacciato di bloccare tutto se il comma non fosse passato». Il nuovo ministro del dicastero di via XX Settembre, cioè Lorenzo Guerini, come sempre non parla e non commenta. Da quando è stato nominato a oggi, la sua presenza è meno di un’ombra.
Ma al di là della varia umanità temporaneamente seduta nelle stanze dell’attuale esecutivo, quel che sembra essenziale è mettere la notizia in prospettiva: chiedersi cioè quanto l’Italia abbia dato all’industria della difesa e che cosa ne abbia ricevuto in cambio.

Come l’Italia sostiene l’industria della difesa
Sono tre i dicasteri coinvolti nel sostegno all’industria degli armamenti: Difesa nel ruolo di acquirente, Sviluppo Economico nel ruolo di finanziatore e Affari Esteri nel ruolo di promotore delle esportazioni.
- Cominciamo dalla Difesa: nel 2018 il suo budget totale ha raggiunto i 21 miliardi, con un incremento del 4% rispetto al 2017. Di questi, le spese per armamenti sono ammontate a 5,7 miliardi, segnando un aumento complessivo dell’88% nel triennio 2016–2018.
- Quanto al Ministero dello Sviluppo Economico, esso elargisce finanziamenti direttamente alle aziende del comparto, che divorano incredibilmente circa il 90% dei suoi fondi. Questo squilibrio risale ai tempi di Craxi, che fece approvare la legge 808/1985 destinata ad accrescere la competitività dell’industria aeronautica militare, poi estesa a tutto il settore nel suo insieme al fine di sostenere «la progettazione e lo sviluppo di nuove tecnologie».
- Infine il Ministero degli Affari Esteri, attraverso la sua divisione UAMA (Unità per le Autorizzazioni di Materiali di Armamento) concede le licenze all’esportazione ai sensi della legge 185/1990. Nel triennio 2015–2017, le autorizzazioni concesse hanno superato il valore di 32 miliardi. Nel 2018 si è registrato un calo fisiologico (valore annuale complessivo di 5 miliardi) dovuto agli enormi contratti autorizzati negli anni precedenti, primo fra tutti quello relativo alla fornitura di 28 caccia militari al Kuwait da parte di Finmeccanica nel 2016. Quel che importa rilevare è che il 70% delle esportazioni italiane si dirigono verso paesi che non sono parte né dell’Unione Europea né della NATO: le classifiche vedono infatti in testa il Qatar, il Pakistan, la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti. Insomma le armi italiane finisco in aree calde del pianeta e la lettera della legge 185 non è sempre rispettata, visto che le esportazioni dovrebbero essere consentite solo a nazioni che non siano in conflitto armato e rispettino i diritti umani. Sulla differenza tra teoria e pratica, Turchia docet…

Le conseguenze di questo insieme di vistosi incentivi strutturali alle imprese del comparto difesa sono ben delineate da Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo, in un suo articolo del 2017 dove afferma che «il procurement è distorto da logiche industrial-commerciali che poco hanno a che vedere con le reali esigenze strategico-operative dello strumento militare». In sostanza «lo Stato si pone al servizio dell’industria, prima assumendosi il rischio di impresa nella fase di finanziamento dei progetti», poi «garantendo tramite grosse commesse il finanziamento della fase di industrializzazione e produzione su vasta scala, e infine agendo come procuratore di commesse estere». (Cfr. http://www.vignarca.net/?p=1864).
Che cosa riceve in cambio
Se misurassimo il ROI (Return on Investment) di queste risorse pubbliche, come si fa nelle aziende serie, non potremmo non definirlo deludente.
Deludente innanzi tutto in termini di nuove tecnologie, quelle che la legge 808/1985 dovrebbe teoricamente promuovere. Poche sono le soluzioni italiane che emergono nel contesto competitivo internazionale e si posizionano come vincenti sui mercati per contenuti innovativi e capacità di anticiparne la domanda. Ciò è dovuto al fatto che le imprese beneficiarie dei finanziamenti pubblici non sempre li usano per quel che dovrebbero. E sovente i programmi pagati dallo Stato non vedono nemmeno la luce.
Prendiamo un solo esempio concreto, relativo a Piaggio Aerospace che, come noto, costruisce da anni un aereo executive, utilizzato anche dalle forze armate, di tipo turbo-prop: il P.180. Nel 2004 in seno all’azienda ligure è iniziato un acceso dibattito sull’opportunità o meno di introdurre in catalogo anche un modello con propulsione a getto (o jet). Ben prima che la strategia fosse chiara e definita, Piaggio ha fatto ricorso al generoso MISE e ottenuto, stando ai dati dello stesso Ministero:
- 2.242.086,71 nel 2005 per disegnarne la configurazione aerodinamica;
- 12.091.200 nel 2010 per studiarne la fusoliera;
- 11.477.600, sempre nel 2010, per progettare una piattaforma di virtual engineering al fine di definirne le caratteristiche;
- a queste cifre si aggiunge, nel 2009, lo stanziamento di altri 12.253.600 euro per lo studio di una, non meglio precisata, «ala transonica».

A oggi non risulta che Piaggio abbia mai prodotto un business jet né un’ala transonica. La riflessione che ne consegue è semplice: che fine hanno fatto gli oltre 38 milioni destinati a questi progetti? Quanti altri similmente abortiti ce ne sono tra quelli che hanno fruito dei denari del MISE? Questi soldi, che sono prestiti agevolati a tasso zero, sono mai stati restituiti?
La sola domanda cui sappiamo rispondere è la terza. E la risposta è: no. Non sono stati restituiti se non in minima parte. Nel novembre 2018 la Corte di Conti ha denunciato infatti la mancata restituzione dei prestiti se non nella misura del 17%. Contestualmente ha sollecitato un’azione di sorveglianza efficace da parte delle istituzioni, visto che «l’attività di monitoraggio è risultata, e risulta, lacunosa e trascurata, nonostante le relative inefficienze fossero state segnalate e stigmatizzate dalla Corte fin dal 2003».
Ma non basta: il ROI dei denari statali destinati alla difesa è deludente anche dal punto di vista finanziario, soprattutto nei casi in cui lo Stato è pure azionista delle imprese beneficiarie. Facciamo il caso della più importante, cioè Leonardo, ex Finmeccanica. L’azione dell’azienda-faro della difesa italiana valeva oltre 37 euro nel 2000, decresciuti a 11 nel 2009 per arrivare ai 10,50 circa di oggi. Nel frattempo le imprese concorrenti all’estero sperimentavano una ben diversa evoluzione: il gigante americano dell’aerospazio e difesa Boeing è passato dai 43 euro del 2000 ai 306 di oggi; il leader europeo Airbus da 28 a 123 e la francese Thales (forse la più simile a Leonardo per dimensioni e struttura) da 54 a 87. Ciò che più conta è che lo Stato azionista ha visto il valore del suo investimento diminuire di quasi l’80% negli ultimi vent’anni. E questa perdita si aggiunge ai finanziamenti erogati al gruppo.
Se poi passiamo, per chiudere, ai benefici sociali, che forse sono, di tutti, i più importanti, anche su questo fronte il ROI piange. In totale l’industria italiana della difesa impiega circa 50.000 lavoratori diretti, che salgono a 160.000 se si considera l’indotto. Il loro numero è tuttavia in calo costante. Prendiamo ancora una volta Leonardo, che costituisce la fetta più grossa della torta: nel 2009 i suoi addetti erano oltre 73.000, di cui 45.000 in Italia. Oggi sono 46.000 in totale di cui 29.000 in Italia. La metà. Le cessioni di alcune aziende hanno certamente inciso. Ma la diminuzione è dovuta anche ad altre ragioni sostanziali: gli scarsi contenuti innovativi, i danni nella reputazione causati dai numerosi episodi di corruzione che hanno toccato da vicino il gruppo e i suoi dirigenti, la poca lungimiranza e un rapporto incestuoso con lo Stato, insieme azionista, finanziatore e detentore di un eccessivo potere d’influenza nelle scelte delle persone e delle strategie. In Italia, così come altrove, la presenza eccessiva delle istituzioni nella vita di un’impresa ne danneggia irrimediabilmente la competitività.

Tre giorni fa il silenzioso Lorenzo Guerini è intervenuto davanti alle Commissioni Difesa di Camera e Senato per presentare le linee programmatiche del suo dicastero. Ha insistito sulla necessità di nuove risorse economiche per il settore, come hanno fatto tutti i suoi predecessori, ed elogiato il valore dell’industria della difesa, con le sue 120 imprese il cui fatturato complessivo è di circa 14 miliardi. Per tornare alla nostra pietra di paragone, va notato per inciso che Thales da sola fattura 15 miliardi, Airbus 64 e Boeing 91.
Ma a parte gli sgradevoli paragoni alla cui oggettività non siamo abituati in Italia, è legittimo chiedersi se le industrie delle armi, così come sono strutturate e dirette oggi, siano veramente meritevoli di nuove risorse e rappresentino un punto di forza per la società.
Al di là di ogni considerazione etica sul loro tipo di attività, che pure meriterebbe di essere fatta, fino a oggi hanno costituito una zona d’ombra, trincerata dietro il paravento del segreto di Stato per giustificare la propria scarsa trasparenza. L’attacco, che se non fosse tragico sarebbe comico, ai fondi per la cooperazione allo sviluppo è solo l’ultimo di una lunga serie di episodi. Hanno inoltre impiegato male il denaro di tutti, destinandolo spesso a programmi inesistenti o fallimentari. Hanno perso quote di mercato nel mondo. E infine non hanno tutelato il lavoro.
Forse prima di permettere a queste aziende di mettere di nuovo mano al nostro povero salvadanaio comune, bisognerebbe ripensarne il profilo delle attività, la strategia, la governance e il tipo di management che le guida, dando spazio a idee e persone nuove. E orientandole magari verso progettazioni e produzioni di segno diverso. In sintesi: finalizzate alla sicurezza di tutti invece che alle guerre di pochi.
Ogni paese che si rispetti definisce una politica industriale limpida e cerca di puntare sui settori che sono più competitivi nei loro prodotti e più responsabili nelle loro relazioni con la società di cui sono parte. Siamo certi che il segmento della difesa risponda a questi requisiti e contribuisca al nostro bene comune, oggi e in futuro?
