Madama Butterfly alla Scala

Un bel dì vedremo la versione originale dell’opera di Puccini: quel giorno è oggi, con Riccardo Chailly alla Prima scaligera

Non ricordo chi fosse a raccontarlo, se un’anziana cantante d’opera o una musicista che ormai da decenni non saliva sul palco della Scala. Ciò che è rimasto impresso nella mia mente, figlia del facilmente impressionabile, è l’immagine del suo racconto: Maria Callas che si immedesima in una delle più celebri arie di tutti i tempi, la descrizione di quel fumo che appare all’orizzonte, mentre la voce del soprano rapisce chiunque ascolti.
L’aria in questione è Un bel dì vedremo della Madama Butterfly di Puccini, un brano in grado di tratteggiare, in un modo allo stesso tempo delicato e intenso, la scena chiave di tre atti interi. È a tutti gli effetti uno di quei momenti in cui capire come il connubio tra una manciata di note e la forza poetica di alcune parole semplici possano catapultare chiunque, anche il più distratto, in un universo al di sopra di ogni sensazione.

È l’estate del 1900 quando Giacomo Puccini prende posto al Duke Of York’s Theatre di Londra: sta per assistere a un dramma in prosa in atto unico, la Madame Butterfly di David Belasco. Questi è un autore statunitense che ha tratto il suo soggetto da un racconto di John Luther Long, pubblicato un paio di anni prima. 
Dire che il compositore italiano resti impressionato sarebbe un eufemismo: non capisce pressoché nulla del libretto in inglese, eppure la drammaticità del racconto è talmente forte da non abbandonarlo. L’azione drammatica e la componente sentimentale lo trascinano, il fascino di un oriente lontano lo conquista, ma soprattutto intusice che nella storia è racchiuso un nucleo universale, un vero e proprio archetipo nonché seme per un’opera immortale.

A livello musicale, la contaminazione arriva da lontano e subito Puccini la intercetta, utilizzando in modo funzionale i temi mutuati dalla musica giapponese. Quella che, di lì a poco, sarà la Madama Butterfly viene infatti definita come la prima opera esotica di Puccini. Del resto, nelle sue partiture, egli è un esempio unico di come storia, tradizioni e cultura locali siano portate in scena in primo piano e legate in modo indissolubile all’intreccio drammatico. Con la Madama Butterfly, i colorismi nippotici esaltano primo fra tutti il contrasto tra culture dissimili che si icontrano e fondono nell’azione.
Inoltre, Puccini non si ferma e conia un nuovo linguaggio, prendendo spunto dalla lezione wagneriana e associando motivi drammatici ad aree simboliche, introducendo lo spettatore ai momenti focali della vicenda.

Quando la Madama Butterfly esordisce alla Scala, è il 17 febbraio del 1904 e Milano è testimone di un colossale fallimento: si parla già allora di un compolotto antipucciniano, c’è chi pensa addirittura ordito da Sonzogno, editore rivale di Ricordi. Lo stesso compositore denuncia un vero e proprio linciaggio ai danni della sua opera. Eppure, la pioggia di fischi di quella sera ha portato fortuna a un’opera che, ad oggi, è considerata un capolavoro immortale.

Oggi, Riccardo Chailly dirige l’orchestra riscoprendo la versione di debutto dell’opera: nel corso degli anni e delle messe in scena, Puccini riprende infatti spartiti e libretti più volte, condizionato sia dal personale perfezionismo sia dai condizionamenti degli editori stessi. Il sipario si alza insomma su di un’opera scevra da condizionamenti storici e sociali, recuperando il fascino originario. Quindi non resta che prendere posto, forse non in sala, magari davanti allo schermo di un cinema o alla tv.

Per chi, come la sottoscritta, non ha modo di passare alla Prima della Scala, il Comune di Milano ha portato Madama Butterfly in città.

Grazie al Teatro alla Scala per il materiale e Claudio Toscani per i suoi approfondimenti (e le lezioni all’Università).