Incontri
- Ciao Marty, come stai?
- Bene bene, sono appena uscita dalla fisioterapista. La adoro, ha un approccio olistico e lavoriamo molto anche sulla mia ansia. E tu?
- Meglio, grazie. Sto andando da un agopuntore che oltre tutto mi ha messo a dieta. Dice che siamo quello che mangiamo.
- Ciao ragazze! Scusate non posso fermarmi, sono in ritardo dalla psicologa. Baci a tutte e due!
- Che peccato che non si è fermata è una vita che non li vedo, lei e il compagno.
- Ho incontrato lui sul treno per Bologna qualche tempo fa, io andavo dalla mia naturopata e lui da un terapeuta, aspetta non ricordo che tipo… ah, sì, mi sembra abbia parlato di psicogenetica.
[Fatti e terapie di questo dialogo sono rigorosamente casuali e immaginari tra ipotetici circa quarantenni]

La mia generazione si cura; io e i miei amici andiamo dagli psicologi, psicanalisti, psicoterapeuti, counsellor, omeopati, medici cinesi, naturopati, fisioterapisti, osteopati… Mentre si spera diminuiscano le persone che si rivolgono a neurologi e psichiatri, aumentano le offerte di cura alternativa per anima e corpo; in crescita le sedute individuali, persistenti le terapie di gruppo. Mi domando… Perché? Perché finalmente non riusciamo più a fare finta di niente rispetto ai mali che avevano anche i nostri genitori e i nostri nonni o perché invece i mali sono aumentati dalla modernità alla contemporaneità?
Da un lato sicuramente si fa largo la consapevolezza che non riusciamo più ad ascoltare il nostro corpo perché la fretta, la ricerca dell’efficienza e gli input indigeribili che ci tempestano da tutti i media ci alienano dal nostro essere naturali, in proiezione di un futuro sempre più artificiale e postumano. Sfiduciati verso noi stessi e chi ci sta vicino, in nuclei familiari “liquidi” che non ci ispirano la protezione di cui avremmo bisogno, siamo anime fragili. Quindi andiamo a farci curare da chicchessia.
Però c’è un fattore che dipende esclusivamente dal linguaggio, ne sono sicura. Il padre di una mia amica dice che siamo una generazione senza nerbo, senza sangue. Che siamo sempre malati. Grazie papino, ma se così oggi è è anche perché oggi si parli molto più di malattia di quanto se ne parlasse ai tuoi tempi. (Non diciamo di chi è la colpa perché tanto si sa). Noi malati di oggi eravamo quei bambini i cui genitori si sono preoccupati del fatto che potessero ammalarsi molto più di quanto i nonni si preoccupassero per loro.
Aprire il varco a una parola è come far cadere un tabù. E la caduta di un tabù è come il vaso di Pandora: parlare di malattie le malattie le fa venire.