Bambini grandi

Non scrivo mai niente. Perché la velleità mi imbarazza da morire, l’idea che qualcuno pensi che mi sento capace di qualcosa è veramente intollerabile.
Questo comunque è uno dei problemi meno gravi che ho, nella gamma dei problemi che ho da molto grave a molto poco grave; e dopo tanti anni di analisi ho composto una specie di catalogo che mi illustro (da sola) pure un po’ compiaciuta in un’epoca in cui la dimensione psicologica gode della sua piena legittimazione. 
Mentre scrivere è una cazzata, però, ci sono un sacco di cose importanti che non posso fare. Ad esempio non riesco a pensare davvero di meritarmi una relazione, un lavoro decente, o un’amica che non creda per forza di essere più fica di me. Non riesco nemmeno ad essere contenta per le cose che ho imparato a fare, non sono in grado di prendermi i complimenti senza accartocciarli e respingerli e non so nemmeno resistere alla tentazione di sentirmi la più stupida e la più brutta in una stanza.
Che palle viene da dire, e ok, ma questo mi succede perché sono stata una bambina che non ha avuto il diritto di essere una bambina e ho capito solo da poco che quand’è così, per un cortocircuito nel processo evolutivo, si resta imprigionati nelle esigenze insoddisfatte dei bambini per sempre. 
La mia comfort zone (quanto va questa parola?), praticamente, è quella in cui mi sento privata di qualcosa che mi spetta: come di quel diritto di avere sei, otto, dodici anni. 
Chi non capisce quanto sia reale un limite psicologico non si spiega perché ci si incastri in lavori, relazioni e condizioni dolorose: una frase tipica è potresti fare qualsiasi cosa e detto da qualcuno che non ha problemi a dichiarare un’ambizione per me suona veramente come il discorso in alieno di Emma Thompson in Man in Black: pura fantascienza. 
Se qualcuno mi chiede cosa voglio fare nella vita io non so rispondere perché nella mia testa semplicemente non sono autorizzata a chiedermelo. Ogni tanto scivolo nel buco nero di YouTube e mi ritrovo a guardare video di casting in cui dietro le quinte ci sono i genitori che, intervistati, dichiarano fieri e commossi che il loro figlio (quello che sul palco si sta esibendo in una performance di scoregge con le ascelle) è il migliore che potessero desiderare, che lo amano e lo sosterranno sempre, che la madre laverà le scale di notte per pagargli l’accademia di scoregge con le ascelle perché crede in lui. Ecco, io di fronte ai genitori presenti e fieri piango talmente tanto e con un tale dolore che credo sia proprio quello che voglio. Mi vergogno pure a dire questa cosa ora che ormai ho cinque capelli bianchi nella frangia e, sia chiaro, non la aspetto più davvero. 
Mamma e papà per me sono un senso di grave speranza disattesa, il tentativo davvero instancabile di sentirmi amata da loro, il vuoto mentre aspetto il suono di un brava che invece lascia spazio sempre e solo a un fruscìo a cui mi sono talmente affezionata che tanti anni dopo mi metto in testa di rifiutare pure i ventinove all’università perché è l’unico rumore che me li ricorda, che mi fa sentire a casa, che è la mia comfort zone di merda.
Quel fruscìo, uguale uguale, lo sento nella mia testa quando il mio capo analfabeta mi irride e corregge le carceri con i carceri in un articolo che non mi farà mai firmare, quando una mia amica dà per scontato che quando usciamo io non potrò rimorchiare nemmeno il peggiore caso umano, quando una fotografia che ho scattato io diventa una pubblicità stampata in tutta la città e sotto c’è il nome di qualcun altro (mentre rileggo mi rendo perfettamente conto che forse si potrebbe dire molto più semplicemente che io sia una rincoglionita, ma per fortuna è nato Freud).
Conosco un sacco di grandi ancora bambini, me ne accorgo quando vedo che fanno qualcosa di inspiegabile, contro il proprio interesse e la propria felicità, con la forza imparagonabile di una psicosi che ti fa sentire nell’unica casa che hai sempre voluto, nell’impronunciabile sicurezza del dolore.
Non so come se ne esce, ma prima o poi se ne esce.