L’istantanea del terrore

La fotografia dell’anno è Un assassinio in Turchia, l’ha stabilito la giuria del World Press Photo, l’agenzia che dal 1955 promuove il lavoro di chi comunica le notizie attraverso l’uso delle immagini.

È l’istantanea di quattro stagioni insaguinate dalle morti innocenti, oscurate dal dolore ed eclissate dalla paura, l’icona di un 2016 devastato dalla dilagante follia estremista e dalla conseguente ipocondria delle masse verso lo straniero.

Sul volto di Mevlüt Mert Altıntaş, l’attentatore di Ankara, si percepisce la tensione di chi non è più padrone di se stesso: lo sguardo deciso, la bocca spalancata, il braccio destro disteso verso l’alto con l’indice diretto al cielo. Il movimento frenetico dell’arto trascina la sua giacca, che sembra fluttuare nell’aria. La pistola, ancora fumante, impugnata nella mano sinistra.

A terra, l’ambasciatore russo Andrei Karlov, disteso esanime, attende lentamente la cessazione ultima del dolore. La sua cravatta grigia ancora svolazza a mezz’aria. La scena è avvolta nel candore di un museo, le pareti bianche, con affisse fotografie di nostrani esempi di Arcadia, impattano frontalmente con l’atrocità della scena.

Dietro tutto questo scenario degno di una pellicola di Tarantino, la mano fredda e cinica di Burhan Obzilici, fotografo dell’agenzia di stampa americana Associated Press. È entrato lì — come altri suoi colleghi — per documentare l’inaugurazione di una mostra e ne è uscito come illustratore dei libri di storia per, almeno, le prossime due generazioni.

Come la bandiera rossa issata sul Reichstag o le Twin Towers in fiamme, la fotografia dell’attentato di Ankara si farà carico del peso di raccontare una decade intera di folli gesti mirati a colpire nel segno l’opinione pubblica del mondo occidentale. L’istantanea di Obzilici è il ritratto dell’odio e del terrore che insaguinano le nostre cronache, l’emblema di una tendenza imprevedibile al conflitto asimmetrico tra la civiltà e l’anti-civiltà, tra il mondo libero e le realtà isolazioniste filoislamiche. La fotografia premiata distrugge lo stereotipo del terrorista “a prima vista”, mostrandoci l’attentatore per quello che è: un giovane ex-poliziotto, vestito con giacca e cravatta, che sopravanza colpendo alle spalle il proprio obiettivo.

È una metafora dell’idea che sta alla base del principio psicologico del terrorismo, dove l’elemento invisibile ed irriconoscibile improvvisamente abbandona l’ombra per diventare sceneggiatore di una tragedia. Nei luoghi più insospettabili, nei momenti più imprevedibili, la morte bussa allo stesso modo sulla spalla dell’uomo qualunque come su quella di un politico o del rappresentante di un’istituzione.

La logica del terrore colpisce senza distinzione, ogni volta in luoghi e modi differenti, e la fotografia “Un assassinio in Turchia” non può far altro che ricordarcelo.