Lo stato di ebbrezza

Alessandro Sandini
Aug 26, 2017 · 12 min read

Lo Stato di Ebbrezza

di Alessandro Sandini

Erano le tre di notte e Livia faticava a prendere sonno. Dalla finestra del suo albergo, Barcellona non sembrava Barcellona ma una città industriale qualsiasi. Aveva appena litigato con Marko, che se ne era andato sbattendo la porta di camera, lasciandola sola in albergo.
Cincischiò con il cellulare, meditò se telefonare o no a suo padre. L’Avvocato Toscanelli — così lo chiamava per via della sua professione: e per via di quella passione un po’ infantile per i sigarilli -, sarebbe stato sicuramente sveglio. L’avrebbe rimproverata d’aver scelto l’uomo sbagliato, lei avrebbe accettato la ramanzina, e poi, mortificata, gli avrebbe chiesto uno dei suoi consigli di vita.

L’Avvocato aveva un giudizio preciso su Marko, il fidanzato di nove mesi della figlia, l’unico olandese al mondo basso e castano: non gli piaceva. Ma cosa ne sapeva lui, in fondo, di relazioni? Sua moglie gli parlava solo per accordarsi su cosa preparare per pranzo e per cena, e Toscanelli, per ridurre le possibilità di dialogo con la donna, le scriveva i piatti in bella su di un vecchio calendario, che poi scannerizzava di volta e volta e le inviava via Whatsapp a mo’ promemoria.

Era passato un po’ di tempo dall’ultima volta che Livia aveva chiesto aiuto a suo padre: due lunghi anni. L’ultimo consiglio di vita l’Avvocato glielo aveva regalato quando l’aveva prelevata di peso dal backstage del Palasport di Casalecchio di Reno, la sera del suo crollo nervoso. The Orme, il duo rock’n roll di cui faceva parte, era di spalla alla John Spencer Blues Explosion quando Livia si paralizzò, proprio un paio d’ore prima di salire sul palco. Kelly, la sua batterista canadese, aveva telefonato al padre pregandolo di venire e l’Avvocato s’era fatto Padova-Bologna in 55 minuti.

Quando Livia lo vide comparire nel backstage, un omone di 102 chili che si muoveva alternando l’anca destra con la sinistra, come se avesse ingoiato un hula hoop, rinsavì. Dietro di loro, il pubblico intonava “Fuori, fuori, fuori. Le tette, le tette, le tette”.

“Sai cosa farei io? Andrei via e la farei finita con questa storia della musica”, le disse Toscanelli guardandola negli occhi. Pronunciata da suo padre, quella parola, musica, riacquistò per lei un significato rivoluzionario. S’era già sistemata il vestito, decisa ad affrontare il pubblico, quando l’uomo se la caricò sulle spalle, minigonna e tacchi alti, in strada verso la macchina; non fece nulla per fermarlo; quando arrivarono a Tombolo, dormiva già.

Livia prese e poi ripose il cellulare, disgustata da quel ricordo.

Aveva abbandonato il suo sogno di diventare una musicista, ma per cosa poi? Sì, s’era laureata in Giurisprudenza e aveva trovato un bel lavoro. Ma il fatto che fosse nel mondo della musica, come scout di gruppi emergenti e avvocato esperto di dispute contrattuali, le sembrava una beffa.

Erano le quattro di notte quando provò a chiamare Marko. Il suo telefono suonava occupato. Forse parlava con Lei? Livia era sicura non avesse chiuso i conti con l’ex Stefanja, la nuotatrice: e gli strani messaggi che riceveva di notte ne erano la conferma. Ne memorizzava spizzichi e bocconi lanciando rapide occhiate allo schermo del Samsung di lui, che poi riscriveva, di tutta fretta, su Google Translator.

Avevano litigato per quel motivo anche quella sera. Livia l’aveva accusato di fare ancora da baby sitter alla povera-ragazza- prodigio-del-nuoto-madonna-santa e lui di volerlo tenere al guinzaglio, come se fosse uno dei gruppi musicali che seguiva per conto della Maradona Records.
Quell’accusa era particolarmente falsa perché Livia aveva un rapporto d’amore e odio con i gruppi della Maradona, il più famosi dei quali, Lo Stato di Ebbrezza, aveva completamento ignorato il suo consiglio di cestinare il nuovo disco, che Livia era certa avrebbe alienato i loro fans di lunga data (“C’eravamo tanti attesi”, grazie anche al singolo Livia/Lidia che s’ispirava alla tragicomica vicenda, vendette 50 mila copie, regalò a Lo Stato un tour trionfale e pure un’ospitata da Amici; Giulio Pari, il cantante del gruppo, passava ancora le giornate a ridipingere il muro di casa sue dalle scritte e dagli sfottò ma sembrava felice di farlo.).

Livia si alzò per andare in bagno. Aprì il rubinetto dell’acqua e si pulì la faccia. Accanto alla sua tintura per capelli nero corvino, vide, riflessa sullo specchio, la sua chitarra. Se la portava sempre dietro, anche se non l’aveva mai suonata dall’episodio di Casalecchio. S’asciugò e tornò a letto. Controllò ancora una volta il cellulare, forse Marko l’aveva chiamata e lei non aveva sentito la suoneria.

No, nessuna chiamata.

Pensò di telefonargli un’altra volta, poi sentì la porta aprirsi.

Chiuse la luce e s’infilò sotto le coperte.

“Ci sono”, disse Marko.

Aveva la sua voce robotica da ubriaco, lenta e cadenzata, come se fosse lì lì per perderne il controllo. Si gettò nel letto ancora vestito e fece ballare il materasso.

“Non è che devo controllare se c’è un uomo dentro l’armadio, vero?”.

A Livia iniziò a sudare la fronte e sentì il respiro accelerare. Gli occhi, già arrossati dalla stanchezza, infossati dalla rabbia e dal terrore che gli fosse accaduto qualcosa, le iniziarono a lacrimare.

Avrebbe voluto urlargli che era un pezzo di merda a lasciarla sola di notte.
“Adesso dormi che tra due ore suona la sveglia”, gli disse invece.

Erano le 8 di mattina quando schizzarono fuori dall’Hotel Ocasion.

Non avevano sentito la sveglia e ora rischiavano di perdere l’aereo. Alle quattro del pomeriggio, Livia aveva una riunione in casa discografica: doveva illustrare i dettagli della distribuzione spagnola di “C’eravamo tanto intesi”.

L’accordo con la Sony España avrebbe fatto guadagnare alla Maradona Records 13560€ — una cifra che avrebbe appianato i debiti della piccola etichetta -, l’11% su ogni disco venduto e una piccola percentuale sugli eventuali concerti andalusi del gruppo.

Gli spagnoli s’erano impegnati, inoltre, ad organizzare una strategia promozionale che prevedeva una rotazione costante di “Livia/Lidia” su Los40 e un video clip da girare al porto di Barcellona di lì a tre mesi.

Fuori dall’albergo, il cielo era turchese e i raggi del sole scendevano a perpendicolo colpendo le lenti scure degli occhiali da sole modello Mosca di Livia, sino a farli scintillare. Le era spuntato un orzaiolo e aveva passato la mattina a grattarsi l’occhio destro, che ora s’era infiammato.

“Niente taxi, di bene in meglio”, sbottò Marko. Aveva trasportato in un solo viaggio la borsa a tracolla, la Ventiquattro ore e la chitarra di lei con uno sforzo sovrumano, che sapeva di espiazione. Ora, con le mani aggrappate alle stringhe del suo zaino Lowe Alpine, s’atteggiava a servizievole scout.

Era uno di quegli uomini terrorizzati dal dialogo, convinti che una colazione a letto azzerasse i contenziosi; Marko non sarebbe più tornato su quello che era accaduto la sera prima, a meno che, certo, non fosse stata Livia a farlo. E in quel caso, l’avrebbe tacciata di rimuginìo.

“Sei sicuro d’esserti spiegato bene? ”, gli chiese Livia.

Sei sicuro d’esserti spiegato bene”, disse Marko. “Sì, sono sicuro: il mio spagnolo fa schifo, ma non fino a questo punto. So prenotare un taxi”.

S’avvicinò un ragazzo: indossava dei bermuda grigi e una maglietta del calciatore Messi. Avevi i capelli arruffati e spettinati di chi aveva passato la notte per strada. Le sopracciglia, nere e spesse, facevano il paio con le ciglia lunghe e femminili. Era carino e non sapeva di esserlo, quel genere di uomo che, per via di paradosso, fa girare la testa alle donne.

“Aeropuerto? Erport?”, chiese loro.

“Sì, aeropuerto”, rispose Marko. “Usted puede ofrecerte?”

“Claro, sì, vamos.”, disse il ragazzo e fece loro segno di seguirlo mentre correva verso la sua macchina, una vecchia Seat Ibiza colore blu.

“Io sono di Uber. Mi chiamo Manel”, aggiunse poi indicandosi lo sterno.

Livia afferrò Marko per un braccio.

“Non è meglio aspettare il nostro taxi? Tanto dovrebbe arrivare a momenti.

Non so… e se fosse un maniaco che sta fuori gli hotel ad attirare i turisti?”
“Vuoi perdere l’aereo o no?”, le chiese Marko.

“Gracias, pero nuestro taxi viene”, disse Livia al ragazzo. Marko alzò braccia e capo al cielo.

Il loro taxi svoltò l’angolo e parcheggiò accanto alla vettura del ragazzo. Il conducente aprì lo sportello, scese di tutta fretta e iniziò a picchiare sul finestrino dell’utilitaria.

“Terminaste robar mis clientes, eh?”, urlò l’uomo. Era un gigante di un metro e novanta: indossava una camicia color violetto aperta sul petto depilato e muscoloso; appeso allo scollo, teneva un paio di occhiali, un vecchio modello Ray Ban con lenti a goccia. Afferrò la maniglia della portiera e iniziò a tirarla fino a scuotere la vettura.

“Tengo que alimentar a mi familia! Te prego, càlmate”, urlò il ragazzo.

“Questo è fuori”, disse Marko e si mosse in direzione dell’uomo. Livia tentò di trattenerlo afferrandolo per la tasca dello zaino, ma lui si divincolò.

“Señor, llegamos tarde”, disse Marko al gigante.

“Disculpe, disculpe, pero ya no se puede trabajar de esta manera. No se puede.”.

Marko infilò la Ventiquattrore di Livia all’interno della borsa a tracolla che poi sistemò, assieme al suo zaino, dentro il bagagliaio dell’auto. Provò a sistemarvi anche la chitarra, ma per lo strumento, troppo ingombrante, non c’era più spazio. Lo passò in malo modo a Livia, che se lo sistemò, in orizzontale, sulle cosce.

“La suonassi, almeno, cazzo. Ma così che senso ha? Pesa un paio di chili e portarsela dietro è un casino”, le disse.

Livia schivò il suo sguardo: pensò che agli stranieri dovesse esser proibito dire cattiverie in una lingua non loro prima di un lungo apprendistato; un certo numero di delusioni, occasioni mancate, tasse pagate.

Una cosa vera, però, Marko l’aveva detta: non la suonava da due anni. Quella chitarra era diventata la sua coperta di Linus; le piaceva passare la mano sulla superficie rugosa della custodia, sfiorare con i polpastrelli i bordi seghettati degli adesivi delle band con cui l’aveva decorata: Jesus Lizard, Slint, Sleater-Kinney, e ovviamente The Orme, il duo chitarra e batteria che aveva formato con un ex Vj di MTV, ma suonarla no: non lo faceva da tanto tempo. Ogni tanto, e solo nella privacy del suo cellulare, si rivedeva in azione su YouTube, nella forma di vecchi spezzoni di loro concerti (uno di questi, nel quale si esibivano in una versione punk rock di Little Red Rooster di Howlin’ Wolf, le scaturiva sentimenti contrastanti — quando il pubblico intonava l’urlo “Nude, nude, nude”, s’osservava piccola e insignificante e chiudeva la schermata.).

Quei filmati erano brutti ricordi, ma non aveva mai pensato di chiederne la rimozione. Era stato grazie a uno di essi che aveva ottenuto quel lavoro: Giulio de Lo Stato le aveva scritto a proposito della Fender Mustang modificata che suonava in quell’occasione e il resto era storia; lei li aveva presentati a Silvan della Maradona e lui l’aveva assunta come scout ed esperta di questioni legali.

Stavano percorrendo la B-22 in direzione Autovia de Castelldefels, quando, sornione e indolenti, come se fosse venerdì anche per loro, le macchine s’accodarono una all’altra e il loro taxi vi si accomodò dietro dando vita a una fila compatta. Erano le 11, il gate avrebbe chiuso di lì a trenta minuti, avevano già fatto il check-in online ma dovevano imbarcare la sua chitarra, a meno che la compagnia aerea non consentisse loro di tenerla come bagaglio a mano.

“¿Crees que vamos a llegar a El Prat antes de las 11:30?”, chiese Marko all’autista.

“Hay una gran cantidad de tráfico esta mañana”, rispose l’uomo.

“Podríamos tomar un atajo? Te prego senor”, chiese Livia e unì i palmi delle mani.

L’uomo guardò prima a destra e poi a sinistra; sterzò bruscamente e uscì a Viladecans tra un urlo cupo di clacson.

Percorsero tutta la Carretera Autovia Castelldefels, alla rotonda di Delta del Llobregat tirarono dritti a tutta velocità. Erano le 11.17, mancavano soli 13 minuti. Quando imboccarono una seconda rotonda, quella che portava al Terminal 1, Livia s’incollò al finestrino: vedeva gli aerei atterrare e partire.

“Dai, cazzo-merda-sì!”, urlò e s’abbracciò le gambe che avevano iniziato a tremarle.
Squillò il cellulare di Marko. Era Stefanja.

Voleva forse sapere se era già partito? Voleva concordare forse di rivedersi?; cosa si erano detti la sera prima, quando il suo telefono suonava occupato?
“Non rispondere”, disse Livia.

“Stai scherzando forse?”, disse Marko.

“Che Terminàl, señorita?”, chiese il tassista.

“Ti ho detto di non rispondere a quella troia del cazzo!”, urlò; le batteva forte il cuore.
Marko rispose alla chiamata, biascicò qualche parola in olandese e chiuse la comunicazione.

“El primero, el segundo, el terzo?”, chiese il tassista.

“El Terzo, el terzo”, disse Livia.

“Prova ancora a dirmi di non rispondere”, disse Marko. “Mmm…ma lo sai che stai dando i numeri, vero? Dimmi che lo sai?”.
Il taxi entrò al T3 de El Prat, Livia diede 20€ all’autista che aiutò loro a inforcare zaini e valigie.

Corsero fino al gate, Marko in testa e lei subito dietro con la chitarra in braccio come se fosse un bambino in fasce.

Quando arrivarono al banco di accettazione, lo sportello ancora aperto; l’addetta li accolse con un sorriso tirato.

“Ci scusi tanto, possiamo salire?”, chiese Marko. Restò un paio di secondi con le labbra aperte, mentre la donna chiese loro i documenti.

Li controllò e aprì il cordone facendo loro segno di andare.

“Not with that thing!”, disse poi, e puntò il dito in direzione della chitarra di Livia.

“Lasciala!”, disse Marko.

“Neanche per sogno”, disse Livia.

“Che cazzo te ne fai? Sei ridicola, cazzo. Mettiti il cuore in pace una buona volta, non farai più musica!”

“Chi te l’ha detto? E comunque, io non la lascio la mia chitarra qui. Va tu se vuoi.”

“Vai tu se vuoi? Ma ti devo prendere in parola? Resti qui per una stupida chitarra?”

“Ma fottiti”, rispose Livia.
“E la tua borsa? Guarda che te la lascio qui”, le urlò dietro Marko.

Livia gli alzò il dito medio e s’incamminò a passo veloce verso l’uscita.

Un gruppo di turisti americani le sciamò accanto, cercò con gli occhi il suo taxi che però se n’era andato.

Chiese in spagnolo una sigaretta che si fece accendere perché le tremavano le mani. Ispirò profondamente e si coprì la bocca con le dita. Il fumo vi passò attraverso, separandosi in due sbuffi sottili. Aprì la custodia della chitarra. Un po’ di polvere, una patina sottile, s’era depositata sul manico, il ponte e i tasti. Sfregò il polpastrello del pollice lungo la scritta Fender e con l’indice fece fare un intero giro alla bobina.

“Hola! Hola! Gatiñha!”.

Era Manel, il ragazzo che s’era offerto di portarli all’aeroporto, l’autista Uber.

“Estás solo? Y tu novio?”, chiese.

Livia mimò un aereo che decollava.

“¿Quieres ir al mar? Es un día tan hermoso , es una pena que perder”.

“No se…”

“Yo invito!”.

Livia osservò il ragazzo: i suoi occhi erano due fessure sottili, che scomparivano nelle orbite. Pensò a Marko: i suoi denti bianchi e ritti; le sue labbra sporgenti, la ruga irregolare in mezzo alla fronte.
“Ok, ok”, disse Livia che s’allargò in un sorriso.

Manel sistemò la sua chitarra sul sedile posteriore della Seat e le fece cenno, puntando il mento, di sedersi sul sedile passeggero. Livia improvvisò un buffo inchinò e s’accomodò.

“¿Quiénes son éstos?”, chiese e indicò la polaroid che capeggiava sul cruscotto, bloccata, affinché non cadesse, dal bordo inferiore di un diffusore di profumo. Essa ritraeva un uomo e una donna, probabilmente i genitori del ragazzo.
Perché l’aveva chiesto? Non faceva mai domande di questo tipo, che potevano essere causa d’imbarazzo al suo interlocutore. Che cosa le era preso?
“Estos son mi madre y mi padre, que viven en Rosario, Argentina”.

“Y lo hace al taxista que enviarles algo de dinero ? Para mantenerlos, ¿verdad?”

chiese Livia.

“No, no”, rise Manel. Le spiegò, questa volta in inglese, per evitare incomprensioni, che i suoi genitori erano benestanti e che non avevano bisogno dei suoi soldi.
“What about what you’ve said to that driver? That you have to provide for your family?” chiese allora Livia, sempre più confusa.

Manel alzò le spalle. “Le dije a calmarlo… de lo contrario, zac”, disse portandosi l’indice alla gola.
“You know, I’ve done a lot of work, especially in factories. And I have discovered that I do not like it very much. There’s always the head of the department checking on you and I’m a guy who likes to joke, make some noise, you understand?
“Drive…drive is good for me” disse e scoccò un bacio in direzione della sua auto. “You meet so many people and the days are longer. I come back home at midnight so tired that it doesn’t even matter that I share the house with three other guys”, disse tappandosi il naso. Poi scoppiò in una risata fragorosa.
Livia sorrise, buttò la testa contro lo schienale e rilassò le spalle. Si tolse gli occhiali e si stropicciò l’occhio destro. Sentì che l’orzaiolo non le dava più tanto fastidio.

“Io soy..”, disse e s’interruppe.
Prese il cellulare che le scivolò di mano, lo riprese e batté furiosa sui tasti la sua lettera di dimissioni dalla Maradona Records.

C’era uno strano sole esaltato che illuminava La Barceloneta, la spiaggia dei barcellonesi, fino a lambire le terrazze panoramiche dell’Hotel W, il famoso edificio a forma di vela che si stagliava in fondo al lungo mare.

Livia si tolse i vestiti, rimase in canotta e mutandine e si gettò in acqua.

“¿Vienes o no?”, urlò a Manel.
Il ragazzo si spogliò, ficcò i vestiti dentro la Seat e infilò le chiavi dell’auto nella catenina d’oro che portava al collo.

Quando la raggiunse in acqua, Livia gli si gettò addosso e gli infilò la lingua in bocca. Sentì il suo pene ingrossarsi lentamente sino a quando non le premette contro la coscia.

“Y tu novio, ¿qué pensar?, le chiese Manel.

“Ya no es mi novio. De hecho, nunca fue mi novio”.
Pronunciate quelle parole, il peso che sentiva al petto si sollevò come un palloncino pieno d’elio, fece una giravolta a sinistra e sparì tra le nuvole.
Era passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che s’era sentita così.
Manel le afferrò un seno e Livia gli puntò l’altro contro. Si toccarono e si baciarono un altro po’ e non fu né bello né brutto. Poi lui le disse che s’era fatto tardi e che doveva tornare al lavoro e tornava alla spiaggia.

Le scaricò la chitarra e le chiese s’era sicura che non volesse che l’accompagnasse al suo albergo.

Era sicura, gli rispose. Avrebbe chiamato un taxi, ma più tardi.

Sarebbe rimasta lì sino a quando non avesse scritto una canzone, o anche solo un ritornello. Oppure nessuna delle due cose, perché, d’ora in poi, avrebbe preso la vita con più coraggio e con più sicurezza in se stessa. Ecco, mentre formulava questo pensiero, sentì una melodia farsi spazio nella sua testa. Prese la chitarra e provò a seguirla.

Scarica il pdf di Lo stato di ebbrezza a questo link >> http://bit.ly/2wJbmks

)
Alessandro Sandini

Written by

Scrittore e insegnante di Scrittura creativa presso https://www.scrivente.it

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