Perché saper gestire la frustrazione è essenziale per una persona creativa

Recentemente ho imparato una grande lezione su che cosa significa essere una scrittrice e una persona che esprime la sua creatività in generale.

Cinque anni fa ho finito la stesura di un romanzo che mi ha tenuto occupata per tre anni. Avevo qualcosa da dire. Volevo raccontare la mia storia di guarigione personale, come ero riuscita a conoscere me stessa, e come avevo creato le basi per un futuro equilibrato. Il mio messaggio, in breve, era questo, guarire è possibile.

E’ successo però, che nonostante molti tentativi, non sono riuscita a far pubblicare il romanzo. Ho ricevuto solo rifiuti, oppure nessuna risposta.

Siccome il romanzo tratta temi personali mi sono sentita rifiutata su due fronti, come scrittrice e come essere umano. All’epoca in realtà, già avevo fatto della scrittura una professione, e come sceneggiatrice avevo partecipato alla creazione di una serie tv per adolescenti che era stata trasmessa in tutto il mondo. L’inizio della mia vita artistica era stato liscio, e molto veloce. Quello stop, su un progetto personale nel quale avevo riposto tante speranze, mi ha fatto sentire come se non avessi più chances di continuare. Con una serietà degna di una questione di vita o di morte avevo preso quella non-pubblicazione come un chiaro segno che quella non era la mia strada.

So che può sembrare esagerato se non avete mai provato a cimentarvi con il processo creativo, ma se siete abituati a scrivere, o a produrre qualunque altro tipo di arte, o se ci avete provato e poi avete rinunciato probabilmente potete capirmi.

Quello che è successo dopo si può riassumere più o meno così: il mio Critico Interiore ha preso delle proporzioni inaudite, ho smesso di scrivere per la tv, non ho più scritto una riga di progetti personali, e mi sono accontentata di fare altro con la scusa che “stavo vivendo il lutto per il mio romanzo”. Questo per un paio d’anni. Anche se può sembrare romantica l’idea di vivere un lutto per una creazione artistica che non ha visto la luce, vi assicuro che sono stati anni in cui ho impiegato molto del tempo che avrei potuto usare per rimettermi a scrivere, semplicemente a giudicarmi.

E ad un certo punto, lentamente, ho ricominciato ad avere delle idee, a prendere degli appunti, e a sentire che sarebbe stato interessante lavorare alla realizzazione di x, o alla scrittura di y… ma quando mi mettevo a lavorare, ero colta rapidamente da emozioni talmente negative che preferivo smettere.

La paura di rivivere le critiche e il rifiuto di quello che potevo creare rendevano la mia testa un girone dell’inferno. La vergogna che avevo vissuto quando non ero stata pubblicata, per averci provato senza aver vinto la scommessa era ancora così viva che riuscivo solo a chiudere il file al quale stavo lavorando e nasconderlo in una cartella che non avrei più riaperto. La naturale fatica del processo creativo e la disciplina che è richiesta per arrivare a sviluppare un’idea erano messe alla prova: perché investire tutta questa energia con il rischio che il progetto non veda mai la luce?

Insomma, le critiche e il rifiuto sperimentato avevano sfociato in una forma chiara e netta di frustrazione che mi impediva di proseguire.

Un giorno, leggendo Big Magic, l’ultimo libro di Elisabeth Gilbert, che parla di creatività e vita artistica, sono incappata in questa frase: “Imparare come resistere alla propria delusione e frustrazione è parte del lavoro di una persona creativa… la frustrazione non è l’interruzione del processo, la frustrazione è il processo stesso”.

È stato come se qualcuno avesse acceso una luce nel buio in cui stavo brancolando. Quindi, non solo come mi sentivo era normale, ma parte stessa del processo.

Ho avuto l’impressione netta che negli ultimi tempi stessi scambiando la tristezza per la non-pubblicazione del mio romanzo con quello che è arrivato dopo, la paura di prendere di nuovo un rischio.

Ho cercato di andare oltre e di capire nel dettaglio a che punto ero del mio processo. Ho preso un foglio e l’ho diviso in tre colonne.

Nella prima colonna ho elencato ciò che era vivo dentro di me durante la stesura del romanzo e comprendeva :

- la voglia di scrivere perché mi piace

- la voglia di comunicare un messaggio

- la voglia di trovare la mia voce e farla sentire

Nella seconda ho elencato quello che è ancora vivo dentro di me oggi :

- la voglia di scrivere perché mi piace

- la voglia di comunicare un messaggio

- la voglia di trovare la mia voce e farla sentire

E nella terza quello che sencondo me era davvero morto, con la non-pubblicazione del romanzo :

- l’aspettativa che quella singola opera potesse darmi un ruolo, una voce, un prestigio e che tutto questo sarebbe stato fisso e per sempre

- la mia fede nel perfezionismo, nell’idea infantile che se non ce la si fa al primo tentativo allora tutto è perduto e non ci si prova più

Ho riflettuto un attimo. Vedere nero su bianco che gli unici elementi davvero morti in questo processo erano le enormi aspettative e la mia fede nel perfezionismo in qualche minuto mi ha fatto cambiare prospettiva. Se lutto c’è stato direi che è stato fruttuoso.

La mia voglia di creare era ancora lì, il piacere di farlo pure. Con loro, come è normale che sia, le paure e le altre emozioni negative. Sentirle, per quanto doloroso e destabilizzante possa essere è necessario, così come accettarle, accoglierle, e restare lì, presenti. È indispensabile tenere a mente che non è la creatività in sé che genera il malessere, ma che quest’ultimo è semplicemente una parte del processo creativo.

Avendo capito che la voglia di creare e la frustrazione sono due poli che coabitano ho cercato e cerco ancora di concentrarmi sull’aspetto del piacere. Mi chiedo, che cosa mi piace di questo progetto? Che cosa stimola la mia immaginazione? Che cosa mi tiene incollata alla sedia per ore? E quando l’ho trovato mi ci rimetto dentro corpo e anima.

Capire che la frustrazione è solo uno degli elementi del gioco ha avuto l’effetto immediato di rilassarmi, di permettermi di continuare a lavorare sui miei progetti. Sono riuscita ad uscire dal blocco che stavo vivendo.

Per concludere, perché vi ho raccontato tutto questo? Perché ci ho messo anni a capirlo, e avrei voluto sapere prima quello che stavo attraversando, per poterne uscire. E perché conosco troppe persone intorno a me che sono creative, che hanno un messaggio da esprimere, la loro visione del mondo da condividere, o la loro voce da far sentire e che rinunciano per sempre perché non ottengono subito le gloriose conferme che l’ego si aspetta.

Se ho qualcosa da dire oggi è questo : non rinunciamo più a dare spazio e voce alla nostra creatività solo perchè abbiamo incontrato un insuccesso.

Se ho qualcosa da augurarmi per il futuro è che nelle scuole d’arte, di musica, di sceneggiatura, di regia, e perché no nelle scuole che preparano gli imprenditori, oltre a insegnare gli strumenti del mestiere si possa insegnare agli allievi in cosa consiste il processo creativo da un punto di vista emotivo.

Troppo spesso una delusione per un’opera o un progetto che non ottengono finanziamenti e non vedono la luce diventano argomento tabou, tra artisti o tra colleghi di un lavoro creativo. Lo si vive in solitudine come una sconfitta, ci si compara agli altri uscendone sconfitti, ci si giudica negativamente, e tutto lo slancio che ci aveva guidato durante la creazione si riduce all’inutilità. Non sempre, quando si cerca conforto tra simili, ci si trova davanti qualcuno capace di rassicurarci con le parole giuste. Le paure e i giudizi che portiamo dentro di noi rispetto alla nostra creatività possono facilmente essere proiettati sulle opere e le creazioni di chi intorno a noi sta cercando di esprimersi con la stessa fatica e lo stesso ardore che conosciamo personalmente. Se imparassimo ad essere più empatici, e a non giudicare i nostri processi, potremmo essere di maggiore aiuto a chi sta attraversando un momento di delusione.

Il successo di un’opera non ha nulla a che fare con il nostro valore, e per crescere, come artisti o creatori, è necessario saper accettare nel nostro percorso anche le critiche, i rifiuti e i fallimenti. Se ci permettiamo di andare al di là della frustrazione, restando in un’ottica positiva, potremo creare un rapporto con la nostra creatività finalmente più fruttuoso e più adulto.