Una storia dove qualcuno ha il cuore spezzato, e qualcun altro si rompe la testa

Ah, traslocare (foto di gato-gato-gato)

Un paio di anni fa avevo deciso di scrivere un libro di storie d’amore ordinate per distanza¹, dalla più breve alla più lunga: racconti dove lo spazio che separa due persone è la chiave narrativa. Alla base c’era la convinzione che, anche quando siamo legati da un sentimento, la distanza che separa due anime rimane infinita: ogni uomo è un’isola (l’opposto di una grande verità è sempre un’altra grande verità).

Questo libro - per il quale avevo già trovato un editore — ho poi finito per non scriverlo perché il mio fidanzato di allora era contrario (il che mi pare un’ottima chiosa all’intera faccenda delle distanze).

Il primo capitolo avrebbe dovuto intitolarsi “30 metri”, cioè la distanza tra il portone del palazzo e la scala che conduce al mio appartamento. È il racconto della fine di un amore e di un trasloco, con grandi spargimenti di sangue — metaforico e reale. Siccome domani io e Paolo entriamo finalmente nella casa nuova (a meno di due settimane dalla data in cui aspettiamo la nostra piccola, evviva per noi!) mi è venuta voglia di scriverla oggi, per salutare questa casa e per congedarmi.

Nei primi mesi del 2011 — avevo 27 anni - la mia relazione cominciò a implodere. Vivevamo insieme da cinque anni e ci eravamo amati molto e bene, anche: un legame stretto e tenero, e allo stesso tempo rispettoso delle ambizioni dell’altro, che ci aveva lasciato lo spazio per crescere. Oggi mi è più facile vedere anche i nostri limiti: eravamo troppo giovani, ma soprattutto eravamo cresciuti troppo soli, e così avevamo finito per occupare l’intero orizzonte affettivo l’uno con l’altra.

Poi era successo qualcosa: io avevo scoperto la scrittura e il mio lavoro aveva cominciato a cambiare; lui era impegnato su un grosso progetto imprenditoriale. Improvvisamente diventammo distratti, così abituati alla reciproca presenza da pensare di poterci dedicare ad altro senza conseguenze.

Le prime avvisaglie furono minuscole. Una volta preparai dei biscotti e glieli lasciai nella borsa del lavoro insieme a un biglietto tenero, e qualche giorno dopo li ritrovai intatti e ormai possi nello stesso contenitore. Qualche settimana dopo a lui venne la febbre un weekend in cui io dovevo andare via per lavoro, lui insistette perché partissi comunque e quando chiusi dietro di me la porta di casa sentii un’onda di sollievo e buonumore.

Poi le cose cominciarono a precipitare davvero, e finimmo per lasciarci. Lui lasciò la casa che dividevamo e andò a vivere da un amico mentre io cercavo un’altra sistemazione. Rientravo la sera nella casa vuota, mi sdraiavo sul letto e restavo immobile, sentendo più dolore di quello che mi sembrava possibile tollerare.

Decisi che due cose erano necessarie: farmi prescrivere dei tranquillanti e cercare casa, in nessun ordine particolare. Da allora ho scoperto che le benzodiazepine sono la seconda classe di farmaci più venduti al mondo dopo i comuni antinfiammatori, e che la maggior parte delle persone ne abusa. Sono farmaci che creano dipendenza, fisica e psicologica, perciò vanno presi sotto controllo medico e per un periodo di tempo circoscritto, legato a una grave crisi (separazione/lutto/perdita del lavoro). Nel caso di una depressione, assumere ansiolitici è più o meno la cosa peggiore che si possa fare: tamponano il sintomo lasciando intatta la malattia, quindi peggiorano la situazione. Detto questo, gli ansiolitici sono un un cattivo padrone ma possono essere un ottimo servitore: le tre volte al giorno in cui prendevo 13 gocce di EN diventarono gli unici momenti della mia giornata verso cui nutrissi una qualche aspettativa. Solo che al principio mi inducevano grande torpore, quindi dormivo sul divano dell’ufficio per una parte non trascurabile della mia giornata lavorativa. Le colleghe entravano tenendo il telefono premuto contro il petto, dicendo a voce bassa: “Sara, chiama da Londra il grande gruppo di asset management di cui seguiamo le pubbliche relazioni — ci vuoi parlare o dico che non ci sei?”.

Trovai un appartamento in Corso Indipendenza il cui affitto costava metà del mio stipendio: non potevo davvero permettermi una zona così centrale, ma volevo essere vicina al lavoro così da poter rientrare dalla cana Giulietta in pausa pranzo. Il giorno stesso in cui mi diedero le chiavi decisi di non tornare più a dormire nella vecchia casa: meglio una casa vuota che una abitata da fantasmi. Trascinai su per le scale un materasso ordinato su eBay e lo buttai in un angolo della stanza. Ci vollero dieci giorni prima di avere l’acqua calda.

I passi successivi: smettere di prendere i tranquillanti e acquistare un divano. Collocarli nello stesso giorno mi sembrò di buon auspicio. Mia madre insistette perché prendessi un divano letto, che costava di più: ci teneva che potessi ospitare gli amici, pensava che mi avrebbe fatto bene. Si offrì di contribuire con la differenza di importo tra il divano-base e il divano letto-base. Accettai.

Ovviamente ero in bolletta, quindi che l’Ikea si occupasse di trasporto e montaggio era fuori discussione: arruolai un amico, noleggiammo un furgone e portammo il divano a casa. Una volta arrivati nell’androne del mio palazzo, realizzammo però che la promessa di imballi piatti dell’Ikea si scontrava contro la natura del divano letto, il cui meccanismo di funzionamento è un monoblocco in metallo, pesante come un macigno.

Un tratto classico dei depressi è l’incapacità di mettere in prospettiva i problemi quotidiani, e considerarli invece una metafora del proprio stato di miseria. Perciò fissavo il divano letto e pensavo che non ero in grado di trasportarlo dentro casa, proprio come non sarei stata in grado di pagare l’affitto, e proprio come del resto non ero stata in grado di salvare la mia relazione. Nel bel mezzo di questa spirale mi apparve un signore di mezza età, vestito con semplice decoro, la camicia ben stirata, un paio di occhialetti tondi su un volto gentile, il cranio calvo che riluceva di sudore nella giornata calda. “Sono il signor P., abito al piano di sopra. Bisogno di aiuto?” chiese. Rispondemmo che sì, avevamo decisamente bisogno d’aiuto, e grazie davvero. Il signor P. propose che provassimo in tre a sollevare il menhir svedese: niente. In una versione particolarmente poco festosa dell’Hully Gully, se prima eravamo in due a non sapere come trasportare il divano dentro casa, adesso eravamo in tre a non sapere come trasportare il divano dentro casa.

Fu allora che il signor P. ebbe un’alzata d’ingegno: visto che il blocco era protetto da un imballaggio di cartone e cellophane, perché non provare a trasportarlo fino in fondo alle scale senza sollevarlo ma facendolo scivolare sul pavimento? Concordammo che era un’idea brillante. Il signor P., cui avevamo ormai demandato la strategia dell’impresa, propose che noi due spingessimo, mentre dall’altro lato lui avrebbe tirato. Provammo e scoprimmo che funzionava perfettamente: il divano procedeva fluidamente.

“Fantastico!” gridai.

“Bene! Questa volta ripartiamo senza fermarci fino ai piedi delle scale!” disse il nostro condottiero, il signor P. Noi spingevamo, lui tirava, il divano prendeva velocità, io ridevo per l’euforia come una bambina sullo slittino. Mancavano pochi metri alle scale quando il signor P., che procedeva all’indietro al piccolo trotto, inciampò, cadde rovinosamente di schiena e fu travolto dal divano.

“Signor P.!” gridai.

Ci affrettammo a liberarlo. Ci trovammo di fronte a uno spettacolo terribile: il signor P. aveva battuto la testa e sotto di lui si allargava una macchia di sangue.

“Mio dio!” gridai.

Il signor P. disse che non era niente, e si alzò. Rispettosamente gli feci notare che stava sanguinando copiosamente. Si tamponò la ferita con un fazzoletto estratto dal taschino che in un attimo si inzuppò di sangue e restò in piedi, un po’ proteso in avanti, sgocciolando a terra. Lo pregai di sedersi. Disse che preferiva mantenere quella posizione per evitare di “inguacchiarsi la camicia”. Dissi che capivo ma che al momento presente questa non poteva essere la nostra priorità, e annunciai che l’avrei accompagnato in ospedale.

“Non è niente” insistette lui, pallidissimo.

“Vado a chiedere aiuto alla farmacia all’angolo”, dissi.

Al farmacista bastò una rapida occhiata allo squarcio sul cranio calvo del signor P. per asserire che senza dubbio questa ferita richiedeva dei punti. Il signor P. ribadì che a suo parere si stava esagerando.

Gli dissi che saremmo andati in ospedale, e chiamai un taxi, il cui guidatore parve parecchio infastidito dallo stato emorragico del signor P., e solo a malincuore acconsentì a portarci al Fatebenefratelli.

Un altro tratto classico dei depressi è la mancanza di empatia — la sofferenza rende molto autoriferiti, e si tende a rivendicare ogni dispiacere prima di tutto come proprio. Con questo non intendo giustificare il mio stato d’animo rispetto al terribile infortuno del signor P., ma solo riportare i fatti come avvenuti: e perciò devo ammettere che mentre il signor P. inguacchiava di sangue la propria camicia e anche un po’ il sedile del taxi io riuscivo solo a pensare: “Perché capitano tutte a me?” e soprattutto: “Perché proprio nel giorno in cui ho smesso di prendere gli ansiolitici?”.

Al pronto soccorso (insistetti per pagare io il taxi) al signor P. fu attribuito il codice verde, così restammo in sala d’aspetto per un paio d’ore durante le quali ebbi modo di perfezionare la mia disperazione. Il signor P. fu infine ammesso, medicato e riconsegnato con una vistosa sutura. Tornammo a casa in silenzio: io rimuginando sulle mie sfortune, lui — immagino — sulla profonda verità del detto “Nessuna buona azione resterà impunita”.

Non ho memoria di come il divano sia poi salito per le scale, e da questo deduco che probabilmente quella sera decisi di rimandare l’addio all’EN: un bizzarro effetto collaterale di questi farmaci è la cosiddetta “amnesia anterograda”, cioè l’incapacità di immagazzinare memoria quando li si assume, pur restando perfettamente coscienti (i bevitori la conosceranno con un altro nome: “black out”).

Fatto sta che il giorno dopo il divano era dentro casa, il mondo continuava a girare sul suo asse, e io andai a comprare dei fiori per il signor P.

Mi chiesi se ci fosse un fiore più adatto di un altro a convogliare il messaggio ultra-specifico “Mi dispiace tantissimo che il suo generoso aiuto le sia quasi stato fatale”, decisi che probabilmente no, e acquistai una piantina da appartamento. Il signor P. mi accolse con calore, ringraziandomi del pensiero e della mia sollecitudine del giorno precedente. Chinò la testa e per mostrarmi la sutura, rassicurandomi sul fatto che tutto andava per il meglio.

Fu allora che decisi che, se proprio dovevo cercare una metafora in questa storia, l’avrei trovata più nella ferita ricucita che nella potenziale sciagura. Lo ringraziai e tornai nella mia nuova casa.

[¹Un’idea che devo al “Libro dell’Acqua” di Limonov, una sorta di autobiografia a episodi legati tra loro proprio dall’acqua]

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