3 esempi di economia circolare e perchè dobbiamo imparare a riusare le cose

Foto: Gregg Segal, “7 days of garbage”

Lo sapete che stiamo vivendo una fase di transizione che avrà ripercussioni dirette sul futuro delle nostre città? Ce lo dice anche il piano strategico dell’Unione Europea per il settennato 2014/2020, che prevede il passaggio dall’economia lineare (basata sulla produzione di scarti) a quella circolare (incentrata sul riuso e il riciclo). Un ripensamento complessivo del modello urbano a cui siamo stati abituati per anni. Grazie agli studi avviati a partire dagli anni ’70, si è affermata progressivamente la concezione della città come un ecosistema, cioè caratterizzata da un flusso costante di materia ed energia in entrata e in uscita. Poi, negli anni ’80, Jeremy Rifkin ha evidenziato il carattere storicamente entropico della città, come sistema in crescente stato di disordine e produttore di scarti.

La produzione di scarti che qui prendiamo in considerazione è quella riguardante il ciclo dei rifiuti solidi urbani, una questione che non può essere affrontata unicamente dai policy maker né tantomeno dagli imprenditori del settore, ma che dovrebbe vedere un coinvolgimento più attivo da parte di noi progettisti: in quanto tali dobbiamo farci carico di influenzare positivamente le strategie attuative alla scala urbana, fornendo visioni innovative dal punto di vista strategico e metodologico.

Dobbiamo pensare a una nuova filiera interscalare del riuso e del riciclo, a sistemi integrati nelle unità condominiali, dalle le isole ecologiche alla scala del vicinato, alle stazioni ecologiche di comunità.

La scala di quartiere ci consente, per certi versi, la scomposizione della complessa realtà metropolitana e la declinazione efficiente dei principi di prossimità, dell’auto-sostentamento e del coinvolgimento delle comunità locali, soprattutto nelle aree periferiche e marginali.
A Winterthur si trova un esempio molto interessante di come le funzioni sin qui citate possa integrarsi con il tessuto urbano: è il Maag Recycling Center, un reverse shopping inserito all’interno di un corpo di fabbrica preesistente in cemento armato dove alle attività di carico e scarico di rifiuti e oggetti di varia natura, vi è la possibilità di partecipare a laboratori e di godere dell’ampio giardino situato in copertura, progettato dal paesaggista Rotzler Krebs.

Il Maag Recycling Center, di Winterthur — Svizzera — Credits: www.maag-recycling.ch

La struttura preesistente in cemento armato, inserita nel centro cittadino, viene qui riutilizzata e rivestita da una lamiera metallica microforata, che lascia tuttavia allo sguardo la possibilità di traguardare ciò che accade all’interno nel corso delle 24 ore.
Se da un lato l’edificio si mostra compatto, dall’altro si apre alla città restituendo un’immagine accogliente, resa vibrante dal colore verde acceso delle superfici sia interne sia esterne.
Qualcuno direbbe “occhio non vede, cuore non duole”, ma in questo caso accade l’esatto contrario! Avere la possibilità di guardare ciò che accade in questi spazi ci rende più attenti e consapevoli. Ecco perché non ha più molto senso trattenere in aree extraurbane questo genere di edifici o attrezzature, né tantomeno nasconderle o mimetizzarle.
Ce ne accorgiamo facendo un giro a Vienna, città insignita nel 2010 del premio “World city closed to sustainable waste management”, dove l’impianto di trattamento termico Spittelau (che in Italia definiremmo impropriamente termovalorizzatore) è diventato parte integrante dello skyline urbano, grazie alla sua torre imponente e alle vibranti facciate esterne, una vera opera d’arte realizzata dall’architetto Friedensreich Hundertwasser, il quale le riprogettò dopo un incendio avvenuto nel 1987. All’interno dell’edificio, realizzato negli anni Settanta ma oggi totalmente rinnovato, trovano spazio servizi e uffici per la cittadinanza, un museo e un centro di accoglienza.

Impianto Spittelau, Vienna. Foto: Antonino Saggio

Spittelau è oggi un esempio di efficienza e di integrazione con il contesto urbano, nonché un luogo aperto al pubblico, tanto da essere un’attrattiva per i turisti di tutto il mondo. I più curiosi potranno poi approfondire e scoprire che Spittelau non è l’unico impianto al mondo ad essere divenuto un’opera d’arte, infatti è gemellato con l’impianto Maishima di Osaka, anch’esso riprogettato dallo stesso Hundertwasser seguendo la stesso linguaggio figurativo.

Diceva Gandhi che ognuno deve essere lo spazzino di se stesso. Sin dalla nostra prima infanzia dovremmo avere impressa nelle nostre menti l’idea che siamo tutti spazzini.

Mettere al centro dell’agenda urbana per il 2020 il tema dei rifiuti comporta non solo il fatto di rigenerare parti di città e incrementare il senso di decoro, ma consente inoltre di attivare dinamiche d’innovazione sociale che rafforzino le comunità locali e introducano nuove forme di lavoro legate al riciclo.
Come accade a Lagos, la più grande città della Nigeria (11milioni di abitanti), dove Bilikiss Adebiyi — ex ingegnere dell’IBM laureata presso la scuola di management del MIT Sloan — ha dato vita a Wecyclers: una startup sociale che attua la raccolta porta a porta con operatori che utilizzano una particolare bicicletta customizzata sulla quale sono installati grandi sacchi di tela colorati, nei quali vengono raccolti i rifiuti riciclabili. Un servizio decisamente low-tech che promuove la cultura della raccolta differenziata — in territori dove i rifiuti invadono le strade — e premia le famiglie più virtuose con un sistema di crediti da poter riscuotere in varie forme.

Una delle biciclette per la raccolta porta a porta di Wecyclers. Foto: The Star online

Educare è prevenire. Il riciclo non corrisponde solo a una buona pratica, ma si tratta prima di tutto un modello culturale, portatore di un valore allo stesso tempo etico, educativo, economico ed estetico. L’ecologia non è certo qualcosa che puoi imparare comodamente seduto al banco di scuola davanti ad un libro. Come suggeriva Gandhi, serve in primis mettere in atto comportamenti consapevoli e promuovere forme di auto-organizzazione e cooperazione tra i cittadini, per una condivisione trasversale di buone pratiche ecologiche che coinvolga dai bambini ai super-adulti. Sappiamo benissimo che nel nostro paese molto c’è ancora da fare a tal riguardo, ma ci sono piccoli segnali confortanti. L’ultimo in ordine di tempo riguarda l’introduzione dell’educazione ambientale obbligatoria in tutte le scuole italiane, un’indicazione chiara che non possiamo che augurarci porti al ad una più diffusa consapevolezza nei confronti dell’ambiente, oltre all’incentivazione di nuove pratiche di apprendimento e collaborazione.

Abbiamo bisogno di spazi per l’educazione ambientale in ogni quartiere, dei punti di riferimento attraverso cui promuovere la cultura del riciclo. Guardando con attenzione le indicazioni dell’Unione Europea scopriamo inoltre che vi è un consiglio molto mirato: l’intero comparto economico della gestione dei rifiuti dovrebbe cominciare ad attrezzarsi per diventare un settore strettamente integrato con quello manifatturiero. Ecco che il cerchio inizia a chiudersi! Si tratta certamente di una visione ambiziosa e complessa, ma c’è chi è già al lavoro per attuarla e sono i ragazzi del progetto Waste Fab Lab, giunto tra i sei finalisti italiani all’European Social Innovation Competition 2014. Il progetto, nato a Ferrara, rappresenta l’evoluzione del progetto LOWaste — Local waste market for second life products e mira a creare un network di spazi, attraverso un format replicabile nelle città, in cui aggregare attività creative, manifatturiere ed educative finalizzare al riciclo dei materiali di scarto. Non un semplice centro del riuso, ma un luogo di partecipazione dove far convergere il pubblico e il provato, scambiare conoscenze, produrre servizi, realizzare nuovi oggetti recuperando materiali di scarto. Un progetto innovativo che rileva la necessità di un forte partenariato pubblico-privato per la sua concretizzazione.

La sfida è di creare nuova occupazione attraverso pratiche collaborative di riuso, ripristino e re-design, dando vita a una nuova economia locale circolare e creativa.

Una economia che sappia favorire l’inclusione sociale di gruppi marginali come gli over 50, gli immigrati, le persone con disabilità fisiche o mentali.

È decisivo saper coinvolgere le comunità. Già perché molti di noi potrebbero obiettare: i rifiuti non rispecchiano il nostro ideale di bellezza; fare la raccolta differenziata non è così divertente; recarci ai cassonetti, poi: vorremmo poterne fare volentieri a meno. Tuttavia se a ogni nostra azione corrispondesse una ricompensa, beh forse la nostra percezione muterebbe e le nostre motivazioni crescerebbero.
In molti paesi europei e non sono da anni attivi sistemi d’incentivazione alla raccolta differenziata basati sul presupposto che è spesso necessario offrire qualcosa per stimolare comportamenti virtuosi. E in questo la tecnologia c’è di grande aiuto.

Potremmo citare decine di esempi basati sulle dinamiche di gamification e di edutainment, dalle iniziative culturali alle strategie di marketing, dai programmi delle pubbliche amministrazioni fino alle soluzioni di interaction design urbano realizzate con Arduino. Questo ci ricorda come l’apprendimento e le buone azioni non sono dissociate dalla componente ludica. Siamo più propensi a compiere buone azioni se ci divertiamo, ancor meglio se impariamo divertendoci. E se poi le condividiamo sui social network, allora le buone pratiche rischiano di diventare addirittura contagiose!

Saverio Massaro per nITroSaggio


Originally published at www.chefuturo.it on February 18, 2015.