“assorted books on wooden table” by Sharon McCutcheon on Unsplash

Della fine delle competenze

Ovvero: della politica e della partecipazione come complessità di saper fare e saper stare.

sara rocutto
Aug 31, 2018 · 6 min read

È successo anche ieri a cena.

Non si riconoscono più le competenze” mi ha detto qualcuno, criticando una riflessione su una questione politica che aveva però delle componenti tecniche importanti.

Allora mi sono ricordata di un libro carino che ho letto quest’estate “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols (ed. Luiss University Press) che, sebbene in alcuni punti sappia un po’ di sfogatoio, ha il pregio di fermarsi un attimo a riflettere su una questione decisamente di moda. Ma non solo.

“Uno degli errori più comuni commessi dagli esperti è dare per scontato che, essendo più brillanti in alcune cose della maggior parte delle persone, lo sono in ogni cosa. […] La loro istruzione avanzata e la loro esperienza diventano una specie di garanzia totale di sapere quello che fanno pressocché in tutti i campi.”

Ci caschiamo tutti. Ma a noi, persone comuni, difficilmente viene riconosciuto il ruolo di esperti in qualcosa. Non siamo come Noam Chomsky, uno dei più importanti linguisti al mondo, che per tanto tempo ho creduto invece fosse titolato a scriver di politica estera.

Abbiamo, in fondo, una possibilità di danno limitata fino a quando il ruolo che ricopriamo non è insomma influente verso un gran numero di persone.

C’è il rischio però continuo di crederci più brillanti di quel che siamo.

“Tutti siamo rimasti intrappolati a una festa o a una cena in cui la persona meno informata tra i presenti ha tenuto banco, senza mai dubitare della propria intelligenza, e producendosi in un monologo zeppo di errori e informazioni sbagliate.”

Si tratta, spiega Nichols, dell’effetto Dunning-Kruger: “il fenomeno per cui più si è ottusi, più si è convinti di non esserlo”.

Oh certo, ne sono forse ammalata anch’io. Ne siamo un pochino ammalati tutti. E forse si potrebbe cominciare da qui. Da un collettivo mea culpa. (Nel mio piccolo ho cominciato da tempo, tentando di correggere troppe facilonerie di pensiero.)

Ma non è a questo che vorrei provare a condurti, oh lettore giunto sino a qui.

Una decina d’anni fa iniziò a far capolino nelle piazze italiane il Movimento 5 Stelle. Ricordo di quel periodo in particolare le elezioni regionali che ci furono in Friuli Venezia Giulia nel 2008. All’epoca, in quanto candidata (candidatura di puro servizio), mi ritrovai ad essere invitata a più di un confronto pubblico dove erano presenti altri giovani/donne di altre liste, persone più o meno note e conosciute negli anni delle piccole battaglie politiche tra liceali e poi universitarie e poi sociali. Comparse per la prima volta anche il M5S (anche se poi non riuscì a raccogliere le liste e non si presentò) con persone e volti mai visti prima (pubblicamente parlando) che pure riuscivano a trascinare in sala soggetti “nuovi”, anch’essi mai visti prima partecipare a qualsiasi cosa, fosse anche solo l’assemblea di classe al liceo. Non ricordo quali fossero i loro cavalli di battaglia di allora. Ma ricordo che non gli riconoscevo lo stesso rispetto che mi riusciva invece di riconoscere a chi, pur non condividendo le mie idee, sedeva a quei tavoli.

No, non riuscivo a riconoscergli l’onore delle armi. Perché sì, parlavano di cose che non conoscevano come forse facevo anch’io e forse tutti, in parte. Però c’era una cosa che riconoscevo a tutti meno che agli ultimi arrivati: all’epoca la chiamavo “la fatica della militanza”, ma poi mi sono resa conto che intendevo qualcosa di molto più complesso.

Nichols citando David Dunning, uno degli autori delle ricerche sull’effetto che porta il suo nome, scrive, in relazione all’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti:

“Negli elettori, l’assenza di competenze sarebbe deplorevole ma forse non così preoccupante se la gente avesse la percezione di quanto è imperfetta la propria conoscenza civica. Se lo facesse, potrebbe aggiustare le cose. Ma l’effetto Dunning-Kruger indica qualcosa di diverso. Indica che ad alcuni elettori, sopratutto quelli che affrontano importanti problemi nelle loro vite personali, potrebbe piacere quello che dice Trump, ma non ne sanno abbastanza per ritenerlo responsabile delle sue gravi gaffe.”

Ecco, conoscenza civica. Sarà che forse è l’unica competenza che credo di aver davvero sviluppato nel tempo, ma mi sembra che sia all’oggi uno problema non da poco e che sia quella competenza lì la meno riconosciuta e cercata quando proviamo a identificare chi è in grado di rappresentarci politicamente, o quando andiamo a giudicare l’operato politico altrui o quando ci eleviamo sopra tutti esprimendo giudizi nefasti su ogni cosa.

[Il risveglio dall’apatia politica pare sviluppare un crescendo di esperti nel giudicare le posizioni politiche degli altri, quasi sempre rigorosamente senza averne mai avuta una — ché per troppo tempo non era elegante, non stava bene, non si sa mai, guai.]

Non so come si possa andare a definire la conoscenza civica. Ma credo abbia a che fare col saper riconoscere le regole e le dinamiche con cui si prendono decisioni di ricaduta collettiva, sapendo come operare per cambiarle e migliorarle o attuarle. E dentro la conoscenza civica ci metto il saper riconoscere la pratica del compromesso come necessità per la tenuta di una comunità, ci metto la curiosità a capire come funzionano le norme basilari del nostro stare insieme e il senso di quelle norme per capire come crearne di nuove col cambiare delle cose. Ci metto il conoscere la fatica della partecipazione, dell’organizzazione non a fini di lucro, il riconoscimento di tempo speso verso l’altro in direzione di un senso di sostegno collettivo.

Ci metto l’avere in testa una piccola mappa con i nomi a cui rivolgersi per saperne di più di una cosa o dell’altra, una mappa di contatti e competenze diffuse a cui attingere per operare meglio.

So ad esempio che se uno ha la conoscenza civica non chiede un favore in cambio di un voto. E neanche fa un favore in cambio di un voto.

Non si considera un sistema chiuso, fatto delle 4 mura della propria casa, non si rifiuta di conoscere gli accadimenti del mondo, non finge di ignorare la complessità delle cose chi sa di dipendere dalla complessità delle cose.

Non è che abbondino le persone così. E no, non si trovano guardando nel sottoinsieme dei laureati o diplomati. Tra le conoscenze tecniche e quelle civiche ci passa di mezzo tanto: quel tanto che rende un politico capace di prendere decisioni pur in assenza di titoli di studio e un economista prestato alla politica un soggetto inutile quando deve dirigere un’assemblea di partito.

La mia generazione non ha di certo contribuito a fornire ricambi di valore ai pezzi buoni che c’erano 50 anni fa. In fondo nessuno gliel’ha chiesto.

Chi ci ha mai in fondo chiesto di fare uno sforzo per rendere la nostra Democrazia attuata davvero? Tutto è stato lasciato alla buona volontà di alcuni e all’arte di approfittarsene di altri, nell’idea che nella lentezza tutto forse sarebbe stato in piedi lo stesso. E per un po’ ha funzionato.

A mano a mano che il senso di colpa per quel che non si è fatto, per le mani tenute in tasca, per i pensieri rivolti solo al proprio giardino, si manifesta, a mano a mano che la frustazione e la rabbia spuntano dalla pancia (incontrollate, perché per anni non ci si è mai preoccupati di capire come gestirle), ecco che l’esito non può essere che quella cosa che vediamo adesso. Un blaterare del mondo senza saperne niente credendo di sapere già tutto, avendolo imparato tutto guardando il mondo dal finestrino del proprio io.

Che differenza c’è tra chi non riconosce la scienza medica ufficiale e chi snobba la ricerca sociale a son di “secondo me”?

Che differenza c’è tra chi ascolta solo chi è più grande, grosso e amico degli amici e chi ascolta e si fida solo di chi conferma le cose che già sa?

“È un vecchio adagio, ma è vero: non è quello che non sai che ti fa male, è quello che sai e che non è vero.”

Scrive Nichols.

E rispetto a quanto sta accadendo in Italia, rispetto a quanto sta accadendo nei paesi occidentali di questo nostro mondo, ecco, ho qualche perplessità nel credere a tante semplificazioni pericolose spesso fatte portandosi appresso l’assenza di quella conoscenza civica di cui sopra — oltre a qualsiasi conoscenza in generale.

Siamo un po’ paesi fatti di ciniglia, di quella che si fa molle al primo lavaggio. E ho come l’impressione che occorra rifare la maglia che ci tiene assieme sostituendo un filo alla volta con materiale più buono. Non credo esistano modi facili per farlo, non credo servano gli insulti online, non credo si risolverà tutto nella fiducia di una conversione di massa. Ma immagino che tra le tante cose che si possano fare ci sia spazio per pensare ad una nuova partecipazione consapevole, informata e formata, a nuovi rapporti di fiducia, a nuove forme di condivisione di senso, obiettivi, compromessi di sopravvivenza. Occorre prima volerlo. E mettere sul tavolo i nostri onesti “non so”. Altrimenti non li potremo mai sostituire con gli “adesso so” che servono.

A dividere il mondo tra ignoranti e sapienti, educati e violenti, invasi e invadenti finiremo sennò col trovarci tutti dalla stessa parte.

sara rocutto

Written by

Qualche volta dietro la cattedra, altre attorno a scrivanie a disquisire sul mondo. Ovunque il vino sia buono. Scrissi http://bit.ly/2s4V0Nu

Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade