Love, Death & Robots non funziona (ma c’è Zima Blue)

Un cortometraggio si distingue dal resto della stagione

Zima Blue, l’unico corto che si può definire eccellente

Sono arrivata al termine di Love, Death & Robots e confermo quello di cui parlavo in questo post. La serie ha molti problemi ed è un’occasione mancata. Soffre per una rappresentazione inequivocabilmente sessista, ma la questione non finisce lì: gli adattamenti sono deboli; gli spunti selezionati non sempre necessari; c’è una tendenza alla ripetizione invece che alla varietà suggerita dal concept antologico. Anche lo stile delle animazioni è meno variegato di quanto ci si potrebbe aspettare, con una sovrabbondanza della grafica 3D più convenzionale, quella che cerca di imitare la realtà fotografica con contro-effetto da uncanny valley. Su 18 corti, 16 sono stati adattati dalla stessa persona, Philip Gelatt, abbassando ulteriormente la possibilità di variazione di toni narrativi e contenuti (ma poi, perché affidare 16 sceneggiature alla stessa persona? Qual è il senso?).

Facendo una rapida ricerca, lo show risulta massacrato più o meno ovunque dalla critica — cito un titolo di Rolling Stones che riassume una parte della questione: “Netflix’s ‘Heavy Metal’ For Post-Millennials: This anthology of hard sci-fi shorts could be renamed ‘Sex, Violence and Future-Shocked Irony’ — and needs to start favoring quality over quantity”.

Secret War

Uno dei grossi problemi di Love, Death & Robots è l’interpretazione che dà all’atmosfera suggerita dal titolo. “Amore, morte e robot” rimanda a un immaginario cyberpunk estremo ed erotizzato; nel 2019 mi immagino che non dovrebbe significare soltanto mostrare un paio di tette o squartare un corpo rigorosamente femminile. Ma poi, la serie non è nemmeno fedele al suo titolo, perché quella che propone è soprattutto una fantascienza militare. Non che non ci sia una vasta produzione anche in quel settore; ma è davvero così importante da farla diventare la protagonista, tra tutti i sottofiloni possibili? Che presa di posizione è, da parte dei curatori dello show?

La fantascienza è davvero multiforme come questo show fa invece solo finta di essere. Immagino che Love, Death & Robots faccia un effetto diverso in base a cosa conosciamo noi del genere, cioè: gli appassionati di anime noteranno un certo aspetto, chi gioca per ore con videogame sparatutto ne osserverà altri (anche se mi sembra che siamo tutti d’accordo sulla mediocrità della scrittura di troppi episodi). A me della fantascienza piace l’aspetto che esplora l’estensione oltre l’umano: l’esperienza dell’alieno, l’ibridazione, l’espansione dei sensi, l’umanità aumentata, il raggiungimento dello spazio remoto e del tempo eterno. Mi piacciono i cambiamenti di prospettiva. Su questi toni c’è tanta roba, vecchia e nuova. Mi lascia perplessa che non ce ne sia quasi traccia tra le scelte fatte a monte da Tim Miller sui soggetti da sviluppare, così come negli adattamenti scritti da Gelatt, che quando può elimina certi aspetti come ha fatto con Beyond the Aquila Rift.

Zima Blue

Proprio in questi giorni ho letto alcuni racconti che sarebbero stati perfetti per una serie così: Le cose, Drone di morte e soprattutto L’isola, di Peter Watts (premio Hugo 2010), tutti e tre concentrati sul comprendere un’intelligenza diversa da quella umana. Perché non partire da testi del genere? Parliamo di amore, morte e robot, di cyberpunk, di post-umano, perché non usare i racconti di Aliette de Bodard, che con le sue astronavi senzienti sono l’ideale per questo tema? Sempre di recente, ho letto una novella di Aliya Whiteley, L’arrivo delle missive, che non fatico a immaginare come anime e sfiora esattamente tutti i temi teoricamente evocati dallo show, con una strana ambientazione in costume e cyberpunk al tempo stesso. Di nuovo, perché non è stato usato materiale del genere? E andando indietro nel tempo, visto che la serie non usa solo spunti contemporanei: perché non ci sono pietre miliari come i racconti di Octavia Butler e Ursula K. Le Guin?

Non sto invocando l’adattamento di tutti i libri che leggo io, sia chiaro: voglio solo portarvi qualche esempio che sottolinei come la fantascienza sia un mondo vivace e in fermento, pieno di scritture diverse da quelle rappresentate nella serie Netflix. In questo senso, l’unico corto davvero interessante sviluppato dallo stesso Gelatt è Zima Blue, anch’esso adattato da un bel racconto dello scrittore inglese Alastair Reynolds.

Zima Blue

Gelatt elimina una linea narrativa, quella che riguarda la voce narrante, che in origine ha una sua sottotrama sullo stesso tema del racconto principale. Nonostante questa cesura, riesce a mantenere intatto il cuore della storia, che parla della fallibilità della memoria e dell’esperienza di un’umanità cyborg e artificialmente intelligente. Il tutto ha uno switch vagamente afrofuturista che si sposa alla perfezione con l’atmosfera individuata dal regista Robert Valley. Animatore canadese con uno stile visivo decisamente personale, si distingue in mezzo alla marea di grafica 3D anonima che annacqua lo show. Dopo la visione integrale della serie ci si può solo domandare perché il resto della stagione non sia più simile a Zima Blue.