Le Cronache di Gilgamesh
- Capitolo II -
Le origini del mito


Le possibilità che potesse sopravvivere erano poche, anzi quasi nulle. Non si poteva fare molto, il suo cuore non era stato colpito per un soffio, ma i suoi polmoni erano squarciati, dilaniati in maniera orribile.
Guardò il cielo ed era nuvoloso, grigio, poi abbassò lo sguardo sul campo di battaglia e lo vide, si batteva come una furia.
I suoi compagni stavano provando a fermarlo ma era tutto inutile, la città ormai era in fiamme, le donne, i vecchi e i bambini trucidati, la guardia sbaragliata e presto sarebbe stato così anche per l’esercito. Eppure dopo tutto ciò che aveva fatto quel mostro era bellissimo ai suoi occhi moribondi, il suo non era un combattimento, ma una bellissima danza, precisa e letale come il morso di un serpente.
Prima un fendente, poi una parata e una testa stava già volando, sembrava proprio quella del suo amico, ma ora non c’era più nessuno ad ostacolarlo e toccava a lui.
Lo vide dirigersi verso di lui, gli puntò la spada in mezzo agli occhi, vide l’affondo e poi buio.
Era rimasta solo una donna ormai, ma non aveva più le gambe.
Gilgamesh sfilò la lama dalla testa del soldato morto ai suoi piedi, con un fendente secco e preciso verso il terreno pulì la spada del sangue che la ricopriva schizzandolo sui cadaveri che lo circondavano.
Si voltò lentamente, si incamminò verso la donna che cercava di allontanarsi da lui strisciando a terra e quando la raggiunse conficcò la spada al suolo e la afferrò per i capelli, tirandola su bruscamente.
Emise un grido di dolore e cercò di far leva con le mani sul suo braccio per tirarsi su, senza successo, poi iniziò a piangere e disse singhiozzando — G-Gil, Gil ti prego s-smettila, s-sono tua m-madre, ti prego ti prego ti pre… -
Ci fu un sordo rumore di tendini che si spezzavano e di ossa che venivano frantumate, un grido soffocato e Gilgamesh aveva strappato via la testa di sua madre a mani nude, lasciando al posto delle sue suppliche una muta pozza di sangue.
Si voltò lentamente, poggiò il piede destro su uno dei cadaveri che lo circondavano ed alzò la testa della donna al cielo, come stendardo della sua vittoria.
Era un uomo alto, robusto e muscoloso, con lunghissimi capelli scuri che scendevano lungo la sua schiena. Indossava una divisa da generale logora e macchiata del sangue delle sue vittime, ma sebbene fosse circondato dai corpi dilaniati dal suo scempio era impassibile e fiero.
- Potenti dei, come da voi richiesto, la città-stato di Atlantide è distrutta, i suoi abitanti morti ed il suo sapere brucia fra le fiamme.
Mi prometteste che se lo avessi fatto, avreste riportato da me la donna che amo, colei che mi avete sottratto. Il mio dovere è compiuto, ora sta a voi onorare il vostro patto.”
Si aspettava una qualche risposta, un segno, ma nulla giunse al suo occhio.
Abbassò il braccio e gettò via la testa di sua madre, come fosse un lurido straccio.
Fece appena due passi, si fermò ed una lacrima rigò la sua guancia, si voltò di scatto e ruggì contro il cielo con la voce di chi è pronto a distruggere il mondo intero pur di avere ciò che vuole, colei che ama.
In quell’istante il cielo si aprì e da esso scaturì un gigantesco arpione, alto chilometri, che trafisse Gilgamesh inchiodandolo al suolo e soffocando le sue grida con il boato dello schianto, poi si sollevò lentamente tornando da dove era venuto e portando con se le spoglie dell’uomo.
“S-sono vivo?” pensò Gilgamesh “Chi sono? Mmmhh… la mia testa… è vuota… Dove sono? N-non c’è nulla qui…. Devo essere in qualche sorta di limbo… che stia dormendo? No, questo non è un sogno, tantomeno un incubo…” Provò ad alzarsi in piedi ma era come se il suo corpo non esistesse più o come se fosse atrofizzato, bloccato “deve essere la mia coscienza… Io sono Gi… Gil… no…”
Si guardò attorno ma era tutto buio, vedeva solamente nero attorno a lui, come se fosse bendato, come se solo la sua coscienza fosse in quel luogo astratto, ai confini della realtà e della percezione.
D’un tratto davanti a lui un lampo di verde baleno, che si ricompose in una fumosa immagine, un ricordo sbiadito, memorie passate, cose troppo dolorose da tenere stipate fra gli scaffali della propria mente. Vide un uomo bello, alto e forte, ma senza alcun volto “Sono io?” pensò dunque, ma non seppe dare una risposta alla sua domanda finché non vide corrergli incontro una donna, bellissima, alta e con la carnagione ambrata, proprio come quella dell’uomo di fronte a lei. I suoi occhi erano brillanti, del colore del ghiaccio e i suoi capelli corti, tinti di nero corvino. L’uomo protese le mani verso il viso di lei e si abbassò lentamente fino a baciarla “L-lylian”. Ebbe un flash, capì che quello era lui prima che… “prima di cosa?” si chiese.
La scena cambiò e stavolta insieme ai lampi che componevano i suoi ricordi riecheggiavano in quel limbo anche urla lontane, grida di terrore vecchie e nuove, suppliche di ogni genere, poi l’immagine di Ares che sventrava dinanzi a lui la sua donna “ma io ero impotente…. Figlio di troia…”, gridò nei suoi pensieri mentre vedeva la morte di Lylian ripetersi ancora ed ancora davanti ai suoi occhi… “non sarebbe dovuta finire così…” ripensò rassegnato.
Poi la strage di Atlantide e i delitti commessi in nome del suo amore, anzi i delitti commessi in nome degli dei che prima lo avevano privato della sua donna e che poi gli avevano giurato di ridargliela una volta fatto il loro volere, “ma non fu così… Lylian… perdonami… I-io non…”
Sentì come una lacrima scendere dalla sua guancia, la sua tristezza aveva raggiunto anche il suo corpo che chissà dove era finito, chissà in quale galassia o oceano era sprofondato il suo corpo mortale, lo stesso corpo che aveva commesso le atrocità più inaudite in nome di una guerra che non era la sua e non lo sarebbe mai stata.
Lentamente i boati cessarono e quelle immagini lasciarono il posto ad un pallido bagliore che si faceva sempre più vivo e presente, fino a diventare una luce accecante, ma anche nel calore di mille soli il grido della sua amata trucidata riecheggiava con la forza di un uragano nella sua mente e lo torturava per la sua promessa infranta, poi d’un tratto silenzio ed una voce che lo chiamava — Gilgamesh! – Aprì gli occhi di scatto, con la luce che bruciava come se avesse appena infilato la faccia in un braciere, poi senza pensarci troppo tese un braccio verso la voce che lo aveva chiamato e lo afferrò tirandolo a se.
Appena i suoi occhi si abituarono alla luce vide davanti a se un uomo alto e robusto, vestito con una toga di seta e ricamata d’oro.
- Calma, Gilgamesh, non c’è pericolo ora, sei con noi finalmente. –
- “Noi?” Noi chi? — ringhiò lui infastidito senza mollare la presa — Io dovrei essere morto, perché non lo sono? –
- Non sei morto perché io ti ho portato qui, sono Apollo, dio del so… -
Non fece in tempo a finire la frase che si ritrovò ribaltato a terra. Gilgamesh si alzò dall’altare su cui stava disteso e gli fu subito addosso. Gli diede un calcio alle costole e gli prese la testa chiudendola in una morsa con le braccia.
- Apollo? Il dio… quindi sono fra coloro che hanno distrutto la mia vita, giusto? –
- Noi non si… — Gilgamesh schiantò la testa del dio contro il pavimento prima che potesse dire altro — Non ti ho chiesto chi non siete, voglio solo sapere se ho indovinato. — replicò lui freddo.
Apollo fece cenno di no con la testa — Non lascerò la presa, ma ti lascerò parlare, così potrai spiegare cosa sta succedendo… -
- Ares, è stato lui a farti ciò di cui ci incrimini, risponde agli ordini di Zeus, Ade e Poseidone i nostri padri ed è lo stesso che ti ha ucciso dopo la strage di Atlantide. Noi ti abbiamo solo sottratto alla morte e salvato, noi non siamo d’accordo con loro, Gilgamesh. –
- Cosa vuol dire che non siete d’accordo? — Chiese Gilgamesh mentre il tono della sua voce si calmava — Spiegati meglio… -
- L’olimpo è diviso in due fazioni al momento, da una parte gli dei che hanno deciso di farti radere al suolo la tua città, dall’altra noi, coloro che si sono opposti allo sterminio. –
- Capisco, dunque tu e i tuoi amici non siete coinvolti nella mia vicenda… ma siete dei e siete egualmente colpevoli. — L’uomo fece per spezzare il collo di Apollo, ma per quanta forza esercitasse non si muoveva di un millimetro, era come una statua di granito. Apollo finalmente si mosse, prese per la gola il suo aguzzino e lo sollevò ad un palmo da terra.
- Non sfidarmi Gilgamesh! Sarò anche dalla tua parte ma ciò non vuol dire che non ti distruggerò se non mi obbedirai. — Rispose furente con la faccia trasfigurata dall’ira.
Lo ripose e terra e lo squadrò per bene, ma il cencio logoro che gli copriva le cosce era tutto ciò che aveva in quel momento dato che la sua armatura era distrutta. Gil d’altronde era impassibile, seppur di fronte alla minaccia di un dio: non temeva la morte, non più, non aveva più nulla da perdere ormai.
Sua madre, il suo popolo, la sua città… le aveva rase al suolo per il suo amore che gli era stato strappato dalle braccia.
- Voglio vendetta — disse lui tirando un lembo della toga del dio. — Voglio vendicarmi di Ares, di Zeus e di tutti gli altri dei, voglio vedervi capitolare tutti quanti, proprio come voi avete visto crollare la mia gente. –
Il suo sguardo era fermo, colmo d’ira come un dio non aveva mai visto negli occhi di un uomo ed una brama di sangue che trascendeva qualsiasi potere, sia terreno che divino.
Apollo sentì il sangue gelare nelle vene incrociando quello sguardo, sentì che la sua vita stava per concludersi, sentì il sordo richiamo della madre Morte, un richiamo estraneo a lui finora.
Deglutì, visibilmente preoccupato e spaventato, poi aggiunse — N-non temere, l’a-avrai. –
Si incamminarono lungo un colonnato immenso, ma il silenzio che li separava durante il tragitto lo rese quasi infinito. Su ogni colonna erano incisi bassorilievi che osannavano le gesta di un dio, uno sciame infinito di inutili, vecchi e putridi dei che infestano il mondo con la loro superbia e bramosia.
“Per quanto possano essere potenti, questi esseri non sono altro che una brutta copia degli uomini. Sono destinati a soffrire quassù per l’eternità e ci invidiano, non tanto perché siamo mortali e destinati a veder cessare le nostre sofferenze, ma perché viviamo vite così brevi e così intense che susciterebbero l’invidia di ogni altro essere.
Noi umani siamo passionali, superbi, traditori, violenti, eretici e lussuriosi, ma bruciamo così in fretta che la luce del nostro desiderio è grande come l’universo mentre quella di un dio non è altro che un fiammifero che non si spegnerà mai… patetici…”
Con questo pensiero in testa Gilgamesh seguì Apollo fino ad una stanza piccola e buia, al cui centro si stagliava una piccola conca con una lama verticale ad un’estremità.
Al suo interno c’era un liquido rosso, simile al sangue, ma brillante e denso.
- Devi infilzare la tua mano sulla lama ed unire il tuo sangue con l’ambrosia nella vasca. Solo così potrai vedere ciò che io vedo, L’Olimpo. –
Senza farselo ripetere poggiò la mano sinistra sulla punta e spinse a fondo la sua mano su di essa, facendo colare lentamente il suo sangue.
Una volta che il prezioso liquido si mischiò con l’ambrosia le pareti della stanza cominciarono a svanire, lasciando spazio ad un panorama spettacolare.
Campi di nuvole di ogni forma si univano fra loro creando palazzi e templi a perdita d’occhio, il cielo non era azzurro li, ma bianco come il latte ed infinito come il vuoto.
Non c’erano uccelli ne animali e tutto sembrava fermo, statico, come se non dovesse mai mutare dal suo stato attuale “proprio come queste vecchie mummie…” pensò lui.
Continuarono a camminare, inerpicandosi fra i vari templi, poi si fermarono davanti ad uno di essi, enorme, maestoso e terrificante allo stesso tempo. Sul timpano erano incise scene di orribili guerre, torture infinite ed atti di lussuria irrefrenabile, tutti perpetrati dallo stesso individuo. Lungo le colonne erano conficcate spade e arazzi rossi come il sangue, logori e strappati ovunque, testimoni di atrocità di ogni sorta e crimini inimmaginabili.
Apollo lo indicò e disse — Tu vuoi vendetta, dunque io te la offro. Lì dentro troverai Ares, il tuo nemico, colui che ti ha tolto ogni cosa e da lui potrai esigere la tua ricompensa. –
Senza dire una parola Gilgamesh entrò nel tempio, il suo passo lento e pesante scandiva i secondi, il suo respiro ritmava i suoi movimenti e la sua ira inondava il mondo.
Probabilmente Apollo fu l’unico testimone di ciò che accadde in seguito, ma durò decisamente poco. La Morte picchiettava con le dita sulla sua spalla e lui non se ne accorgeva ancora, ma il suo volto fu stravolto dal terrore quando vide il cielo impassibile dell’Olimpo squarciarsi sotto i suoi occhi e mostrare una massa di sangue ribollente al suo interno, come se l’ira di un semplice uomo potesse distruggere ciò che gli dei avevano dichiarato eterno. A quella visione il dio del Sole non resse il colpo e la sua mente si accartocciò su se stessa lasciandolo inerme, come un infante in preda al terrore a masticarsi le dita in un angolo del tempio.
- Ti stavo aspettando, schiavo. — tuonò una voce potente in fondo al tempio. Un’ombra nera come la pece si eresse dal suo trono, enorme, imponente e muscolosa come un toro.
Avanzò a grandi passi verso il mortale che aveva di fronte e quando fu alla giusta distanza sguainò la sua spada, una lama grande e resistente, capace di fendere le montagne con il suo filo. L’elsa era rossa come il fuoco, intarsiata d’oro e gioielli, mentre il suo fodero brillava ancora del sangue incrostato delle sue innumerevoli vittime.
- Tu uomo, come osi comparire al cospetto del Dio della guerra, Il tuo DIO? –
Ares scagliò la spada a terra con tanta forza da far esplodere il terreno in direzione di Gilgamesh, che riuscì ad evitarlo scartando di lato. Gil scattò verso il dio mentre estraeva la lama dal terreno e scartò nuovamente per evitare il suo nuovo colpo, assestandone uno ai suoi genitali, ma parve non sortire alcun effetto se non quello di sbilanciarlo.
- Questo è il modo di battersi dei codardi… — Disse lui cadendo, intanto l’altro si spostò dietro di lui per assestare il secondo colpo alla schiena, ma Ares fu più veloce e recuperò l’equilibrio puntando la spada a terra davanti a se, lanciando una tremenda spallata al suo nemico.
Gil accusò il colpo, ma non fu danneggiato quanto si aspettava, tanto che il dolore svanì in fretta.
“Strano…” pensò lui riprendendosi mentre sfilava una delle spade dalle colonne per rimettersi in guardia.
Probabilmente neanche lui sapeva perché lo stava facendo, ma il dio della guerra lasciò la sua arma a terra tuffandosi sul mortale a mani nude, tentando una presa che si rivelò un fallimento.
L’uomo approfittò di quella distrazione per conficcare la lama nell’occhio destro di Ares che urlò dal dolore vedendo le sue mani coperte di schizzi del suo stesso sangue. — N-non è possibile, questi non s-sono i movimenti di un umano, t-t-tu cosa s-sei? Sta lontano da me! VA VIA! –
Urlò terrorizzato, mentre Gilgamesh incedeva verso di lui lentamente, come la morte inesorabile che attende gli schiavi degli dei.
Arrivò di fronte a lui, mentre tremava e si pisciava addosso per il terrore e sfilò di colpo la spada dalla testa del nemico conficcandosela nel petto, ma non sentì nulla.
Gil sgranò gli occhi in preda al terrore di ciò che gli era accaduto, ma com’era possibile? Perché teneva testa al dio della guerra, perché era più forte di lui e perché non era morto?
Portò una mano sul suo volto e la lasciò cadere in preda alla gravità, lo sguardo vuoto, il suo volto inespressivo, come se la vita lo avesse lasciato. Ma lui era lì e respirava e in un batter d’occhio il vuoto nei suoi occhi si riempì di una nuova collera mista al disgusto di se stesso e di ciò a cui Apollo lo aveva condannato: lo aveva reso immortale.
Nella sua furia Gilgamesh prese a strappare la carne di Ares a mani nude, mangiando ciò che strappava mentre quell’insulso dio implorava pietà e gridava per il dolore.
Mentre Gil lo spolpava gridò furioso il nome di Apollo, finché il suo pasto non smise di urlare e di esso non rimase più nulla.
In quell’istante il suo corpo era sporco del sangue del dio, che colava sui suoi muscoli gonfi d’ira, i suoi capelli neri come la pece sbiancarono lentamente, tramutandosi in una cascata di capelli lucenti come l’argento, bianchi come la neve.
Lo squarcio nel cielo diventava sempre più grande man mano che si avvicinava alla sua nuova preda, ad ogni passo una nuova crepa sanguinava più della precedente ed il piccolo dio nell’angolo, intento a divorare le sue stesse mani iniziava a piangere conscio del tremendo crimine commesso verso i suoi padri e i suoi fratelli. Voleva solo dare una lezione ad Ares, ma la cosa gli era evidentemente sfuggita di mano al punto che avrebbe causato la sua stessa disfatta.
- Credevo che fosse Ares il porco codardo sai, ma a quanto pare avevo sbagliato fratello. Lui ha almeno avuto la decenza di combattermi prima di farsi divorare, ma tu… lurido cane bastardo, tu che mi hai tolto anche la possibilità di morire, tu che sei la causa della disfatta della tua specie come io lo sono della mia… Beh… spero che tu abbia un buon sapore almeno… -
Le sue urla ed il suo pianto raggiunsero lo spazio profondo, le dimensioni parallele, gli universi nascosti e le profondità più recondite dell’animo di ogni uomo e furono il giusto monito per ogni altro sporco e schifoso essere che si fregiava del nome di Dio.
Fine Capitolo II
“Il giorno in cui i cieli sanguineranno gli dei protervi vedranno la loro fine per mano del mietitore che fu Uomo e Dio, luce ed ombra, nulla ed ogni cosa.
Che l’ira di Gilgamesh, nostro condottiero, ci conduca nell’era in cui gli uomini non saranno schiavi dei divini e torneranno padroni della propria libertà finché giunga il giudizio finale.”