I vecchi, i giovani e la sapienza delle cose

Ieri camminavo a passo svelto per le strade di campagna, come tutte le sere da un po’ di giorni, visto che si è reso urgente recuperare un minimo di forma fisica in seno al programma benessere “ho smesso di fumare”. Superata la pigrizia iniziale mi piace camminare, perché mi consente di spiccare voli-pindarici-per-associazione-di-idee a partire da immagini, suoni, odori; è sempre stata la mia attività preferita. Giorni fa ero uscita subito dopo la pioggia ed avevo riflettuto sulla strage delle lumache, ma questa è un’altra storia.
Insomma, ieri mentre cammino mi trovo a costeggiare un campo di girasoli già tagliati, quel tipico campo di gambi secchi e neri che sembra un po’ un cimitero, come nelle fotografie di mario giacomelli. Su quel campo camminavano due uomini, uno sulla sessantina, in tuta blu con il bastone alla mano e un giovane ventenne o poco più, in abiti “civili”, che faticava un po’a stare al passo. Ho deciso subito che fossero padre e figlio e che quel figlio, ora che aveva finita la scuola superiore e dopo aver riflettuto per tutta l’estate, non fosse ancora sicuro di cosa fare della sua vita prossima ventura e per questo era giunto il momento in cui il padre gli facesse quel solito “discorso da padre a figlio”.
Ho visto il padre alzare la mano col bastone per indicare il lontananza qualcosa. Ho visto il giovane alzare il capo chino per guardare quel qualcosa e poi subito cercare lo sguardo del padre.
La mia immaginazione mi ha fatto dire al padre: “Questa è la nostra terra, fino a laggiù, dove vedi quella fila di gelsi”. Camminavano e sembravano parlare poco ma dirsi molto. Il giovane era molto più robusto del padre (sempre presunto, ovviamente) ma il modo di calpestare la terra dell’uomo, esile e non troppo alto, era molto più stabile e sicuro. L’uno aveva paura di non essere all’altezza di sogni sconosciuti, l’altro non poteva offrire che le cose che conosceva. E quello che conosce bene è la sua terra. La stessa terra che conoscevano il nonno e il nonno del nonno.
Ho pensato alla sapienza della terra, alla sapienza di tramandarsi le cose, a quel bel pensiero, credo degli indiani d’America che recita “ la nostra terra non ci appartiene, la teniamo in prestito dai nostri figli”. O qualcosa di simile. Ho tentato un parallelismo pindarico con la sapienza che rincorro io studiando, che è volatile, ma forse ha lo stesso senso se produce qualcosa su cui potrò camminare con passo sicuro, senza che nulla mi appartenga, ma che posso solo donare.

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