In viaggio con il neonato

Tutti i genitori sembrano concordare: “Avremmo dovuto viaggiare quand’era piccolo”. Quindi noi siamo partiti.

La piccola sala che contiene il Buddha di Smeraldo è stracolma; si entra a rilento, aspettando che la folla defluisca. Sono gli ultimi giorni di dicembre, ma fa molto caldo: l’inverno di Bangkok è solo un’estate meno afosa. In un’area riservata siedono in preghiera i fedeli, noi turisti restiamo in piedi, assiepati di fronte alla balaustra. Nonostante la folla, la temperatura e l’odore di piedi — qui si entra solo scalzi, in segno di rispetto — la minuscola effigie comanda il silenzio. “Sai che cosa accomuna tutta questa gente?” mi chiede Paolo, sussurrandomi all’orecchio. Io annuisco: “Il senso universale del sacro”. Mi guarda perplesso: “Eh? No. Intendevo che tutti loro pensano che siamo dei criminali ad aver portato qui nostra figlia”. Giusto: anche questo.

Prima di partire pensavo che la perplessità di fronte al nostro viaggio fosse tipicamente italiana, ma al primo giorno a Bangkok la nostra scelta è stata già sanzionata in diverse lingue. Io e Paolo peraltro non veniamo direttamente interpellati: si rivolgono tutti direttamente all’Emilia, che è rannicchiata nel marsupio e indossa un copricapo alla Lawrence d’Arabia per non scottarsi sul collo. “What are you doing so far away from home?” le chiedono “¿Qué haces tan lejos de casa?” . Mi rendo conto che si tratta di una domanda retorica, ma ho pensato comunque di rispondere per lei.

Marsupiali

Prima di conoscere Paolo io viaggiavo per molte settimane all’anno, e anche lui ha sempre amato viaggiare: ci siamo sempre detti che non volevamo che le cose cambiassero troppo con l’arrivo di un figlio. Invece, quando sono rimasta incinta di Emilia siamo stati costretti a cancellare i nostri piani per dicembre: ero spossata e nauseata, così abbiamo passato il Capodanno sul divano guardando l’intera serie del drammone This is Us. Ho cucinato un rombo comprato a caro prezzo da Eataly, non l’ho mangiato, poi non ho bevuto niente, poi sono andata a letto prima delle 23. L’aprile seguente siamo andati in Islanda, un viaggio che ci è costato come la Polinesia nonostante l’infima qualità della vita*; ad agosto, poi, siamo rimasti ad aspettare l’Emilia mentre amici e familiari partivano per le vacanze uno dopo l’altro e noi chiusi dentro di casa — questa volta per colpa del caldo e della mia scarsa mobilità — , attanagliati da un misto di noia infernale e ansia devastante (e non dimentichiamo che anche qui continuavo a non bere niente). A quel punto avevamo già guardato tutte le serie tv quindi abbiamo speso centinaia di euro in giochi della Playstation. In tutti questi frangenti ci facevamo forza dicendoci: a dicembre andiamo via con l’Emilia per un viaggio vero.

Così abbiamo fatto. Siamo partiti per la Thailandia la mattina di Natale, anticipando ai giorni dal 20 dicembre in avanti tutti i festeggiamenti con amici e parenti: quando ancora gli altri si preparavano alla mattanza delle feste, noi eravamo già sul divano con il barattolo di Citrosodina.

È stato un viaggio meraviglioso.

Tutti gli amici con figli concordavano: è molto più facile viaggiare con un neonato che con un bambino più grande. È chiaro perché: per cominciare, a quattro mesi Emilia si nutriva ancora esclusivamente del mio latte, e questo eliminava una serie di preoccupazioni, come il rischio di infezioni intestinali da contaminazione batterica — la diarrea del viaggiatore è una seccatura per un adulto ma va presa molto seriamente in un bambino piccolo, che si disidrata facilmente. Inoltre, a questa età i bambini non hanno ancora una routine molto strutturata, perciò sono molto flessibili; hanno anche una consapevolezza piuttosto limitata del mondo, che più o meno comincia e finisce con i genitori. Inoltre non si muovono autonomamente: se portare Emilia in passeggino sarebbe stato impossibile sugli accidentati marciapiedi di di Bangkok, il marsupio invece era perfetto.

Non abbiamo scelto un paese a caso: anche se nella mia esperienza tutto il mondo è ospitale, la Thailandia ha una spiccata cultura di accoglienza. Bonus, i locali adorano i bambini: è fantastico ma significa anche che li accarezzeranno e li prenderanno in braccio senza chiedere permesso; nel frasario base della Lonely Planet, quello che serve per dire “Non mangio piccante” e “La mia stanza va a fuoco”, c’era anche “Il mio bambino è molto timido”, per dissuadere i thai da una prossimità eccessiva. Io sono del parere che mia figlia appartiene a sé stessa, e in subordine al mondo, non a me: perciò il fatto che gli altri la volessero vezzeggiare non mi disturbava a meno che non apparisse infastidita lei (non lo era). Questo ci ha permesso inoltre di cenare da soli, qualche volta: tutti gli hotel internazionali offrono un servizio di babysitting gestito direttamente da staff interno. Anche in questo caso, il fatto che Emilia fosse così piccola ci ha concesso di vivere tutto a cuor leggero: non era ancora subentrata l’ansia da separazione quindi il nostro andare e venire non le dispiaceva punto; e non essendo verbale non aveva alcun problema di comunicazione con le ragazze che venivano a occuparsi di lei: spesso al nostro ritorno la trovavamo immersa in discorsi con la sua tata. Noi non capivamo nulla, ma loro sembrava di sì.

Il viaggio, anche, è stato semplice: abbiamo volato con Emirates (sull’A380, tragicamente pensionato — era così giovane), e al momento del check-in online abbiamo scelto i posti con l’attacco per la culla. Il limite di peso della culla è basso (in genere una decina di kg, insomma non va più bene passati gli 8 mesi, più o meno) ma — consiglio da professionisti — raccomando fortemente di scegliere comunque quei posti quando si viaggia con un bimbo sotto i due anni: c’è moltissimo spazio, e ho visto altri viaggiatori allestire a terra un materassino gonfiabile per i piccoli (e per le proprie gambe). Emirates non era la scelta più economica, ma avevo letto un po’ ovunque che le compagnie del Golfo sono le migliori per viaggiare con i bambini. La compagnia fa anche questa cosa deliziosa di scattarti una Polaroid con il battesimo dell’aria di tuo figlio: però io dormivo quindi non compaio nella foto, dove troviamo un’Emilia perplessa e un Paolo, che non stava affatto bene, madido di sudore, con i riccioli biondi attaccati alla testa da cui spunta un cappelluccio da Santa Claus (era il giorno di Natale).

Sbrighiamo rapidamente le complicazioni del viaggiare in Thailandia con il neonato: i piccoli vanno protetti molto scrupolosamente da sole e zanzare (nel paese c’è rischio dengue, anche se molto ridotto nelle zone che abbiamo visitato), ma prima dei sei mesi è meglio non utilizzare creme solari né repellenti per insetti. Soluzioni: per le zanzare ci siamo fatti indicare dei repellenti naturali dalla pediatra. Per il sole: a Bangkok, dove girare con il passeggino era impensabile, siamo stati costretti a tenere Emilia sempre coperta con un telo di mussola mentre stava nel marsupio, ripescando di continuo i suoi piedini fuggitivi. Un paio di volte l’abbiamo incremata e le abbiamo fatto fare mini-bagni di pochi minuti nel mare quasi all’ora del tramonto. Mi sarebbe ovviamente piaciuto poterci godere di più l’acqua, e più in generale la natura: la necessità di ripararla dal sole ha fatto sì che escludessimo dal nostro itinerario lunghe passeggiate, e in paese con una natura incantevole come la Thailandia è ovviamente una limitazione forte. Pazienza: ne abbiamo approfittato per viaggiare in modo lento, pianificando una sola attività al giorno, e per il resto sonnecchiando a bordo piscina con un libro e un cocktail tiki, o godendoci lunghi pranzi all’aperto.

Guardare in camera è una competenza avanzata

Avrete notato che tra i lati negativi del viaggio non ho parlato di “preoccupazioni”. Da sempre, ma ancor più da quando sono genitore, cerco di preoccuparmi al momento opportuno, insomma salto il “pre” e semplicemente mi “occupo”: se qualcosa non va, allora mi ci dedico completamente. Con questo approccio si scopre peraltro che nel mezzo di un vero guaio non c’è spazio per l’ansia. Credo che, in ultimo, la preoccupazione sia il motivo principale per cui le persone rinunciano a viaggiare con i bimbi piccoli: stare in pensiero in effetti può avvelenare una vacanza, che dovrebbe essere un momento di relax. Purtroppo non c’è una soluzione semplice: non possiamo decidere come sentirci, però varrebbe la pena di viaggiare più leggeri (in senso sia metaforico sia reale).

Infine, per chi ancora dubiti: il fuso orario verso Est mi ha dato per la prima volta da quando è nata Emilia l’ebbrezza di svegliarmi prima di lei, guardare l’orologio e scoprire che sono le nove e trenta del mattino. Sono stati alcuni giorni meravigliosi.

A che ora si svegliava quando siamo tornati a casa, volete sapere? Ma perché rovinarci l’umore.

*se state considerando di andare in Islanda in vacanza sono sempre disponibile per dissuadervi; come dice Ester Viola “rispondo anche sul fisso”.